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Focus attualità

La morte di Abu Bakr al-Baghdadi

Abu Bakr al-Baghdadi durante il discorso nella moschea al-Nuri di Mosul [ABACA]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 13/11/2019 11:18:21

Leggi anche: La storia dello Stato Islamico: dalla sua fondazione alla morte del califfo

 

Nella notte fra sabato e domenica, le forze speciali americane hanno condotto un raid – di cui lo U.S. Central Command ha rilasciato un breve video – contro il leader dell’ISIS Abu Bakr al-Baghdadi. L’operazione, ricostruisce Foreign Policy, sarebbe stata lanciata da Erbil nel Kurdistan iracheno e sarebbe il risultato di mesi di attività dell’intelligence americana, coadiuvata da altri fondamentali attori locali. Secondo il generale Mazloum Abdi, comandante delle Syrian Democratic Forces (SDF), la raccolta di informazioni si è protratta per oltre cinque mesi. L’operazione, durata circa quattro ore, si è conclusa con al-Baghdadi che si è fatto esplodere provocando la morte di due dei suoi figli. Parallelamente, l’intelligence delle SDF e le forze americane hanno condotto un raid nei pressi di Ayn al-Bayda contro il portavoce del sedicente Stato Islamico Abu al-Hassan al-Muhajir.

 

Il Presidente Trump ha aggiunto poi nella giornata di martedì che anche il nuovo leader in pectore, di cui non è noto il nome, sarebbe stato eliminato. Già nella giornata di domenica Newsweek, che per primo aveva parlato del raid, aveva evidenziato come ad agosto al-Baghdadi avrebbe nominato Abdullah Qardash come Ministro degli Affari islamici per il sedicente Califfato, nonostante gli organi di comunicazione dell’ISIS non avessero mai confermato né smentito la notizia.

 

Nella ricostruzione pubblicata  da Brookings, al-Baghdadi è descritto come malato, depravato e vizioso. Il linguaggio diventa ancora più crudo quando Trump afferma che il leader dell’ISIS è morto «come un cane e come un codardo. [Al-Baghdadi] ha trascorso i suoi ultimi momenti in assoluta paura, in totale panico, terrorizzato dalle forze americane che si abbattevano su di lui». Trump ringrazia tutte le forze che hanno contribuito all’operazione (Russia, Turchia, Siria, Iraq, curdi e intelligence americano, in quest’ordine) e nota che solo un raid orchestrato dalle migliori forze dell’antiterrorismo potevano decapitare la leadership di un gruppo terroristico «tecnicamente brillante» ed estremamente pericoloso. La retorica impiegata da Trump è in netto contrasto con quella utilizzata da Barack Obama dopo l’uccisione di Osama Bin Laden, anche se, come nota il Time, in entrambi i casi la strategia della Casa Bianca è quella di de-mitizzare i leader di gruppi terroristici eliminati. Nel caso di Bin Laden, per esempio, si era parlato di pornografia rinvenuta nel covo di Abbottabad. Le dichiarazioni del Presidente non fanno riferimento invece ad aspetti materiali, ma alle condizioni di al-Baghdadi: un chiaro tentativo di mostrare il fallimento umano del "califfo" e di conseguenza di disincentivare potenziali nuovi jihadisti.

 

La fine del “califfo” non va però confusa con la fine del Califfato, come ben messo in luce dall’evocativo titolo di un articolo su Foreign Policy: The Conditions That Created ISIS Still Exist (Le condizioni che hanno dato vita all’ISIS esistono ancora). Innanzitutto, l’ideologia sottostante, definita un’unione di islamismo radicale e salafismo jihadista, rappresenta ancora un fattore di mobilitazione. Inoltre, l’establishment religioso, che potrebbe fornire una visione alternativa, spesso è ancora colluso col potere statuale contro cui molti si sono scagliati, soprattutto dal 2011. Infine, la regione è ancora profondamente attraversata da forze destabilizzanti, che forniscono un terreno fertile per le organizzazioni terroristiche.

