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Focus attualità

Rinviate le elezioni in Algeria

Manifestazioni contro il quinto mandato di Abdelaziz Bouteflika in Algeria [Fethi Hamlati / Wikimedia Commons]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 07/06/2019 15:19:00

Le elezioni in Algeria, programmate per il 4 luglio, sono state rinviate. Come nota il Brookings, a tre mesi dalle dimissioni di Abdelaziz Bouteflika c’erano solo due candidati pronti a correre per la Presidenza. Entrambi sono però stati ricusati dalla Corte costituzionale di Algeri. Se da un lato il rinvio fa proseguire una fase di incertezza, dall’altro alimenta le speranze della popolazione di una transizione più trasparente e giusta.

 

Da inizio aprile si è infatti assistito a un vero e proprio muro contro muro da parte dei manifestanti e delle forze armate guidate da Ahmed Gaid Salah. Mentre chi protestava rivendicava il potere per il popolo secondo gli articoli 7 e 8 della Costituzione, la giunta al potere si atteneva all’articolo 102, che prevede 90 giorni per indire nuove elezioni dopo le dimissioni di un Presidente.

 

Mentre l’esercito resta l’attore principale e il Fronte di Liberazione Nazionale – già partito di Bouteflika e ora gruppo di riferimento del Presidente ad interim Abdelkader Bensalah – non ha perso il suo peso politico, il rinvio delle elezioni aumenta anche l’influenza del popolo. Come evidenzia il sito Stratfor, i manifestanti hanno posto le basi per avviare dei negoziati al fine di creare un governo di unità nazionale. Molto però dipenderà dalla loro capacità di organizzarsi e da quanto tempo sarà loro concesso dall’attuale Presidente.

 

 

Fra Bangladesh e Myanmar: il limbo dei Rohingya

 

I Rohingya hanno per anni vissuto principalmente nella regione birmana di Rakhine, nonostante le costanti discriminazioni da parte della maggioranza buddhista del Paese. Dopo le ondate di violenza degli anni ’90, del 2012 e del 2016, la situazione dei musulmani Rohingya è precipitata nell’agosto 2017, in seguito ad alcuni attacchi alle forze dell’ordine birmane: i responsabili fanno infatti parte dell’Esercito di Salvezza dei Rohingya dell’Arakan (ARSA), un gruppo armato che mira alla liberazione del popolo Rohingya dalle vessazioni. L’esercito dell’ex colonia britannica ha risposto duramente, costringendo 700.000 Rohingya alla fuga, in particolare verso il Bangladesh, Paese a maggioranza musulmana che si è dichiarato fin da subito pronto all’accoglienza.

 

L’evolversi degli eventi ha però spinto il Primo Ministro bengalese Sheikh Hasina a ritrattare, sostenendo la necessità di trovare una soluzione permanente. Come ricostruisce Foreign Affairs, sono tre le possibili vie d’uscita. In primo luogo si è parlato di un ricollocamento di 100.000 Rohingya sull’isola di Bhasan Char. Il rischio di disastri naturali e la violazione dei diritti dei rifugiati hanno però bloccato ogni sviluppo. Una seconda ipotesi, avanzata dal Myanmar e mediata con Dacca dalla Cina, prevedeva il rimpatrio di 1500 persone alla settimana. La paura da parte dei Rohingya di possibili ripercussioni ha però reso impraticabile questa strada. Infine, il Bangladesh ha proposto la creazione di zone cuscinetto al confine, poste sotto il controllo della comunità internazionale. In questo caso a rifiutare è stato proprio il Myanmar.

 

Nonostante lo stallo a cui si è giunti, la Corte penale internazionale è pronta ad aprire un’indagine formale e il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha creato una commissione per valutare l’eventuale violazione dei diritti dei Rohingya.

 

Mentre Cina e Russia hanno bloccato ogni iniziativa del Consiglio di sicurezza dell’ONU, Unione Europea e Stati Uniti hanno disposto alcune sanzioni contro il Myanmar. Allo stesso modo, i 57 Stati membri dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica hanno messo pressioni alla Birmania affinché intervenisse per giudicare i responsabili di quella che viene considerata una pulizia etnica a tutti gli effetti. Gli Emirati hanno agito addirittura più concretamente, raccogliendo 65 milioni di dirham (circa 15 milioni di €) da destinare alla costruzione di case e ospedali e agli aiuti umanitari per i rifugiati Rohingya. Parte dei fondi sarà altresì donata alla costruzione di scuole, per evitare che i quasi 150.000 bambini rifugiati diventino una «generazione perduta».

