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Focus attualità

Le elezioni a Istanbul: vince l’opposizione

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 28/06/2019 16:30:50

Lo scorso 31 marzo si erano tenute le elezioni amministrative in Turchia. Se in termini assoluti il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) di Recep Tayyip Erdogan si era confermato prima forza del Paese, la tornata elettorale aveva fatto registrare la sconfitta dell’AKP a Istanbul, dove l’attuale presidente era stato due volte sindaco. L’elevato valore simbolico della città e il margine risicato (circa 14.000 voti) con cui il candidato del Partito Popolare Repubblicano (CHP), Ekrem Imamoglu, si era imposto sullo sfidante dell’AKP ed ex Premier Binali Yıldırım avevano spinto l’AKP a chiedere un riconteggio dei voti. Ulteriori reclami circa l’operazione, inoltrati alla commissione elettorale turca, avevano infine portato all’annullamento del voto.

 

La seconda campagna elettorale, ricostruita su Foreign Affairs, aveva così visto l’adozione da parte dell’AKP di parte del programma del CHP: riduzione del costo dei trasporti, incentivi economici e creazione di nuovi posti di lavoro. Accanto a queste promesse non erano però scomparse le svariate accuse già mosse in precedenza a Imamoglu con l’obiettivo di screditarlo agli occhi dell’opinione pubblica: la vicinanza a Fetullah Gulen, i legami con il PKK e addirittura le sue origini greche. In più, a destare preoccupazione sulla democraticità della seconda tornata elettorale è il controllo esercitato dall’AKP su numerosi organi di informazioni, sul comitato elettorale e su molti ministeri; un elemento già messo in risalto nell’intervista rilasciataci da Mustafa Akyol.

 

Il secondo voto di domenica ha però riconfermato la volontà popolare di fine marzo, evidenziando come l’opposizione sia in grado di fornire un’alternativa allo status quo. Anzi, Imamoglu è riuscito ad aumentare addirittura i consensi, assicurandosi il 54% dei voti e accrescendo lo scarto con Yıldırım, che alla fine ha raggiunto i 770.000 voti.

 

D’altra parte, le maggiori sfide cominciano ora. Oltre alle 25 municipalità di Istanbul in mano all’AKP sulle 39 totali, Imamoglu dovrà confrontarsi con apparato statale largamente controllato da Erdogan. Come riportato dal Council on Foreign Relations, è probabile che il Presidente turco sfrutti i propri poteri per limitare le finanze a disposizione dell’amministrazione di Istanbul e faccia di tutto per evitare che la nuova giunta scopra illeciti passati o relazioni con gruppi islamisti radicali. Da escludere per il momento è la possibilità di un ricorso alla magistratura per bloccare l’operato del nuovo sindaco.

 

L’esito delle elezioni ha ovviamente suscitato reazioni diverse nell’AKP e nel CHP. Il partito di Imamoglu, come ricostruito dal quotidiano turco Hurriyet, ha esplicitamente parlato di vittoria della democrazia e della Repubblica turca, mostrando il forte spirito nazionalista alla base del CHP. Il leader del partito, Kemal Kilicdaroglu, ha inoltre sottolineato come il voto di Istanbul abbia mostrato due aspetti del popolo turco: la volontà di difendere Imamoglu e il desiderio di un Presidente super partes.

 

Al contrario, il partito di Erdogan ha riunito il Comitato Esecutivo Centrale (MYK) ad Ankara per analizzare la sconfitta. Secondo quanto riportato da Daily Sabah, i vicepresidenti del partito Ali İhsan Yavuz and Mahir Ünal hanno ribadito la fiducia nell’Alleanza del Popolo (Cumhur Ittifaki), la coalizione guidata dall’AKP e appoggiata dall’MHP di Bahceli. Nonostante la sconfitta, dice il portavoce Ömer Çelik, le elezioni sono state una vittoria per la democrazia e il futuro prossimo verrà sfruttato nel modo migliore, anche attraverso un rinnovamento del partito.

 

Oltre al CHP, il partito di Erdogan rischia di doversi confrontare con un nuovo soggetto politico riformista, guidato dall’ex uomo di fiducia del Presidente Ahmet Davotoglu, pronto a sfruttare la debolezza dell’AKP. Nonostante le intenzioni, è difficile immaginarsi un progetto veramente riformista. L’ex Ministro degli esteri (2009-2014) e Premier (2014-2016) ha sempre cercato di promuovere un’agenda islamista, volta a fare della Turchia una potenza regionale e una guida del mondo musulmano. Il profilo di Davotoglu, delineato da Sinan Ciddi e Steven Cook su Politico, è quello di un uomo capace di promuovere il proprio punto di vista, marginalizzando o eliminando chiunque gli si opponga. Abile in politica estera e in stretto contatto con i militari, l’allontanamento da Erdogan nel 2016 è più riconducibile alle ambizioni disattese che a un contrasto ideologico.

