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L’Algeria al voto

Foto [Omar-Malo - Flickr]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 13/12/2019 12:39:13

La giornata di giovedì 12 dicembre ha rappresentato uno snodo cruciale per il futuro dell’Algeria: circa 25 milioni di algerini sono stati infatti chiamati a scegliere il prossimo Presidente. Caterina Roggero ha ripercorso per Affarinternazionali le principali tappe di avvicinamento a questo appuntamento, dalle prime proteste del 22 febbraio che hanno portato alle dimissioni di Abdelaziz Bouteflika ad aprile, alla Presidenza ad interim di Abdelkader Bensalah, fino al rinvio delle elezioni di luglio. A fare da sfondo vi sono le proteste dell’hirak, il “movimento”, scagliatosi contro il pouvoir, ovvero l’intero sistema politico algerino, e paragonato dallo storico Amar Mohand-Amer alla generazione che scese in strada nel 1956 per rivendicare l’indipendenza dal potere coloniale francese. Caterina Roggero dedica la seconda parte dell’approfondimento al ruolo dell’esercito, arbiter della politica algerina, il cui iniziale posizionamento non in contrasto con i manifestanti ha permesso alle proteste di crescere. Nonostante le dimissioni di Bouteflika e la campagna di arresti contro alti funzionari dell’élite degli ultimi vent’anni non avrebbero potuto avere luogo senza il benestare dell’esercito, le continue proteste, ritenute fonte di instabilità, hanno iniziato a infastidire le forze armate, che hanno sempre più spesso risposto con la violenza. L’ultimo affondo di Ahmed Gaïd Salah, capo dei militari, è stato appunto rappresentato dal supporto a nuove elezioni, ritenute non più rinviabili.

 

Al Jazeera delinea il profilo dei cinque candidati in corsa. Innanzitutto vi è Ali Benflis, candidato per Avant-garde des Libertés, già Primo Ministro, Presidente del Fronte Nazionale di Liberazione e sfidante di Bouteflika nel 2004 e nel 2014. Fra i candidati vi è anche l’ex Ministro del turismo e islamista moderato vicino ai Fratelli musulmani Abdelkader Bengrina, volto di Al Binaa. Il terzo candidato è Azzedine Mihoubi, leader del Democratic National Rally, fondato nel 1997 e parte del network di patronaggio di Bouteflika. Abdelmadjid Tebboune, Ministro sotto Bouteflika e Premier per tre mesi nella primavera del 2017, è invece l’unico candidato indipendente arrivato a questo punto. Infine vi è Abdelaziz Belaïd, leader di Moustakbal Front (“Fronte del Futuro”), il cui programma è incentrato più sulle riforme economiche - taglio agli sprechi e alla corruzione fra i suoi cavalli di battaglia - che sulla revisione costituzionale del sistema politico.

 

La storia dei candidati non è passata inosservata ai manifestanti, che vedono nelle elezioni il tentativo del regime di conservarsi sotto mentite spoglie. La Croix ha raccolto alcune voci. Il Patto per un’alternativa democratica ha parlato espressamente di «un colpo di Stato», mentre il gruppo Standing Algeria ha invitato al boicottaggio, definendo l’appuntamento «le elezioni della vergogna». Anche le recenti condanne degli ex ministri Ahmed Ouyahia e Abdelmalek Sellal, ricostruite nel dettaglio da Le Point, sono lette come il tentativo dell’esercito di «far credere alla gente di star combattendo la corruzione».

 

Particolarmente interessante è l’articolo che Arab Reform Initiative dedica ai manifestanti e agli slogan utilizzati, dietro cui vi sarebbero gli ultras di alcune squadre di calcio. Le autorità hanno infatti la capacità delle tifoserie organizzate di mobilitare le masse, appellandosi a temi condivisi, come il rifiuto dell’ingiustizia, l’aspirazione alla libertà e le richieste di migliori condizioni di vita. Nell’articolo si analizzano quattro canti, prestati all’hirak dai gruppi di ultras, in cui ritornano quattro temi: il rifiuto compatto e convinto del pouvoir, il carattere pacifico delle manifestazioni, l’irrisione di Salah e la denuncia di un malessere condiviso.

 

Quei documenti segreti sull’Afghanistan

 

Il Washington Post è entrato in possesso e ha reso pubbliche oltre 2000 pagine di interviste a circa 400 figure che hanno ricoperto ruoli di primo piano nel conflitto in Afghanistan. I documenti sono il risultato del lavoro dell’Ispettore Generale Speciale per la Ricostruzione dell’Afghanistan (SIGAR). Il progetto, ironicamente etichettato come Lessons Learned (“lezioni imparate”) e costato 11 milioni di dollari, è stato avviato nel 2014 con lo scopo di identificare le cause delle politiche fallimentari adottate in Afghanistan.