 

 

Le aspirazioni di Emirati e Arabia Saudita

 

Intanto gli Emirati cercano di affermarsi come potenza regionale. A tal proposito, il New York Times ha dedicato un interessante approfondimento alla figura di Mohammed Bin Zayed al-Nahyan, Principe ereditario di Abu Dhabi, definito dal quotidiano americano «il più potente sovrano del mondo arabo».

 

Curioso, sicuro di sé e sempre pronto a stupire, MBZ è stato in grado di riformare gli Emirati agendo su tre aree: la creazione di un fondo sovrano da 1.300 miliardi di $ funzionale alla diversificazione economica, la costruzione di un esercito addestrato ed equipaggiato ottimamente – al punto che Abu Dhabi è anche chiamata la «Piccola Sparta» del Golfo – e ingenti investimenti per accrescere il soft power emiratino, con particolare attenzione alla diplomazia culturale e alla riformulazione di un discorso religioso incentrato sulla tolleranza.

 

Ma Abu Dhabi è anche un alleato chiave nella regione per gli Stati Uniti, influenzando la posizione di Washington su questioni di primo piano come la scelta di inserire i pasdraran nella lista delle organizzazioni terroristiche.

 

L’allineamento della Casa Bianca alle posizioni emiratine può essere considerato una sorta di return on investment. Gli Emirati trasferiscono infatti ingenti quantità di denaro negli Stati Uniti, in particolare attraverso due canali. Innanzitutto, Abu Dhabi spende circa 23 miliardi di $ all’anno in armi, rappresentando il secondo maggior compratore regionale dopo l’Arabia Saudita. Secondo un report SIPRI pubblicato a maggio, più della metà degli armamenti è di produzione americana. In secondo luogo, gli Emirati si avvalgono di consulenze americane milionarie per influenzare l’opinione pubblica e le politiche del governo americano, come messo in luce nell’ultimo numero di Foreign Affairs.

 

MBZ ha però avuto un ruolo chiave anche riguardo la successione al trono nella vicina Arabia Saudita, promuovendo la figura di Mohammed Bin Salman. Pur forte dell’appoggio di MBZ, il Principe ereditario saudita sta cercando di consolidare il proprio potere anche attraverso il controllo della sfera religiosa. Secondo il Washington Post, l’approccio tradizionale di Riyadh verso le figure religiose critiche è sempre stato basato su una strategia di cooptazione alternata alla repressione. Con MBS invece l’atteggiamento è cambiato: ogni voce critica viene messa a tacere e anche le figure considerate vicine alla casa regnante – come l’ex imam della Grande Moschea della Mecca – sono state colpite da provvedimenti punitivi. Non si tratta più dunque di promuovere un Islam moderato – come spesso descritto da MBS – e di contenere visioni radicali, ma di rafforzare il controllo su ogni possibile fonte di dissenso.

 

Se in termini di politica interna l’Arabia Saudita si è concentrata sulla riforma del discorso religioso e sul progetto Vision 2030, a livello regionale il Regno si è mosso per affermarsi come guida di un’alleanza di Stati arabi. In realtà, come evidenziato su Foreign Policy, l’alleanza è meno solida di quanto potrebbe sembrare. L’Egitto si è ritirato, per esempio, dalla cosiddetta NATO dei Paesi arabi, infastidito dall’atteggiamento di Riyadh. Arabia Saudita ed Emirati hanno visioni diverse circa il futuro dello Yemen. Si registrano tensioni anche fra i componenti della federazione emiratina, in particolare con Dubai che si sente danneggiata dalle politiche regionali perseguite da Abu Dhabi, come sottolineato anche in questo articolo di Le Monde. Infine, il Bahrein, così come Dubai, rimane scettico in merito al blocco imposto ai danni del Qatar.

 

Proprio sulla questione qatariota che si concentra Cole Altom su Geopolitcal Futures. A due anni dall’inizio del blocco, si registrano risultati contrastanti. Da un lato, il Qatar ha effettivamente sofferto economicamente. Dall’altro però Doha non si è arresa alle richieste di Riyadh e Abu Dhabi, che avevano sottovalutato tre fattori: il ridimensionamento del supporto di Washington al blocco, la grande ricchezza del Qatar e le rinnovate relazioni fra Doha e Ankara, anche in virtù dell’appoggio che i due Paesi offrono ai Fratelli musulmani.

