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Le proteste degli universitari a Istanbul

Istanbul, proteste degli studenti contro la nomina del nuovo rettore dell'Università del Bosforo [Gokce Atik - Shutterstock]

Rassegna stampa ragionata sul Medio Oriente e sul mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 05/02/2021 20:19:22

Le proteste degli studenti e professori turchi contro la nomina del nuovo rettore dell’Università del Bosforo da parte di Erdogan si stanno progressivamente trasformando in manifestazioni anti-governative, assumendo un carattere nazionale. Silenziose e ordinate, nel rispetto delle norme di distanziamento vanno ormai avanti da un mese, racconta il New York Times. Anche se tradizionalmente sono i professori dell’università ad eleggere il rettore, a gennaio c’è stata l’imposizione dall’alto di un fedelissimo del partito Giustizia e Sviluppo di Erdogan, Melih Bulu. Studenti e insegnanti temono per il futuro dell’università, che è sempre stata di orientamento liberale. Ma dal 2016, dopo il tentato colpo di stato, il governo è diventato sempre più repressivo nei confronti dell’opposizione, e almeno cinque università del Paese sono state chiuse.

 

La settimana scorsa quattro studenti sono stati arrestati per aver mostrato delle foto della Kaaba con il simbolo dell’arcobaleno LGBTQ. Su Twitter, il primo ministro turco ha definito “deviati” gli studenti che hanno innalzato questi simboli e prontamente la piattaforma ha aggiunto un disclaimer segnalando che il tweet “incita all’odio”.

 

Solo nell’ultima settimana sono stati arrestati 250 studenti a Istanbul e altri 69 ad Ankara, riporta il quotidiano filo-saudita al-sharq al-awsat. Il fatto che siano soprattutto giovani a protestare è significativo: i nati tra la metà degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 in Turchia sono il 39% della popolazione, un dato che si traduce in 5 milioni di nuovi elettori alle prossime elezioni. Questo potrebbe essere un problema per Erdogan, perché i giovani appaiono distanti dalle posizioni del partito del presidente.

 

Lunedì Erdogan ha annunciato di voler modificare la costituzione, causa, a sua detta, dei problemi odierni delle Turchia, perché redatta dai rivoluzionari che portarono a compimento il colpo di Stato del 1982. Erdogan ha poi aggiunto che l’eventuale modifica sarà soggetta a referendum. Tuttavia, secondo diversi analisti questo servirebbe a consolidare la base del sultano prima delle elezioni presidenziali e legislative del 2023, visto che nel 2018 il partito Giustizia e sviluppo non era riuscito a raggiungere una maggioranza assoluta. Erdogan era comunque riuscito a essere eletto grazie alle precedenti modifiche costituzionali, apportate nel 2017.

 

La legge sul “separatismo” islamista in Francia

 

Si continua a parlare di Islam in Francia. Da lunedì l’Assemblea nazionale francese sta discutendo il disegno di legge che, per combattere l’Islam radicale, stringe il controllo sull’istruzione e le associazioni sportive, e introduce delle misure contro l’odio online e contro il «crimine di separatismo». Quest’ultimo, approvato nella serata di giovedì 4 febbraio, prevede «la reclusione di cinque anni per chiunque minacci, violi o intimidisca un funzionario eletto o un agente di servizio pubblico allo scopo di eludere totalmente o parzialmente le regole dei servizi pubblici».

 

Il dibattito ha poi virato anche verso i simboli religiosi. L’articolo 1 del disegno di legge, infatti, vorrebbe imporre l’obbligo di neutralità non solo ai dipendenti pubblici ma anche a chiunque eserciti «una missione di servizio pubblico», spiega Le Monde. Il gruppo dei Repubblicani, il partito di centro-destra, ha proposto di bandire in toto il velo islamico negli spazi pubblici, una misura che sarebbe difficile da giustificare alla luce delle leggi europee che invece garantiscono l’espressione religiosa anche nel modo di abbigliarsi, ricorda La Croix.

 

La discussione in corso sta generando agitazione e apprensioni anche tra le organizzazioni islamiche francesi. Il 18 gennaio, il Consiglio francese del culto musulmano (CFCM) aveva adottato una Carta dei principi per l’Islam in Francia. Tuttavia, alcune organizzazioni che compongono il CFCM hanno deciso di non firmare il documento, che secondo loro presenta alcuni problemi. Tra questi, in primis, il fatto che il testo sia imposto dall’alto e che non abbia coinvolto gli imam. In secondo luogo, lo stesso titolo, che presupporrebbe «una distinzione dell’Islam a livello nazionale». Anche il fatto che il credo religioso e la Costituzione siano stati messi sullo stesso piano pone una serie di interrogativi non da poco per gli imam contrari al documento.

 

Su un altro fronte, invece, altre organizzazioni si battono per la loro sopravvivenza. Dopo la decapitazione dell’insegnante Samuel Paty, avvenuta lo scorso 16 ottobre, il Collettivo contro l’islamofobia in Francia (CCIF) era stato sciolto dal ministro dell’Interno Gérald Darmanin, che aveva parlato dell’associazione come di un «un nemico di la Repubblica» e di «una fucina islamista che non condanna gli attentati». Il CCIF ha chiesto al Consiglio di Stato francese l’annullamento della decisione, che ritengono sia stata dettata da una motivazione politica.