 

Se da un lato la vittoria di Imamoglu – ma soprattutto la sconfitta di Erdogan – ha mostrato come la democrazia non sia scomparsa, dall’altro il successo di un partito di ispirazione nazionalista porta con sé alcuni interrogativi sul futuro. Negli attimi successivi alla vittoria di Imamoglu, si sono infatti moltiplicati i tweet in cui i rifugiati siriani in territorio turco erano invitati ad andarsene.

 

La Turchia in Siria

 

La Turchia non ha però solo accolto milioni di rifugiati, ma ha giocato un ruolo attivo nel conflitto in Siria, soprattutto da quando ha lanciato nell’agosto 2016 l’operazione Euphrates Shield. L’azione militare nelle province di Afrin e Idlib e a nord di Aleppo ha permesso ad Ankara di influenzare pesantemente la realtà locale, andando ben oltre l’accordo per il cessate il fuoco negoziato con la Russia.

 

Il Middle East Institute scrive di come la Turchia abbia investito parecchio nella zona. Fra le iniziative troviamo lo stanziamento di 10 milioni di $ per un’autostrada che collega al-Rai al sud della Turchia, la promozione della cooperazione in progetti di sviluppo, l’introduzione della lingua turca nelle scuole, l’emissione di documenti di identità registrati presso l’anagrafe turca, la fornitura di servizi energetici, bancari e postali: tutte attività che arricchiscono aziende turche e che permettono ad Ankara di proiettarsi territorialmente a sud.

 

Questa zona contesa non è però oggetto del desiderio esclusivo della Turchia. Come riporta Fair Observer, l’area è contesa anche dalla Russia, dal governo siriano di Bashar al-Assad, dalle ultime roccaforti ribelli e da Hayat Tahrir al-Sham (HTS).

 

Ed è proprio di questa instabilità che il sedicente Stato Islamico potrà beneficiare. Come sottolineato in un report dell’Institute for the Study of War, la sconfitta territoriale dell’Isis non significa la scomparsa del gruppo, che è al momento impegnato in piccole ma diffuse operazioni di guerriglia contro le Forze Democratiche Siriane (FDS), l’esercito nazionale e HTS. Finché gli Stati Uniti resteranno nel nord est del Paese è difficile un pieno ritorno del Califfato, ma un eventuale ritiro amplierebbe lo spazio di manovra turco, metterebbe in difficoltà le FDS e spalancherebbe le porte alla ricomparsa del gruppo jihadista, che dalla destabilizzazione trarrebbe enorme beneficio.

 

Il pericolo di un ritorno dell’Isis diventa ancora più evidente leggendo le parole di padre Jacques Mourad, monaco di Aleppo rapito nel 2015 dal convento di Mar Elian e tenuto in ostaggio dai miliziani jihadisti per cinque mesi. In un’intervista alla Stampa, padre Mourad racconta del rapimento, del viaggio verso Raqqa, delle torture subite, degli insulti in quanto cristiano e dell’incontro a Palmira con i fedeli della sua parrocchia di Qaryatayn. Fortunatamente il monaco, che ha perdonato i sequestratori, è stato alla fine liberato e la sua comunità è stata graziata «perché [i jihadisti hanno capito che] non abbiamo mai voluto combattere contro di loro».

 

Il fallito golpe in Etiopia

 

L’Etiopia ha vissuto momenti di confusione, quando nei giorni scorsi è stato sventato un colpo di stato. Due omicidi, quelli del Capo di Stato Maggiore Se’are Mekonnen ad Addis Abeba e del governatore dell’Ahmara Ambachew Mekonnen a Bahir Dar, hanno messo in discussione nuovamente la tenuta di un Paese chiave nello scacchiere africano. Insieme a loro, altri due ufficiali sono rimasti vittime del tentato golpe, ordito dal Generale Asamnew Tsige, il cui profilo è stato ricostruito dall’Economist.