 

Quale futuro attendersi dunque per il Gulf Cooperation Council? Secondo Kristian Ulrichsen, i meeting di fine maggio a Riyadh a cui ha partecipato anche il Qatar sono sintomatici di un trend che si sta progressivamente affermando nel Golfo. Mentre lo stallo a livello politico è ancora in essere, i Paesi, grazie al rapporto comune con gli Stati Uniti, hanno iniziato ad adottare soluzioni pragmatiche. La cooperazione si limita a questioni tecniche e settoriali, trascurando le divergenze politiche e la reciproca sfiducia.

 

 

Scontri fra militari e manifestanti in Sudan

 

In Sudan, le preghiere per l’Eid al-Fitr si sono presto trasformate nell’occasione per protestare contro la giunta militare guidata da Abdel-Fattah Burahn. Migliaia di fedeli hanno invocato «libertà, pace, giustizia e un governo civile per il popolo».

 

La scintilla che ha infiammato la folla è la decisione del governo militare di indire l’Eid al-Fitr per la giornata di mercoledì, mentre la popolazione era pronta a celebrare la festività di fine Ramadan già martedì. Il tema è solo all’apparenza irrilevante. La decisione di festeggiare in un particolare giorno in base alle fasi lunari riflette spesso orientamenti geopolitici e interessi nazionali, come evidenzia il Sydney Morning Herald.

 

Le proteste nascondono però un malessere più profondo, riconducibile alla percezione dei manifestanti che i militari abbiano sfruttato i moti per rimuovere al-Bashir, per poi instaurare lo stesso regime con figure diverse. Il sito Liberation parla apertamente di «controrivoluzione». I negoziatiper la creazione di un governo di transizione che coinvolga anche i civili non hanno dato i frutti sperati, arenandosi a metà maggio su pressione delle forze armate. E così sono riprese le proteste.

 

Gli aiuti economici, quantificati in 3 miliardi di $, da parte di Emirati e Arabia Saudita mirerebbero appunto a prevenire una Primavera Araba 2.0, garantendo stabilità nella regione ed evitando l’infiltrazione di forze islamiste. Secondo il sito vicino a Doha Middle East Eye, Riyadh avrebbe dato il via libera ad attaccare i manifestanti riuniti davanti al palazzo presidenziale.

 

I militari hanno però già usato il pugno di ferro, aiutati dalle Forze di Supporto Rapido, note anche come janjaweed. A capo dei gruppi armati vi è il braccio destro di Burhan, Mohamed Hamdan, conosciuto come Hemeti e tristemente famoso per le violenze compiute in Darfur, come già riportava Foreign Policy tre settimane fa e come è stato ripreso da un breve articolo del Soufan Center.

 

Il bilancio delle vittime si è aggravato di giorno in giorno: lunedì si parlava di 17 vittime, martedì Human Rights Watch contava 35 morti, mercoledì il numero si assestava intorno ai 70 e infine giovedì il bilancio era salito a oltre 100, in seguito al ritrovamento di 40 cadaveri gettati dai paramilitari nel Nilo, come riporta la CNN.

 

Come ricostruisce il Los Angeles Times, la violenta repressione ha spinto la giunta militare a dichiarare la formazione unilaterale di un governo ad interim, promettendo comunque elezioni fra sette o nove mesi. La mossa è stata d’altra parte prontamente rifiutata dai manifestanti e dall’Associazione dei Professionisti Sudanesi a capo della rivolta. Essi richiedono sempre un governo civile di transizione dalla durata di tre anni, temendo che elezioni anticipate mentre sono al potere i militari possano rafforzare solo l’esercito e indebolire irreversibilmente la società civile.

 

 

IN BREVE

 

Kuwait: alcuni gruppi islamisti si oppongono al progetto di una nuova città costruita con finanziamenti cinesi. Lo riporta Al Monitor.

 

Oman: di fronte alle ambizioni saudo-emiratine e alle crescenti tensioni nel Golfo sulla questione iraniana, l’Arab Gulf States Institute in Washington analizza l’atteggiamento di mediazione adottato da Muscat.

 

Emirati: secondo le prime indagini, il responsabile dell’attacco del 12 maggio a quattro petroliere al largo di Fujairah sarebbe «un attore statale», un riferimento abbastanza chiaro all’Iran.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

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