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Focus attualità

La situazione dei musulmani sciiti in Malesia

La polizia malese arresta musulmani sciiti [shiawaves_English]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 29/11/2019 11:31:09

In Malesia la comunità musulmana sunnita, che conta circa 20 milioni di persone su una popolazione totale di 32 milioni di abitanti, da lungo convive pacificamente con le minoranze cristiane e induiste. Come però ha riportato il Malay Mail, i musulmani sciiti che abitano il Paese sono stati oggetto di pesanti repressioni da parte delle autorità statali, in particolare durante la festività di Ashura a inizio settembre e nei mesi successivi. Nell’articolo sono ricostruite tre retate contro alcuni gruppi di fedeli, sia malesi che stranieri, che si erano riuniti in luoghi di preghiera o in abitazioni private.

 

Nonostante i fermi dei musulmani sciiti siano durati al massimo 48 ore, la comunità locale si è detta preoccupata di fronte a una tendenza in costante aumento negli ultimi anni, ma iniziata nel 1996 con l’emissione di una fatwa che definisce gli sciiti “devianti”. In Malesia esiste infatti un doppio sistema legale, formato da corti statali e da tribunali islamici, con questi ultimi che si occupano principalmente di questioni di diritto famigliare e religioso. La crescente influenza di questi tribunali sul sistema giudiziario malese si è materializzata a partire dal 2010 in numerose retate contro gli sciiti, che hanno contribuito a diffondere un clima di paura nella comunità sciita malese, e in un’ondata di rapimenti dal 2016 a danno di figure religiose di spicco e attivisti in prima linea per la difesa al diritto alla libertà di culto. Inoltre, i musulmani sciiti malesi rischiano fino a tre anni di reclusione e una pesante sanzione economica per la semplice professione di una fede che viene definita pericolosa per l’ordine sociale.

 

L’uso della violenza in Egitto

 

Nella giornata di domenica le forze di sicurezza egiziane sono entrate con la forza nella redazione di Mada Masr, un sito egiziano di informazione indipendente. Durante il raid sono stati arrestati tre giornalisti, Lina Attalah, Mohamed Hamama e Rana Mamdouh, dopo che sabato era già stato prelevato da casa l’editor Shady Zalat. Agli eventi, ricostruiti dalla CNN, avrebbero assistito anche due reporter di France 24, interrogati dalla polizia. Durante l’operazione, denunciata anche da Amnesty International, sono stati sequestrati i computer e molti documenti della redazione.

 

Mada Masr era da tempo al centro dell’attenzione per aver denunciato la corruzione e alcune falle al sistema di sicurezza egiziano, ma ad aver spinto le forze di sicurezza a intervenire sarebbe stato un articolo di mercoledì scorso incentrato sulla figura di Mohamed al-Sisi, figlio del Presidente. Il primogenito di Abdel Fattah al-Sisi, già eminenza grigia dell’intelligence egiziana e organizzatore della repressione delle proteste di settembre, sarebbe infatti stato nominato membro della missione diplomatica del Cairo a Mosca. Come evidenziato su The American Prospect, che ha anche ricostruito la carriera del giovane al-Sisi, il Presidente ha cercato di consolidare il proprio potere nell’apparato statale assegnando posizioni chiave ai propri famigliari. Oltre a Mohamed, infatti, anche Hassan e Mustafa, figli del Presidente, hanno ricoperto ruoli rilevanti nella campagna elettorale del 2018 e nell’organizzazione del successivo referendum costituzionale.

 

Eppure, come evidenziato da Jadaliyya, la repressione e il ricorso sistematico alla violenza da parte del regime non sono altro che la riprova della fragilità intrinseca dell’apparato costruito da al-Sisi, che non è stato in grado di istituzionalizzarsi. L’istituzionalizzazione prevederebbe infatti una normalizzazione dei rapporti fra autorità e società civile, che releghi l’uso della forza a extrema ratio. Al contrario, il ricorso a misure repressive è diventato fondamentale non solo per la sopravvivenza, ma anche – e soprattutto – per l’esistenza stessa del regime. Come ha anche riportato Middle East Monitor, citando un report di Amnesty International, tali misure vengono spesso giustificate in un’ottica securitaria: la Corte suprema egiziana ha infatti ampliato la definizione di “terrorismo”, includendo anche attività pacifiche e spingendo di fatto il Paese in quello che viene definito uno “stato di eccezione permanente”. Ne è un esempio quanto accaduto all’attivista cristiano Ramy Kamel, fondatore dell’associazione Maspero Youth Union. Kamel è stato infatti arrestato dopo aver mostrato alcuni video in cui si vedevano le forze di sicurezza egiziane accanirsi contro un gruppo di cristiani nel sud del Paese. Secondo lui, «il governo sta combattendo i suoi avversari e non i terroristi».

 

I militari non svolgono però un ruolo fondamentale solo per la conservazione dello status quo politico. Al contrario, essi hanno assunto una certa rilevanza anche in ambito economico, come evidenziato dal Carnegie. L’esercito egiziano è stato infatti per anni incentivato a impegnarsi in attività economiche, sia per ridurre il bilancio ufficiale della difesa sia per compensare gli alti funzionari di fronte a salari bassi. Dal 2014, però, il coinvolgimento dei militari nell’economia è aumentato considerevolmente, in particolare nelle infrastrutture e a discapito di aziende private. Se da un lato l’esercito può beneficiare di esenzioni fiscali e di una fitta rete di contatti con alti funzionari politici per ottenere concessioni, dall’altro l’economia militare sta danneggiando le aziende private. E se sul breve periodo le conseguenze possono essere marginali, sul lungo periodo l’erosione del settore privato rischia di disincentivare gli investimenti stranieri di cui l’Egitto necessita.

