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Focus attualità

Il ritorno del califfo

Il sedicente califfo dello Stato Islamico Abu Bakr al-Baghdadi nel recente video

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 03/05/2019 16:57:26

Il nuovo video di al-Baghdadi

 

Abu Bakr al-Baghdadi è riapparso in un video di circa 18 minuti per la prima volta dopo quasi cinque anni, quando tenne il famoso discorso alla moschea al-Nuri di Mosul in cui proclamava la nascita del sedicente Califfato. Le immagini, rilasciate nella giornata di lunedì dall’organo di propaganda dell’ISIS al-Furqan, ritraggono un al-Baghdadi invecchiato ma apparentemente in salute, con la barba tinta con l’hennè e un kalashnikov alle spalle, in pieno stile Osama Bin Laden, come sottolinea Michael Hirsh su Foreign Policy. Insieme a lui tre uomini, i cui volti sono stati oscurati. Secondo il Telegraph, che cita il ricercatore iracheno Hisham al-Hashemi, si tratterebbe di tre fedelissimi: il fratello di al-Baghdadi Jumaa, la guardia del corpo Abdullatif al-Jubury e il corriere di fiducia Saud al-Kurdi.

 

Nonostante le tende coprissero i muri per evitare un qualsiasi segno di riconoscimento, vi sono alcuni indizi circa il luogo in cui si troverebbe il Califfo. Come analizzato da Sound and Picture, sono tre gli elementi a cui prestare attenzione. Innanzitutto, il copricapo con cui si presentano i tre sodali di al-Baghdadi è tipico delle regioni orientali della Siria e occidentali dell’Iraq. Allo stesso modo, anche i cuscini e i materassi sono molto diffusi nella stessa zona. Infine, al-Baghdadi appare vestito con indumenti pesanti, che farebbero pensare a un clima rigido, che in questo periodo dell’anno si può incontrare fra Tel Afar e l’area montuosa del Sinjar in Iraq oppure nella zona desertica di al-Shaddadi, a sud di Hasaka, in Siria.

 

Significativa è anche la tempistica, come nota Francesco Petronella su 16 Pagine. Il video, girato probabilmente fra il 12 e il 21 aprile arriva a poca distanza dalla strage di Christchurch e dalla caduta di Baghuz, l’ultima roccaforte di ISIS. Domenica 5 maggio avrà inizio inoltre il Ramadan, un mese che negli ultimi anni ha fatto registrare un aumento del 27% degli attacchi di gruppi jihadisti (+24% se si considera solo ISIS) rispetto agli altri mesi.

 

Per quanto riguarda i contenuti del videomessaggio, ripresi in questo articolo di Lobelog, al-Baghdadi ha affrontato diverse questioni. Ha innanzitutto parlato della caduta di Baghuz, complimentandosi con i combattenti che hanno resistito alle forze curdo-siriane. La perdita del territorio, condizione imprescindibile nel progetto statale di ISIS, non segna però la fine del sogno del Califfato, ma solo una riformulazione della strategia, che si orienta maggiormente verso una guerra di logoramento con un orizzonte temporale più ampio. Ha inoltre colto l’occasione per celebrare la caduta dei “tiranni” Bouteflika in Algeria e al-Bashir in Sudan, spingendo i manifestanti a sfruttare l’occasione per creare una società pienamente islamica. Si è poi espresso sulle recenti elezioni israeliane e sugli attacchi in Sri Lanka, anche se l’audio relativo alla strage di Pasqua sembra essere stato aggiunto in un secondo momento.

 

Secondo Colin Clarke su Foreign Policy, il video ha una duplice funzione tattica. In primo luogo, al-Baghdadi vuole porre fine alle voci su una sua possibile mortee riaffermare la sua leadership. Inoltre, al-Baghdadi ha l’obiettivo di espandere la base dei sostenitori dello Stato Islamico. Dopo aver rinnovato l’invito a combattere contro “i crociati”, il leader dell’ISIS ha infatti ribadito la natura transnazionale del gruppo, accettando il bayʿa (il giuramento di fedeltà) da parte di nuovi gruppi, come in Turchia, Mali e Burkina Faso.

 

Come scrive Ibrahim al-Marashi su Middle East Eye, il messaggio ha dunque tre destinatari principali: i sostenitori, potenziali o attuali, i competitor, come al-Qaeda, e il grande nemico, ovvero gli Stati Uniti e di riflesso tutto il mondo occidentale.

