Discorso del Presidente della Repubblica libanese, generale Joseph Aoun, ai libanesi dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco con Israele

Ultimo aggiornamento: 27/04/2026 14:44:14

Quando il 28 febbraio 2026 Israele e Stati Uniti attaccano l’Iran, in Libano tutti trattengono il fiato.

Il Paese si sta appena riprendendo da un conflitto devastante, iniziato da Hezbollah nell’ottobre 2023 come “guerra di sostegno” a Hamas, e che, dopo alcuni mesi di relativa calma, ha visto Israele mettere a segno alcuni colpi di grande impatto: l’esplosione radiocomandata, il 17 e 18 settembre 2024, di più di 6.000 cercapersone e walkie-talkie utilizzati come canale di comunicazione tra i membri della milizia sciita, e successivamente l’uccisione, il 27 settembre 2024, del Segretario Generale di Hezbollah, Hasan Nasrallah, considerato uno degli avversari più temibili di Israele per la sua capacità di anticipare le mosse dello Stato ebraico. A seguito di queste sconfitte, Hezbollah deve accettare il cessate il fuoco del 27 novembre 2024, che prevede il disarmo della milizia e il mantenimento delle sole strutture di partito, e non può andare in soccorso del regime di Asad in Siria, che crolla nel giro di una settimana nel dicembre 2024. Come clausola implicita del cessate il fuoco vi è anche l’impegno da parte di Hezbollah a levare il blocco istituzionale che da due anni paralizza il Libano. Così il 9 gennaio 2025 è finalmente eletto un nuovo Presidente della Repubblica, il generale Joseph Aoun, in precedenza capo di Stato maggiore. Secondo la complessa architettura confessionale del sistema libanese il Presidente, cristiano maronita, dà l’incarico di formare il governo al sunnita Nawaf Salam, che ottiene la fiducia l’8 febbraio 2025. Per la prima volta da due anni il Libano ha così un Presidente e un governo.

Ma uno spettro pesa sul Paese dei Cedri. Secondo i termini del cessate il fuoco raggiunto con Israele, Hezbollah si è impegnata a disarmare la propria milizia, ma non ha alcuna intenzione di onorare l’impegno. Israele, che approfittando del cambio di regime siriano ha esteso la sua presenza sulle pendici siriane del monte Hermon e ha occupato alcuni villaggi libanesi di confine, inizia una campagna di attacchi mirati. Malgrado le continue violazioni, un fragile equilibrio resiste, anche durante la “Guerra dei 12 giorni” che oppone Israele e l’Iran dal 13 al 25 giugno 2025. Fino allo scoppio della nuova guerra con coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, il 28 febbraio.

Il 2 marzo 2026 il nuovo segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, dà ordine di sparare alcuni missili contro Israele per vendicare l’uccisione, il giorno prima, della guida suprema iraniana, Ali Khamenei. Gerusalemme non attende altro per lanciare una campagna devastante che nel giro di poco più di un mese fa 3000 morti civili (le perdite di Hezbollah non sono note), distrugge intere zone del sud del Paese, abitato per lo più da sciiti, investe la periferia sud di Beirut, provoca un milione di sfollati interni su 4 milioni di abitanti, e conduce all’occupazione da parte di Israele di una striscia di 8 km di profondità lungo tutto il confine.

Questi risultati disastrosi inducono il presidente Aoun a negoziare un precario cessate il fuoco accettando, per la prima volta da quasi mezzo secolo, di avere contatti diretti con Israele, attraverso i rispettivi ambasciatori a Washington.

In questo discorso Aoun annuncia il cessate il fuoco alla popolazione, difendendosi dalle accuse di “tradimento” rivoltegli da Hezbollah – mai nominato nel discorso, ma chiaramente destinatario delle critiche. Il Presidente libanese dichiara che «la sofferenza non sarà il nostro destino per sempre», perché «tra la morte inutile, gratuita e ciclica con il pretesto delle grandi questioni estere e la vita per la nostra patria e la nostra gente in dignità, libertà e benessere, io e il nostro popolo stiamo con la vita». Le prossime settimane diranno se questo auspicio, ultima speranza per un Paese già sull’orlo del collasso, si realizzerà o se le opposte ambizioni di Israele e di Hezbollah trascineranno il Libano in un nuovo conflitto. (M. D.)