 

Un primo aspetto da considerare, leggendo i documenti, è la mancanza di una strategia di lungo periodo. Esemplificative sono le parole di un generale stellato: «non sapevamo quello che stavamo facendo». Emerge inoltre come diversi alti ufficiali e funzionari avessero priorità diverse: alcuni ritenevano di estrema importanza trasformare il Paese in una democrazia, altri mettevano al primo posto i diritti umani, altri ancora pensavano all’intervento militare come a un modo per ridefinire l’equilibrio di potere regionale. La cosiddetta AfPak Strategy di Obama è esemplificativa di come, per usare le espressioni di un ufficiale anonimo, «c’erano così tante priorità e obiettivi che era come non avere una strategia». A ciò, bisogna aggiungere l’incapacità di creare strumenti per valutare l’efficacia di una strategia rispetto ad un’altra.

 

In secondo luogo, emerge come le risorse economiche investite in Afghanistan – stimate in quasi mille miliardi di dollari – fossero allocate in modo precipitoso e non ragionato. L’idea di formare un governo centrale forte, il progetto di introduzione di uno Stato di diritto fondato su norme positive e la volontà di sradicare quello che era percepito come un sistema clientelare derivavano da una mancata comprensione del contesto afghano. In più, l’enorme quantità di fondi ha ingigantito il fenomeno della corruzione, al punto che il colonnello Christopher Kolenda parla di «una cleptocrazia». Anche i progetti finalizzati a formare un esercito e una forza di polizia autosufficiente si sono dimostrati fallaci: il personale era poco preparato, scarsamente motivato e si è assistito a casi di ghost soldiers, soldati a libro paga americano che semplicemente non si presentavano. Infine anche i 9 miliardi di dollari spesi per combattere la produzione di oppio si sono dimostrati inutili: nel 2018 l’Afghanistan era infatti responsabile dell’82% della produzione mondiale di oppio.

 

Il terzo aspetto da considerare è la campagna di disinformazione avviata dal Pentagono e dalla Casa Bianca circa l’andamento della missione in Afghanistan. L’articolo del Washington Post riporta a tal proposito alcune dichiarazioni in netto contrasto con quanto emerge dalle interviste, come l’affermazione di Obama, risalente al 2009, secondo cui «l’America non ha interesse a combattere una guerra senza fine in Afghanistan». Come evidenziato anche da Foreign Policy, le narrazioni che trasmettevano fiducia circa una possibile risoluzione del conflitto erano anche legate alla necessità da parte della Difesa di raccogliere finanziamenti.

 

Eppure, nonostante l’opinione pubblica americana fosse già disillusa circa un esito positivo nel breve periodo, sono ancora 14.000 i soldati americani nel Paese. Come riporta la CNN, si sono registrati nuovi passi avanti nei negoziati fra la Casa Bianca e i talebani a Doha, dopo la visita in Afghanistan di Trump per il Ringraziamento e l’incontro con il Presidente Ashraf Ghani. Un accordo fra Stati Uniti e talebani stabilirebbe i termini per un ritiro pianificato delle truppe americane in cambio di un’apertura da parte dei talebani a negoziare con il governo di Kabul, rompendo i rapporti con al-Qaeda.

 

Come però sottolinea l’Interpreter, sono necessarie alcune accortezze procedurali affinché i negoziati intra-afghani abbiano successo. Innanzitutto, occorre stabilire un cessate il fuoco: la fine, almeno provvisoria delle ostilità, permetterebbe di impiegare le risorse economiche in altri settori. A tal proposito, The Conversation identifica due settori chiave: l’agricoltura e le miniere di diamanti. Il governo di Ghani deve recuperare un certo livello di unità, in modo da poter negoziare da una posizione meno debole. I negoziati devono inoltre essere i più inclusivi possibili, non trascurando la società civile, i leader religiosi e le istituzioni tradizionali.

 

Iran: fra proteste, sanzioni e proxies

 

Come si legge sulla CNN, gli Stati Uniti hanno annunciato nuove sanzioni contro l’Iran, prendendo di mira l’azienda di trasporti con sede a Shangai E-Sail Shipping Company, accusata di fornire supporto logistico ai proxies iraniani in Siria e Yemen, e tre funzionari della compagnia aerea Mahan Air, legati a operazioni di trasporto di missili a corto raggio.