 

L’economia del Paese, come evidenziato da ISPI, è infatti in fermento, grazie alle iniziative del Premier Abiy Ahmed. Le promesse di liberalizzazioni nel settore energetico e dei trasporti, di creare 30 parchi industriali entro il 2025 (con un investimento di 1.3 miliardi $) e di privatizzare molte imprese hanno contribuito al rilancio del Paese, forte di una crescita del PIL del 9% annuo. Anche la scena politica sta attraversando una fase delicata di democratizzazione, affiancata da nuove politiche di gender equity e di tutela dei diritti umani, come evidenzia Felix Horne di Human Rights Watch su Foreign Policy.

 

Il Paese deve però ancora affrontare gravi problemi in termini di sicurezza. Ai 3 milioni di sfollati interni, si aggiungono tensioni fra diverse comunità etnichecome i tigrini e gli oromo – e religiose – come quelle fra la maggioranza cristiana e le comunità musulmane. Quanto sta accadendo ad Aksum è un chiaro esempio di questi attriti su base religiosa. Come riporta la BBC, la città, considerata sacra dai cristiani, sarebbe sede dell’Arca dell’Alleanza, conservata nella cattedrale copta di Nostra Signora Maria di Sion. D’altra parte, le comunità musulmane richiedono un luogo in cui pregare, scontrandosi così con i gruppi cristiani locali che vedono nella città una «Mecca del Cristianesimo» da proteggere a tutti i costi.

 

Fede e società: il caso giordano

 

Una ricerca condotta da Arab Barometer per BBC cerca di ritrarre la realtà del mondo arabo indagando gli orientamenti della popolazione su numerose tematiche. Sette di esse sono particolarmente interessanti.

 

  1. Rispetto al 2013 è aumentata in quasi tutti i Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, a eccezione dello Yemen, la percentuale di chi si dichiara non religioso;
  2. Il ruolo della donna nello spazio pubblico è migliorato, mentre resta critica la situazione nell’ambiente domestico;
  3. La percentuale di chi ritiene l’omosessualità accettabile varia dal 5% in Palestina al 26% in Algeria;
  4. A livello regionale, il gradimento per Erdogan è superiore rispetto a Putin e Trump. In Libia, Egitto e Libano è però il Presidente russo a riscuotere maggiori consensi;
  5. Israele è ancora percepita come la minaccia più grande. Per Iraq e Yemen è invece l’Iran a rappresentare il maggior pericolo;
  6. Fra il 20 e il 40% della popolazione pensa di emigrare, soprattutto per ragioni economiche;
  7. La maggior parte di chi vuole emigrare sogna l’Europa. Le preferenze sono elevate anche per il Nord America e il Golfo.

 

Se da un lato la popolazione si dichiara sempre di più non religiosa, dall’altro la fede riveste ancora un ruolo centrale nello spazio pubblico. La Giordania è un chiaro esempio. Nel Paese ha infatti suscitato grande scandalo Jinn, la prima serie Netflix araba ambientata fra Amman e Petra. Lo show racconta la vita di alcuni liceali che sono alle prese con forze soprannaturali. La serie mostra però anche la quotidianità dei ragazzi, fatta di flirt adolescenziali e che contempla addirittura il consumo di alcolici.

 

Molti hanno denunciato la serie per le offese nei confronti della moralità giordana, al punto che l’hashtag #Punish_Jinn ha avuto molto successo su Twitter. Come ricostruisce Al Monitor, un gruppo di attiviste ha firmato un documento in cui viene criticata la superficialità con cui la serie dipinge la realtà giordana. Allo stesso modo, la Procura di Amman ha chiesto all’Unità contro il cybercrimine di attivarsi per far bandire Jinn.

 

La Commissione dei media della Giordania (JMC) ha invece optato per la neutralità, sottolineando come la produzione Netflix non rientri nella propria giurisdizione.

 

Infine, a difesa della serie si sono mossi la Royal Film Commission, che evidenzia come lo spettacolo non abbia alcuna pretesa di veridicità, e il Centro per la Difesa della Libertà dei Giornalisti, che ha ribadito l’importanza della libertà di espressione.

 

IN BREVE

 

Yemen: come annunciato da Saudi Press Agency, le forze speciali saudite hanno catturato Abu Osama al-Muhajer, leader dell’Isis in Yemen.

 

Tunisia: mentre il Presidente Beji Caid Essebsi è ricoverato in gravi condizioni, due attentatori suicidi hanno ucciso un poliziotto e ferito nove persone nei pressi dell’ambasciata francese a Tunisi.

 

Francia: alcune donne sono andate in piscina vestendo un burkini, contravvenendo al divieto che era stato loro imposto.

 

Pakistan: come riporta il Guardian, il Ministro degli esteri pakistano Shah Mahmood Qureshi ha rigettato le accuse di persecuzione ai danni dei cristiani.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

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