 

17 aprile 2026

 

Figli della patria, mio caro popolo, mi rivolgo a voi oggi in spirito di responsabilità, dal fondo della sofferenza che stiamo tutti vivendo, non con espressioni passeggere, ma con una parola sincera che porta in sé la preoccupazione della patria e il dolore del suo popolo. Il cessate il fuoco che abbiamo concluso è il risultato degli sforzi di tutti. È il frutto dei sacrifici che avete fatto e che hanno ridestato la coscienza del mondo, è il frutto della tenacia di quanti sono restati nelle loro case e nei loro villaggi lungo la linea del fronte e hanno mostrato al mondo che è nostra intenzione rimanere qui dove siamo, che non ce ne andremo qualsiasi cosa accada. È il frutto degli sforzi di quanti hanno dato ospitalità e protezione ai loro concittadini. Ed è il frutto degli enormi sforzi prodigati da tutti i responsabili libanesi, insieme ai nostri fratelli [arabi] e agli amici del Libano nel mondo, sforzi che si sono susseguiti ininterrotti, notte e giorno, con prese di contatto in tutte le direzioni e su molteplici livelli.

Non ci siamo dati pace, non abbiamo avvertito la stanchezza e non abbiamo dubitato un istante che stavamo agendo a ragione e come era nostro dovere fare, nonostante il molto che abbiamo dovuto sopportare. Abbiamo sopportato accuse, insulti, insinuazioni e calunnie sul nostro conto, ma non abbiamo indietreggiato finché è risultato chiaro che avevamo ragione noi e il mondo intero ha visto che quello che abbiamo fatto era la scelta migliore e più giusta.

A questo proposito, rivolgo il mio sentito ringraziamento a tutti quelli che hanno contribuito a raggiungere il cessate il fuoco, a cominciare dal presidente americano, l’amico Donald Trump, per arrivare a tutti gli Stati arabi fratelli, in primis il regno dell’Arabia Saudita. Contiamo sulla loro amicizia per portare a termine quello che abbiamo iniziato ieri e realizzare ciò a cui aspiriamo.

Ora si apre per tutti una nuova fase: dal lavoro per il cessate il fuoco passiamo all’azione per un accordo permanente che preservi i diritti del nostro popolo, l’unità della nostra terra e la sovranità della nostra patria. In questa nuova fase, come in quella che l’ha preceduta, siamo fiduciosi che riusciremo a salvare il Libano. Siamo anche certi che saremo oggetti di ogni forma d’attacco e questo per una semplice ragione, per il fatto cioè che abbiamo restituito al Libano la sua capacità di prendere decisioni in autonomia, per la prima volta da quasi mezzo secolo a questa parte. Oggi lo dichiariamo solennemente a noi stessi: non siamo più una carta in mano ad altri, non siamo più un campo di battaglia per guerre altrui e non lo saremo mai più. Siamo tornati a essere uno Stato che prende decisioni unitarie, le dichiara apertamente e le attua nei fatti e nelle parole, per la vita del suo popolo e il bene dei suoi figli, e per nessun altro scopo.

Vi dico in tutta sincerità e fiducia: questi negoziati non sono una forma di debolezza, non sono un arretramento, non sono uno scendere a patti, ma sono una decisione che scaturisce dalla forza della fede nei nostri diritti, dalla sollecitudine per il nostro popolo, e dalla responsabilità di proteggere la patria con ogni mezzo, e soprattutto dal rifiuto di morire per qualsiasi cosa non sia il Libano. I negoziati non significano e non significheranno mai rinunciare ai diritti, transigere sui principi, o attentare alla sovranità della nostra patria. Migliaia sono i libanesi che abbiamo perduto, e sono figli nostri. Non li dimenticheremo e non permetteremo che da oggi in avanti muoia un solo libanese, non tollereremo che continui l’emorragia di quanti partono, per servire gli interessi di potere degli altri o l’utile delle potenze vicine o lontane.

Tra il suicidio e la prosperità, io e il nostro popolo stiamo con la prosperità e contro il suicidio. Tra gli slogan illusori che distruggono e i passi razionali che costruiscono, io e il mio popolo stiamo con la voce della ragione. Tra la morte inutile, gratuita e ciclica con il pretesto delle grandi questioni estere e la vita per la nostra patria e la nostra gente in dignità, libertà e benessere, io e il nostro popolo stiamo con la vita.