 

Infine, in questo clima di tensione tra la République e le organizzazioni islamiche, alcuni credenti (pochi, sottolinea Le Monde) sentono il bisogno di un ritorno al dialogo interreligioso tra cristiani e musulmani.

 

Cittadinanza emiratina

 

Mercoledì si è celebrata la Giornata Internazionale della Fraternità Umana, che ricorda la prima visita papale negli Emirati Arabi Uniti e la firma del Documento sulla fratellanza umana da parte di Papa Francesco e del Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb. Attraverso gesti come questo gli Emirati puntano a presentarsi come un Paese tollerante e ospitale dei confronti di altre culture e religioni. Sempre in quest’ottica, Abu Dhabi ha aperto all’acquisizione della cittadinanza da parte di determinati gruppi di stranieri, che nel Golfo sono numerosissimi, mentre a godere di un ricco sistema di welfare sono quasi esclusivamente i cittadini. Questa decisione ha generato un dibattito sulla trasmissione della cittadinanza da parte femminile: se una donna emiratina sposa un uomo straniero, infatti, i figli non hanno immediato diritto alla cittadinanza come i figli nati da padri emiratini. A sollevare la questione è stata sheikha Jawaher Al Qasimi, moglie dell’Emiro di Sharjah. Ma la questione è più ampia e riguarda soprattutto il ritorno economico di una eventuale inclusione di alcuni “expat” nel conteggio dei cittadini e l’annoso problema di una popolazione che è composta in stragrande maggioranza da lavoratori stranieri.

 

Tuttavia, gli Emirati presentano anche un volto meno rassicurante, come scrive Le Monde raccontando la storia di Ahmed Mansour. Attivista per i diritti umani, Mansour è stato messo in isolamento nel 2017 per «danno alla reputazione dello Stato», dopo un primo arresto nel 2011 quando l’afflato rivoluzionario della Primavera araba aveva provato ad attecchire anche nella piccola monarchia, ma senza successo.

 

In un paragrafo

 

L’uccisione di Loqman Slim

 

Loqman Slim, intellettuale e attivista libanese, mercoledì è stato trovato morto nella sua auto. Come spiega Lorenzo Trombetta, Slim era originario di una famiglia sciita ma con il suo lavoro si opponeva «al principio del confessionalismo politico, all'identitarismo e all'egemonia culturale e politica di Hezbollah». Secondo alcune fonti è stato assassinato. A dare l’allarme della scomparsa era stata la moglie mercoledì sera. Giovedì il corpo è stato ritrovato con dei fori di pallottola alla testa e alla schiena nel sud del Libano, roccaforte di Hezbollah. «Il Libano non è estraneo agli omicidi politici, avendo già sofferto una serie di uccisioni tra la metà e la fine degli anni 2000. Ma l'omicidio di Slim è particolarmente allarmante, dato che non era un attore politico di primo piano o un personaggio pubblico ben noto», aggiunge infine il Washington Post.

 

Il nuovo volto di HTS

 

Mohammed al-Golani, il capo dell’organizzazione jihadista Hayat Tahrir al-Sham (HTS) recentemente è apparso con il giornalista Martin Smith, in quello che sembra essere un tentativo di ripulire la propria immagine e proporsi non come leader di un gruppo terroristico ma come combattente per la libertà nazionale o addirittura come sindaco, scrive Al Monitor. HTS ha infatti ancora il controllo di Idlib, che amministra come una sorta di regione indipendente, ma è probabile che dietro a questa «campagna di rifacimento delle relazioni pubbliche» ci sia la Turchia, che punta a non far cadere in mano a gruppi ancora più radicali la zona di Idlib.

 

In una frase

 

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I negoziati a Ginevra per formare un governo provvisorio in Libia stanno procedendo, anche se con qualche difficoltà (Libya Observer).

 

Gli uiguri rifugiatisi in Turchia temono che quest’utlima decida di espellerli in cambio del vaccino cinese (Associated Press).

 

In Iraq lo Stato islamico continua a essere una minaccia (La Croix), mentre Al-Qaeda punta a diffondersi in Benin e Costa d’Avorio (Jeune Afrique).

 

La storia di alcune donne yazide che hanno deciso di rimuovere le mine in Iraq (Guardian).

 

La Tunisia presenta il tasso di mortalità da Covid-19 più elevato di tutto il continente africano, e il vaccino tarda ad arrivare (L’Orient-Le Jour).

 

Jeune Afrique propone una serie di approfondimenti sul principe ereditario saudita Mohammad bin Salman.

 

In Turchia l’Islam si è spostato online a causa della pandemia da covid-19 e i chierici indipendenti dimostrano di avere una grande influenza (Rest of the world).

 

In Afghanistan le persone più povere vengono reclutate dal talebani, anche grazie all’aiuto del governo (New York Times).

 

Biden ha detto di voler fermare la vendita delle armi all’Arabia Saudita, ma il rapporto tra gli USA e il Regno è molto complesso (Associated Press).

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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