 

Proprio per questo i prossimi mesi saranno decisivi, scrive Hassan Hassan sul New York Times. Dopo aver messo a confronto al-Baghdadi con Bin Laden, l’autore mette in luce le difficoltà dell’ISIS dopo la morte del suo leader. Da un lato, essa colpisce il sedicente Stato Islamico in un momento di particolare difficoltà. Anche per Gilles Kepel, intervistato da Vatican News, il “califfo” era ormai «un ologramma […] che non aveva più la capacità di dirigere le truppe». Dall’altro, però, le perdite di Abu Musab al-Zarqawi nel 2006 e di Abu Ayyub al-Masri nel 2010 non hanno distrutto il gruppo, ma paradossalmente lo hanno reso più resiliente, spingendolo a modificare strategie e tattiche. Gli Stati Uniti, secondo Hassan, devono ora continuare la campagna contro il terrorismo jihadista. E per farlo l’unico modo sarebbe quello di garantire, almeno fino a quando la Siria non sarà più stabile, la presenza di truppe americane sul terreno per addestrare forze locali e per prevenire nuovi attacchi.

 

È infatti la Siria la zona in cui è più probabile un ritorno dell'Isis, anche alla luce degli eventi delle ultime settimane – raccontati dal New York Timesche hanno ridisegnato la geografia politica del Paese. Chatham House si concentra in particolare su due aree. Innanzitutto, la destabilizzazione e il ritiro delle forze curde causati dalle operazioni militari turche nel nord est del Paese offre un’opportunità per le cellule dormienti dello Stato Islamico di condurre nuovi attacchi, in particolare contro le forze di Damasco e Mosca. La seconda zona a cui prestare attenzione è Idlib. Al momento del raid, al-Baghdadi si trovava infatti inaspettatamente a Barisha, a 5km dal confine turco e a 40km a nord di Idlib, in una zona in cui è diffuso Hay'at Tahrir al-Sham (HTS), una formazione invisa all’ISIS. A dare rifugio ad al-Baghdadi sarebbero stati alcuni membri di Hurras al-Din, un gruppo jihadista vicino a HTS che però avrebbe offerto riparo al leader del sedicente Califfato.

 

Nuovi (e vecchi) dibatti nell’Islam di Francia

 

Nella giornata di lunedì, un 84enne francese ha provato prima a incendiare la moschea di Bayonne e, una volta fermato, ha sparato contro due persone, ferendole gravemente. In seguito al fatto, il Consiglio francese del culto musulmano (CFCM) si è riunito eccezionalmente nella giornata di martedì, dopo aver incontrato all’Eliseo il Presidente Macron. Come ricostruito da La Croix, dopo aver fermamente condannato l’episodio di Bayonne, i principali punti della dichiarazione conclusiva sono stati due.

 

In primo luogo, è stata fatta una riflessione sui segni della radicalizzazione religiosa, invitando a concentrarsi sulle interpretazioni errate del Testo e sulle dichiarazioni violente, piuttosto che sulle “scorciatoie” (Le Monde, chiaro riferimento alle dichiarazioni del Ministro dell’interno Cristophe Castaner che vedeva nella barba lunga e nella preghiera chiari segnali di pericolosità). Nel suo comunicato, il CFCM ha anche proposto l’integrazione di murshidīn e murshidāt nel Consiglio.

 

Una seconda questione è quella del velo, che emerge nuovamente negli stessi giorni in cui il Senato ha approvato una disposizione che vieta l’utilizzo di simboli religiosi da parte dei genitori che accompagnano i figli in gita. Il CFCM ha ricordato che l'uso del velo è sì una prescrizione religiosa, ma che quelli che hanno deciso di emanciparsi da esso non sono meno musulmani. D’altra parte, i continui attacchi allo hijab rischiano di coalizzare le comunità musulmane, innestandosi in quella che Ghaleb Bencheick, Presidente della Fondazione dell’Islam di Francia, ha definito «una logica del “noi” contro “loro” che [testimonia] una nazione fratturata».