L’ho detto e lo ripeto: sono disposto ad assumermi la piena responsabilità di queste scelte, sono disposto ad andare ovunque sarà necessario per liberare la terra, proteggere la gente, e per la salvezza di questo paese. Il mio compito è uno, chiaro, e definito: salvare questo Paese e il suo popolo, e lo farò, in forza delle mie più profonde convinzioni patriottiche, umane e di fede. Sento che siete con me, nel vostro intimo e apertamente voi siete con me. Nei vostri cuori e nelle vostre menti, voi siete con me, perché so quanti sacrifici avete dovuto sopportare, so che cosa vuol dire perdere i propri cari, la propria casa o il sentimento di sicurezza. Vi dico con sincerità e decisione: questa sofferenza non sarà il nostro destino in eterno. Vi ribadisco, con impegno solenne, che non ci sarà nessun accordo che leda i nostri diritti nazionali, attenti alla dignità del nostro tenace popolo o ceda un granello soltanto della terra di questa patria. Il nostro scopo è chiaro ed esplicito: mettere fine all’aggressione israeliana contro la nostra terra e il nostro popolo, ottenere il ritiro israeliano, dispiegare l’autorità dello Stato su tutto il nostro territorio, tramite le nostre proprie forze autonome, in modo esclusivo, permettere il ritorno dei prigionieri e della gente alle loro case e ai loro villaggi, in sicurezza, libertà e dignità.

Carissimi, la forza di questa patria risiede prima di tutto nella consapevolezza del suo popolo, nella sua unità che si fonda sulla verità, la giustizia e la scelta di vivere insieme secondo i principi del nostro Patto Nazionale. Un solo Stato, a cui sola va la nostra totale lealtà e la nostra appartenenza finale, una sola Costituzione con cui governare, una sola Legge a cui tutti ci sottomettiamo, un solo esercito che ci protegge tutti. Non lasciate che le voci che spargono il dubbio e ci accusano di tradimento seminino la divisione tra di voi. Non fatevi trascinare dietro chi vuole sfruttare i vostri sentimenti per costruire la sua gloria a spese della vostra stabilità. Usate la vostra testa, resistete agli istinti di quelli che vogliono ingannarvi, e abbiate fiducia che quanto facciamo oggi e faremo domani è per la vostra salute e protezione, per una vita libera, degna e sicura, per dare ai vostri figli un futuro più sicuro e stabile, perché non siano semplici numeri votati alla morte ogni tot anni, vittime di un agente esterno, vicino o lontano. Tutti quelli che sono caduti per la patria sono usciti dal nostro cuore prima che dalle vostre case. Con ogni casa demolita è andata distrutta una parte del nostro essere e della nostra memoria. Per questo le ricostruiremo, mano nella mano, più belle di prima. I libanesi sono tutti sulla stessa barca. O la sapremo condurre con saggezza fino a un porto sicuro o la faremo affondare e affonderemo con essa. Nessuno ha il diritto di commettere un tale crimine, non con la scusa di uno slogan né per un istinto suicida, né in forza di una lealtà che non sia verso il Libano e il suo popolo. Vi esorto quest’oggi, in forza dei vostri sacrifici e delle vostre sofferenze, per fedeltà verso quanti sono caduti tra di noi e per onorare la tenacia della nostra gente: aprite i vostri cuori e le vostre menti, non chiudete gli occhi, siate saggi e lungimiranti, non fatevi confondere da slogan intessuti di accuse di tradimento. Le nazioni non si costruiscono con l’istinto, ma con la consapevolezza, l’unità e la fiducia.

Agli sfollati dico: “Tornerete alle vostre case, tornerete ad abitarle, siamo con voi, al vostro fianco e non vi abbandoneremo”. A quanti sono restati nelle loro case nonostante il pericolo dico: “Il vostro sacrificio non andrà perduto, il vigore resterà il vostro tratto distintivo, di cui andiamo fieri”. E a quanti giocano con il destino del Libano e la vita dei libanesi dico: “Basta! Il progetto di costruire lo Stato in Libano è più forte del vostro, è più duraturo, è quello che offre più garanzie a tutti.” E al mondo io dico: “Il Libano non andrà perduto, il suo popolo non morirà, il suo diritto trionferà, il nostro futuro lo plasmeremo secondo la nostra volontà e quella di tutti i libanesi. Viva il mio popolo, viva il Libano!”

 

(traduzione di Martino Diez)