 

Se infatti il Califfato appare territorialmente sconfitto in Siria e in Iraq, come si può apprezzare da questa analisi dell’Institute for the Study of War, il network internazionale che ISIS è riuscito a costruire nel tempo è estremamente attivo. A tal proposito il Financial Times riporta le dichiarazioni di Renske van der Veer, direttore dell’International Centre for Counter-Terrorism, secondo cui «ISIS sta dicendo che ora ha un Califfato globale».

 

Alle periferie del Califfato

 

Se il progetto califfale aveva come epicentro il cosiddetto Syraq, la fine territoriale dell’ISIS ha comportato una sua riorganizzazione, che inizia ad intravedersi in quelle che erano aree periferiche dello Stato Islamico, in particolare il sud-est asiatico e l’Africa sub-sahariana.

 

Oltre ai tristemente noti attentati in Sri Lanka, ISIS ha rivendicato un attacco a Dhaka in Bangladesh, il primo in oltre due anni. Un report dell’Institute For Policy Analysis Of Conflict intitolato The Ongoing Problem of Pro-ISIS Cells in Indonesia e pubblicato il 29 aprile si concentra invece sulla minaccia jihadista in Indonesia, in particolare sul gruppo Jamaah Ansharul Khilafah. Brahma Chellaney, professore di studi strategici al Centre for Policy Research di New Delhi, parla a tal proposito di una diffusione della minaccia jihadista in Asia che va «dalle Filippine all’Indonesia, dalla Malesia all’Uzbekistan», evidenziando inoltre un riposizionamento dell’ISIS all’interno della galassia jihadista sulle tracce di al-Qaeda, non tanto nell’ideologia quanto nelle strategie e nelle tattiche.

 

Il secondo polo a cui prestare attenzione è rappresentato dall’Africa sub-sahariana, dove già da anni sono attivi due fra i più grandi gruppi jihadisti: al-Shabaab, un gruppo qaedista che opera soprattutto in Somalia e che ha colpito nella giornata di lunedì il Kenya, e Boko Haram, dal 2015 alleato con lo Stato Islamico. Oltre alla formazione presente in Nigeria, numerosi gruppi jihadisti hanno fatto la loro comparsa sulla scena africana, al punto che al-Baghdadi ha parlato di una wilaya (provincia) centrafricana. Fra questi gruppi vanno ricordate le Forze Democratiche Alleate (ADF), un gruppo terroristico attivo al confine fra Uganda e Repubblica Democratica del Congo. Come ricostruito sul Defense Post¸ le ADF sono responsabili degli attacchi del 18 aprile contro un commando militare a Kamango e del 21 aprile a Butembo.

 

Si registrano attività di gruppi armati jihadisti anche in Burkina Faso, come riporta La Croix. Dopo l’attacco del 26 aprile in una scuola di Maitaougou in cui sono rimasti uccisi cinque insegnanti, un grave episodio ha avuto luogo in una chiesa protestante di Silgadji. Domenica 28 aprile alcuni uomini armati hanno fatto irruzione nella chiesa e hanno aperto il fuoco sui fedeli, uccidendo il pastore Pierre Ouedraogo, due suoi figli e tre altre persone.

 

Per contrastare la minaccia jihadista le autorità locali avevano in passato avviato l’operazione antiterroristica Otapuano, che ha portato all’arresto di centinaia di combattenti e alla riapertura di circa 200 scuole. I recenti attacchi e le violenze di inizio mese (62 morti, fra cui anche un imam) dimostrano però come i gruppi jihadisti non sembrino essere stati scalfiti dall’iniziativa statale.

 

Gli USA vogliono i Fratelli musulmani nella lista delle organizzazioni terroristiche

 

Se ci si concentra sul Medio Oriente, sembra che la Casa Bianca condivida appieno la linea dei suoi alleati nella regione, identificando due nemici principali: l’Iran, inviso soprattutto a Riyadh, e i Fratelli musulmani, avversati soprattutto da Abu Dhabi e Il Cairo.

 

L’atteggiamento intransigente di Washington contro Teheran, che vede il Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton in prima linea, ha portato all’inclusione dei pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche e alla sospensione definitiva dei waiver, ovvero le deroghe al blocco dell’import di petrolio iraniano. L’irrigidimento delle sanzioni ha come fine implicito un cambio ai vertici della politica iraniana. Tale strumento può funzionare però solo se le richieste sono effettivamente soddisfabili. E questo non è il caso, come mette in luce questo articolo di Foreign Affairs.