 

Mohamed Kacimi su Libération, dopo aver mostrato i significati che il velo ha assunto dall’epoca pagana a quella cristiana fino all’avvento dell’Islam, si concentra sulla rinnovata dimensione simbolica che lo hijab ha assunto: non più appartenenza religiosa, ma segno di ribellione manifestato nelle società occidentali. Secondo questa prospettiva, ogni legge volta a bandire il velo non farebbe che rinvigorire le ragioni che hanno portato a indossarlo. La soluzione? Per Kacimi, la Francia dovrebbe “allargare” e ripensare la propria società.

 

Le dimissioni di Saad Hariri in Libano

 

Martedì, dopo dodici giorni di proteste, il Primo ministro libanese Saad Hariri ha rassegnato le dimissioni. Prima di recarsi a palazzo Baabda dal Presidente Michel Aoun, ha dichiarato che il suo passo indietro è volto a garantire «la stabilità e la sicurezza del Paese» e che è dovuto all’aver raggiunto un «vicolo cieco». Come sottolineato da Al-Jazeera, il Presidente Aoun ha comunque chiesto ad Hariri di mantenere il proprio ruolo ad interim, fino all’avvio delle consultazioni – non ancora annunciato – e alla nomina di un nuovo Premier. Se la piazza continua a chiedere un governo puramente tecnico, alcune figure vicine all’ex Primo ministro hanno rivelato a Reuters che le intenzioni di Hariri sarebbero quelle di guidare un nuovo esecutivo, che includa tecnici e politici.

 

Nonostante le dimissioni non segnino la fine delle proteste, il Paese inizia a sbloccarsi. Le strade principali sono state riaperte mercoledì e le banche – chiuse dall’inizio delle proteste – riapriranno venerdì. Eppure, come nota Bloomberg, alcuni economisti locali hanno avvertito circa la necessità di imporre restrizioni formali sulla circolazione di denaro contante e di implementare politiche di controllo del capitale per evitare lo spostamento di fondi all’estero.

 

Va infine notato che il malcontento dei manifestanti è frutto di diverse cause accumulatesi nel tempo. Tre crisi di lungo corso (quella energetica, quella della gestione dei rifiuti e quella dei rifugiati siriani), insieme a una certa sofferenza socioeconomica legata alle politiche di austerità, hanno contribuito pesantemente al malessere popolare. Prima di analizzare i possibili scenari futuri, Eugenio Dacrema scrive per ISPI che «è però importante sottolineare due grandi rotture col passato: la fine dell’egemonie culturali esercitate da Hezbollah e da Michel Aoun, rispettivamente sulla popolazione sciita e sulla quella cristiana […] e la solidarietà intra-nazionale senza precedenti».

 

Le proteste in Iraq

 

Anche l’Iraq è attraversato da proteste popolari che durano ormai da oltre un mese. In questo caso però le forze di sicurezza del Paese hanno reagito in modo violento. Secondo l’Independent, le vittime sarebbero oltre 250

 

Come evidenzia l’Economist, un primo passo, non decisivo ma necessario, per la risoluzione della crisi sarebbe rappresentato dalle dimissioni del Premier Adel Abdul-Mahdi, nominato dopo un processo lungo diversi mesi e in seguito al compromesso fra il potente chierico sciita Muqtada al-Sadr e il leader dell’Organizzazione Badr Hadi al-Amiri. Ora però al-Sadr ha esplicitamente revocato il proprio supporto a Mahdi e ha invitato al-Amiri a fare altrettanto, privando il Premier, già delegittimato dalla popolazione, del necessario supporto politico.

 

IN BREVE

 

Yemen: Associated Press ha dedicato un approfondimento alle violenze subite in Yemen dai migranti che dal Corno d’Africa vanno nei Paesi ricchi del Golfo.

 

Armenia: la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha riconosciuto come “genocidio” il massacro degli armeni da parte delle truppe ottomane nel 1915.

 

Arabia Saudita: il Guardian si concentra su presenze e assenze alla cosiddetta “Davos del deserto”, un anno dopo l’omicidio Khashoggi.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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