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I musulmani in Gran Bretagna dopo Brexit

Una donna musulmana alla fermata della metro londinese di Aldgate [Roberto Trombetta - Flickr]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 20/12/2019 13:54:27

Durante un dibattito televisivo della settimana scorsa, il candidato laburista Jeremy Corbyn e quello conservatore Boris Johnson hanno identificato rispettivamente nell’antisemitismo e nell’islamofobia i principali elementi che hanno contribuito ad alimentare discorsi d’odio nella politica d’Oltremanica. Come ricostruito da Foreign Policy, i crimini di odio denunciati contro la comunità ebraica in Inghilterra e Galles sono raddoppiati nel 2018 rispetto all’anno precedente (1.326 in confronto a 672). Nello stesso periodo, i crimini di odio contro i musulmani sono quasi triplicati, raggiungendo l’enorme cifra di 3.530, dopo che si era già registrato un aumento del 30% nel 2017 rispetto al 2016. I dieci crimini contro i musulmani che si contano ogni giorno rappresentano quasi la metà di tutti quelli commessi contro gruppi religiosi nel Regno Unito.

 

Il problema dunque non si riscontra solo nel partito conservatore e nel suo elettorato, il cui 60% si è mostrato preoccupato per la sfida che l’Islam pone allo stile di vita britannico,  ma è ampiamente diffuso nella società. Eppure, la retorica impiegata dai Tories è solo uno dei tre fattori che ha contribuito alla sempre maggiore diffusione e alla crescente accettabilità di discorsi islamofobi. Il secondo fattore è l’esistenza di una rete ben documentata il cui scopo è problematizzare la presenza musulmana in Occidente, come già provato nel 2015 da un rapporto del Center for American Progress. Infine, molti analisti e opinionisti hanno affrontato la questione solo superficialmente; e spesso la denuncia di un clima d’odio diffuso è stata percepita come una mancata comprensione delle priorità del Paese.

 

In seguito alla vittoria dei conservatori, non si è fatta di conseguenza attendere la presa di posizione del Muslim Council of Britain, a cui il sito filo-qatariota Middle East Eye ha dato ampio spazio, riportando le parole del presidente Harun Khan che ha parlato di “islamofobia pronta per governare”. Il sito Al Bawaba ha anche raccolto le dichiarazioni di Sayeeda Warsi, ex ministro nel governo Cameron e musulmana, secondo cui il Partito conservatore “deve iniziare a curare i suoi rapporti con i musulmani britannici”.

 

L’India e la legge che penalizza i musulmani

Non si placano le proteste in India dopo l’approvazione di un progetto di legge che stabilisce i criteri per l’ottenimento della cittadinanza, noto con la sigla CAB (Citizen Amendment Bill). La proposta garantirebbe la cittadinanza indiana a chiunque sia perseguitato in Bangladesh, Pakistan e Afghanistan, purché non musulmano. Al Jazeera ha ricostruito gli ultimi eventi, dalle manifestazioni, poi represse dalla polizia, degli studenti della Jamia Millia Islamia di Delhi e della Aligarh Muslim University nell’Uttar Pradesh, alle dichiarazioni a sostegno del CAB di Narendra Modi, fino alla diffusione delle manifestazioni riottose in altre aree. A tal proposito, Reuters ha dedicato un articolo a quanto successo nel Bengala Occidentale, dove fino a martedì i manifestanti hanno lanciato sassi e bombe incendiarie contro le forze dell’ordine.

 

Un ulteriore centro nevralgico delle proteste è stato la regione dell’Assam, dove decine di migliaia di persone sono scese in strada contro il CAB e in opposizione all’NRC (National Register of Citizens), uno strumento volto a identificare e allontanare gli immigrati irregolari presenti nello Stato. Le proteste nell’Assam sono però diverse da quelle presenti nel resto del Paese per due motivi. Il primo aspetto, come messo in luce su The Conversation, riguarda l’NRC. Per provare la propria nazionalità e non rischiare di diventare cittadini senza Stato è infatti necessario produrre un’ampia documentazione, fra cui gli attestati di residenza fino al 1971. Ciò rappresenta un ostacolo per gran parte della popolazione, povera e con un basso livello di istruzione. Inoltre, rivolgersi a rappresentanti legali può costare 1000 rupie (15 euro), una cifra importante per queste persone. Per ovviare a queste difficoltà sono nate alcune reti informali di supporto, sia per la produzione dei documenti necessari che per l’eventuale appello in caso di esclusione dal registro. Il secondo aspetto, invece, rimanda al CAB. L’Economic Times ripercorre le tappe che hanno portato alla formazione di una vera e propria identità assamese, che mal si concilia con le politiche identitarie di Modi. Molti cittadini locali ritengono fondamentale che la provincia sia organizzata sulla base della lingua e della cultura assamese: l’arrivo di immigrati bengalesi, con le loro abitudini e il loro linguaggio, rappresenta pertanto una minaccia esistenziale alla comunità assamese. The Print ha raccolto le opinioni di un giovane 24enne musulmano della regione. In questo articolo emerge chiaramente che il timore maggiore non risiede nella negazione della sua fede, ma nel rischio di una diluizione dell’identità assamese.