 

Libano: attori politici, società civile e militari

 

Nello scorso weekend i manifestanti libanesi hanno occupato alcune strade importanti intorno a Beirut e nella Valle della Bekaa, dando seguito alle cinque settimane di proteste scoppiate nel Paese dei Cedri. Un momento particolarmente significativo è stato lunedì 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Le donne, in prima fila nelle proteste, hanno sfruttato la ricorrenza per avanzare nuove e vecchie questioni legate ai loro diritti delle donne nella società libanese. Alcuni casi sono messi in evidenza da 7D News. Per esempio, fino al 2014, non vi era alcuna legge che proteggesse le donne dalla violenza domestica e solo nel 2017 è stato modificato – ma non abrogato – un articolo di una legge che prevedeva la possibilità per uno stupratore di sposare la vittima per far cadere l’imputazione. Le donne hanno anche rivendicato maggiori diritti nelle questioni ereditarie e hanno chiesto a gran voce l’introduzione dei matrimoni civili, in modo da poter sposare anche uomini di altre religioni e contribuendo, di fatto, al venir meno del sistema confessionale tanto osteggiato.

 

Negli stessi giorni, però, si sono registrate nuove violenze. Alcuni sostenitori di Hezbollah e Amal si sono coalizzati contro chi era sceso in strada, costringendo le forze di sicurezza a intervenire per placare gli animi. Le differenze fra i membri del Partito di Dio e i manifestanti si possono evincere dagli slogan usati. Come ricostruito da Al Jazeera, mentre questi ultimi intonano canti contro l’intera classe dirigente al potere, i primi si concentrano sull’appartenenza religiosa, gridando «sciiti, sciiti, sciiti».

 

Insieme alle fragili condizioni dell’economia, alla corruzione dilagante e a un’élite arroccata in difesa dei propri privilegi, chi protesta chiede infatti lo smantellamento del sistema confessionale instauratosi a Ta’if alla fine del conflitto civile e del conseguente assetto istituzionale creatosi. Le dimissioni di Hariri e il rifiuto dell’ormai ex Premier di guidare un governo tecnico hanno messo in difficoltà Hezbollah, come si legge in un’analisi del Carnegie. L’essersi affermato sulla scena politica libanese ha spinto paradossalmente il partito-milizia vicino a Teheran a venir identificato come un asse portante di questo assetto che chi protesta vuole rovesciare. Le alternative per Hezbollah sono al momento quattro, a cui corrispondono altrettanti rischi: attendere, con la possibilità di essere escluso da ogni negoziato; formare un governo di coalizione con una larga intesa fra il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, il Presidente Michel Aoun, il portavoce del Parlamento Nabih Berri e il Ministro degli esteri Gebran Bassil, che però sarebbe inviso a gran parte del popolo libanese e verrebbe visto da Washington come una manovra del proxy iraniano per mantenere il potere, con conseguente rischio di regime sanzionatorio; mostrarsi flessibile nella formazione di un nuovo esecutivo, per esempio a guida Samir Khatib; infine, adottare la linea dura e reprimere per quanto possibile le proteste.

 

Come infatti ricordato su The Bulwark, Hezbollah può contare ancora su numerose milizie, un aspetto che non può essere trascurato da qualunque governo esca da questa fase di incertezza. D’altra parte, lo Stato avrebbe i mezzi per esercitare il monopolio sull’uso della forza, considerando gli oltre 70.000 membri dell’esercito. Eppure, andrebbe prima interpretata la posizione delle forze armate in merito alle recenti proteste. Secondo il Carnegie, da un lato il movimento di strada rimane incerto sul ruolo dei militari, passando dall'elogio degli sforzi dei militari alle critiche per il trattamento riservato ai manifestanti e risparmiato ai sostenitori di Hezbollah e Amal. Dall’altro, i leader politici mostrano una crescente frustrazione per l'incapacità – o la non volontà – dei militari di sradicare le manifestazioni. Secondo il think-tank americano, dunque, tre sono le iniziative che l’esercito dovrebbe intraprendere. In primo luogo, deve articolare in modo proattivo certe linee guida strategiche per chiarire il proprio intento. I militari devono poi comunicare in modo chiaro ed efficace le proprie intenzioni. Infine, occorre implementare un sistema che garantisca un certo controllo sull’operato delle forze dell’ordine, affinché, qualora venissero violate le linee guida, si possa intervenire a carico dei responsabili.

 

IN BREVE

 

Algeria: Foreign Affairs ha ricostruito le principali tappe delle manifestazioni, fino alle proteste in vista delle elezioni presidenziali del 12 dicembre.

 

Iraq: il Guardian descrive gli eventi di mercoledì, quando i manifestanti hanno bruciato il consolato iraniano a Najaf.

 

Iran: lo Spiegel racconta le manifestazioni che hanno luogo nella Repubblica Islamica attraverso le testimonianze di chi vi partecipa.

 

Yemen: l’Arabia Saudita ha liberato 128 prigionieri yemeniti. Non è ancora chiaro se fanno parte dei 200 detenuti affiliati agli houthi che Riyadh ha dichiarato di voler liberare nella giornata di martedì.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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