 

Un ampio dibattito ha invece suscitato l’indiscrezione secondo la quale gli Stati Uniti vorrebbero inserire i Fratelli musulmani nella lista delle organizzazioni terroristiche. Il movimento-partito, di cui il New York Times ricostruisce le origini e gli sviluppi, è considerato un gruppo terroristico dal presidente egiziano al-Sisi, che meno di un mese fa ha incontrato Donald Trump nella Casa Bianca e che secondo il Washington Post avrebbe influenzato l’orientamento della presidenza americana. I detrattori dei Fratelli sostengono infatti che l’idea di una società islamica sia in contrapposizione allo Stato nazionale e abbia alcune pericolose somiglianze con quanto propagandato da certi gruppi jihadisti (l’attuale leader di al-Qaeda al-Zawahiri era ad esempio un membro della Fratellanza), anche se in realtà l’islamizzazione proposta dal gruppo partirebbe “dal basso” e nella società attuale avrebbe luogo in modo conforme ai processi democratici.

 

L’intenzione di iscrivere i Fratelli nella lista delle Foreign Terrorist Organizations (FTO) non è nuova. Già nel 2017 il presidente Trump si era mosso in questa direzione e già allora molti esperti avevano evidenziato le problematicità della scelta, come Nathan Brown e Michele Dunne per il Carnegie Middle East Center e William McCants e Benjamin Wittes per Lawfare. Se infatti è vero che alcune organizzazioni vicine ai Fratelli, come Hamas, hanno condotto attività terroristiche, molti partiti anche di governo, come Ennahda in Tunisia, sono legate alla Fratellanza.

 

Anche in questa settimana numerosi esperti si sono detti contrari alla decisione. Shadi Hamid, che si occupa di movimenti islamisti per il Brookings’ Center for Middle East Policy, ha registrato un video in cui mette in mostra le inconsistenze e i rischi legati all’inclusione della Fratellanza nelle FTO. Da segnalare anche lo scambio fra Hamid e Thomas Hegghammer, esperto di terrorismo. Al tweet di Hamid secondo cui «nessun esperto di Fratelli Musulmani sarebbe d’accordo con l’inclusione del gruppo [nella lista delle organizzazioni terroristiche, N.d.R]», Hegghammer ha risposto che «non c’è neanche un esperto di terrorismo che sarebbe d’accordo con la decisione», mostrando così una forte convergenza sul tema.

 

Oltre a importanti figure dell’accademia, la decisione, che porterebbe a sanzioni economiche di portata rilevante, ha sollevato perplessità anche nel  Pentagono e ovviamente nelle alte sfere dei Fratelli. In una dichiarazione ufficiale, il gruppo ha ribadito di «rimanere costante nel nostro lavoro in accordo con la nostra posizione moderata e pacifica e con quanto riteniamo essere giusto». Particolarmente critica è però la posizione delle organizzazioni americane più o meno legate alla Fratellanza, come il CAIR (Council on American Islamic Relations), la MAS (Muslim American Society) e l’ICNA (Islamic Circle of North America).

 

L’intenzione non si è ancora tramutata in azione. E comunque il percorso per includere i Fratelli nella lista delle FTO è lungo. Dopo aver raccolto prove del coinvolgimento diretto in attività terroristiche, il Segretario di Stato Mike Pompeo deve consultarsi con il Procuratore generale, il discusso William Barr, e con il Segretario al Tesoro Steven Mnuchin per confermare l’inclusione nelle FTO. Dopodiché il Congresso ha sette giorni per bloccare l’istanza e la Fratellanzaha 30 giorni per fare appello.

 

IN BREVE

 

Arabia Saudita: nonostante le pressioni per intervenire contro l’intolleranza religiosa diffusa nel Regno, il presidente Trump difende le relazioni con i sauditi, sottolineando che versano nelle casse di compagnie americane circa 450 miliardi di dollari all’anno.

 

Libia: secondo il Libyan Observer, il chierico madkhali egiziano Hasan Banna ha promulgato una fatwa che invita a imbracciare le armi per combattere la “guerra dell’Islam” insieme a Khalifa Haftar.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis.

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