 

Le politiche di nazionalismo induista di Modi hanno infatti preso di mira tutte quelle che erano percepite come identità concorrenti. La retorica anti-islamica e la demonizzazione delle comunità musulmane hanno rafforzato e sono state irrobustite dall’ascesa al potere del Premier, in un circolo vizioso su cui si è concentrato recentemente The New Yorker. Inoltre, per consolidare il proprio potere il governo indiano ha iniziato a bloccare internet, come recentemente avvenuto in altri paesi autoritari. Come sottolineato dal New York Times, sono 93 le volte in cui internet è stato disattivato nell’ultimo anno. I blocchi hanno colpito le regioni dell’Assam, Meghalaya, Tripura, Bengala Occidentale, Uttar Pradesh e Kashmir, dove l’accesso a internet è bloccato dal 5 agosto. Se le autorità giustificano i blocchi in nome della sicurezza e della volontà di limitare la diffusione di false informazioni, i manifestanti ritengono che le misure servano a evitare la diffusione di informazioni sulle violenze perpetrate dalle forze dell’ordine.

 

Di fronte a questa escalation, gli Stati Uniti non si sono apertamente schierati contro quanto fatto dal governo Modi. Come si legge sul New York Times, il silenzio del Segretario di Stato Mike Pompeo e dell’ambasciatore del dipartimento di Stato per la libertà religiosa Sam Brownback sarebbe motivato da tre interessi che il governo di Washington ha nei confronti dell’India: il commercio, la difesa e l’equilibrio nella regione indo-pacifica. Proprio in merito a quest’ultimo aspetto, l’India rappresenterebbe infatti un alleato chiave per limitare le ambizioni russe e cinesi nell’area.

 

Una nuova conferenza islamica in Malesia

I leader di alcuni dei più popolosi Paesi a maggioranza musulmana del mondo si sono incontrati giovedì in Malesia. A presiedere all’incontro, a cui hanno partecipato 250 rappresentanti stranieri fra i quali il Presidente iraniano Hassan Rouhani, il capo di Stato turco Recep Tayyip Erdogan e l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani, è stato il Premier malese Mahathir Mohamad.

 

Samsudin Osman, Segretario del vertice, ha affermato che l’evento vuole trattare la difficile situazione dei musulmani e ha anche rigettato le accuse di chi vedeva nella conferenza di Kuala Lumpur un tentativo di creare un organismo alternativo all’Organizzazione di Cooperazione Islamica (OIC). Come evidenzia Al Jazeera, l’incontro intende trattare cinque tematiche: la crisi dei 730.000 rifugiati rohingya, la detenzione di milioni di uiguri nella regione cinese dello Xinjiang, la guerra in Yemen, le disparità di genere nell’educazione e nel mondo del lavoro, particolarmente pronunciate nei Paesi a maggioranza musulmana, e infine le disuguaglianze economiche.

 

Reuters riporta però alcune notevoli defezioni. In primo luogo, vi è l’Arabia Saudita, infastidita dalla mancata partecipazione della società petrolifera statale malesiana Petronas all’offerta pubblica iniziale di Aramco. A questo si somma il timore che l’iniziativa, a cui hanno aderito Paesi in contrasto più o meno marcato col Regno, possa rappresentare un’alternativa all’OIC con sede a Jeddah. È mancata anche l’Indonesia, rappresentata dal vicepresidente Ma’ruf Amin, assente ufficialmente per motivi di salute. Era assente infine il Pakistan, dopo che il Premier Imran Khan avrebbe subito pressioni da parte di Riyadh in seguito alle sue aperture negli ultimi anni alla Turchia e al Qatar. Come analizza Asia Times, la decisione del Pakistan, uno dei primi promotori dell’incontro, sarebbe legata alla necessità di ingenti aiuti economici e di prestiti; una necessità a cui l’Arabia Saudita potrebbe rispondere.

 

IN BREVE

Libano: Hassan Diab, professore universitario ed ex ministro dell'istruzione, è stato nominato Primo Ministro.

 

Pakistan: il 76enne ex Primo Ministro pakistano Pervez Musharraf, attualmente a Dubai per cure mediche, è stato condannato a morte per alto tradimento in seguito alle accuse di aver modificato la costituzione nel 2007.

 

Libia: il Middle East Institute approfondisce i livelli su cui si gioca il conflitto libico, mentre il Carnegie pone l’attenzione sugli attori stranieri coinvolti, con un occhio di riguardo alla Turchia e alla Russia. La posizione dell’Italia è invece oggetto di analisi da parte dell’ISPI.

 

Giordania: il Center for Strategic and International Studies ha analizzato il deterioramento della situazione economica giordana e come questa crisi stia mettendo a dura prova le tradizionali reti di sostegno sociale. 

 

Israele: Human Rights Watch ha pubblicato un report sull’impiego di dure misure militari contro civili palestinesi in Cisgiordania.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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