 

A beneficiare di queste spedizioni iraniane è la vasta rete di proxies, ricostruita da Foreign Policy. In Iraq, i miliziani fedeli a Khamenei sarebbero circa 100.000, i quali hanno giocato un ruolo di primo piano nella repressione delle proteste, attirandosi le antipatie della popolazione. Hezbollah opera in Libano dagli anni ’80 ed è diventato parte dell’establishment politico che oggi è bersaglio delle proteste che attraversano il Paese. Se dunque i gruppi vicini a Teheran stanno attraversando una fase critica in Iraq e Libano, lievemente diversa è la situazione in Yemen, esaminata dal Carnegie. Qui non si sta assistendo a moti di piazza, ma l’accordo di novembre fra il governo centrale di Hadi, supportato dall’Arabia Saudita, e il Southern Transition Council, sponsorizzato dagli Emirati, è visto dalla Repubblica Islamica come un tentativo da parte di Riyadh di istituzionalizzare la presidenza di Hadi e di aumentare l’influenza nel Paese. L’Iran non sembra però avere nessun interesse in un’escalation del conflitto e ha preferito affrontare la questione diplomaticamente: non è un caso che a novembre Mohamed Ali al-Dailami, ufficiale d’alto rango nelle fila degli houthi, sia stato nominato ambasciatore yemenita in Iran. L’Iran vorrebbe quindi presentarsi come stakeholder diplomatico imprescindibile in ogni discussione sul futuro dello Yemen. E le condizioni che pone sono fondamentalmente due: il riconoscimento degli houthi come attori politici e il mantenimento dell’unità territoriale yemenita, prevenendo la creazione di zone di influenza saudite a nord ed emiratine a sud.

 

L’Iran non deve solo confrontarsi con problemi regionali, ma ha la necessità di affrontare alcune questioni interne. Come notato da Foreign Policy, «alla vigilia delle proteste, la leadership dell’Iran sembrava più coesa che mai. Per diversi mesi, la campagna di maximum pressure contro il Paese aveva riunito i centri di potere del regime». Eppure le tensioni fra l’ala moderata, guidata da Hassan Rouhani, e quella più intransigente, rappresentata dalle forze legate ai pasdaran, avevano già fatto capolino. Con lo scoppio delle proteste, questi attriti più o meno latenti sono emersi chiaramente.

 

Inoltre occorre considerare che il supporto dell’amministrazione americana alle proteste non è motivato dalla volontà di promuovere i diritti umani o da un approccio liberale. La politica estera della Casa Bianca può essere definita, usando le parole del Segretario di Stato Mike Pompeo, di «realismo e restrizione». Come si legge su The Atlantic, l’impegno dell'amministrazione nel farsi promotore di un futuro migliore per gli iraniani durerà fino a quando tale impegno potrà essere utilizzato per garantire un migliore accordo sul nucleare o addirittura la fine del regime.

 

Quegli americani che hanno aiutato gli Emirati

 

Reuters ha rivelato come un gruppo di ex agenti della National Security Agency (NSA) e altri veterani dell’intelligence americana abbiano aiutato gli Emirati a controllare una vasta gamma di obiettivi attraverso un programma segreto, noto con l’acronimo di DREAD, che in pochi anni avrebbe dato vita al famigerato Project Raven (già al centro di un approfondimento di Reuters di fine gennaio). La mente dietro l’opera di spionaggio sarebbe Richard Clarke, responsabile dell’antiterrorismo americano dal 1998 al 2003 e direttore di Good Harbor Consulting, contattato dagli Emirati nel 2008 per ottenere un aiuto nel costruire un sistema di cybersecurity.

 

Alla base della scelta di Abu Dhabi di rivolgersi a Clarke non vi sarebbe solo l’ossessione che il funzionario americano ha mostrato nei confronti della sorveglianza in ambito cyber. Clarke è infatti sempre stato legato alla figura di Mohammad Bin Zayed, il reggente de facto degli Emirati. La possibilità di creare da zero un sistema di spionaggio e sorveglianza per la difesa nazionale è sembrato da subito a Clarke una grande opportunità, professionale ed economica, ed egli ha così coinvolto altri ex dipendenti della NSA, che sono ben presto diventati la colonna portante di DREAD: nel 2010 erano oltre 40 i dipendenti americani.

 

La vera svolta si è registrata però nel 2011, quando le Primavere arabe vennero percepite come minaccia esistenziale da parte degli Emirati. E così la sorveglianza cambiò obiettivo, passando dall’antiterrorismo agli «obiettivi per la sicurezza nazionale». Fra di essi si trovano ONG per la difesa dei diritti umani, gli uffici dell’ONU a New York, attiviste saudite e dirigenti della FIFA (per scovare brogli nel processo che ha portato all’assegnazione al Qatar della Coppa del mondo di calcio 2022).

 

IN BREVE

 

Qatar: l’emiro Tamim bin Hamad Al-Thani non ha partecipato al summit del Gulf Cooperation Council di Riyadh.

 

Francia: il sito Politico dedica un approfondimento alla politica estera francese, influenzata anche da una certa dose di islamofobia.

 

Niger: un attacco di matrice jihadista ha ucciso 71 persone. Secondo France24, l’attentato pone dubbi circa l’efficacia delle strategie di antiterrorismo impiegate nel Sahel.

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