Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba

Ultimo aggiornamento: 19/03/2024 11:36:55

Il dibattito sull’abbigliamento di ragazze e donne musulmane non è limitato alla Francia o ai Paesi europei. La settimana scorsa il ministero dell’Istruzione egiziano ha stabilito il divieto di indossare il niqab (il velo che copre anche il viso lasciando scoperti solo gli occhi) nelle scuole pubbliche e negli istituti educativi dell’Azhar. Il divieto riguarda le studentesse ma non le insegnanti.

 

Il quotidiano governativo egiziano al-Ahram ha cercato di mostrare la fondatezza di questa decisione ministeriale ripercorrendo brevemente le tappe che hanno condotto a questa decisione. Non è infatti la prima volta che in Egitto viene sollevata la questione del niqab. Negli anni ’90 lo stesso ministero aveva tentato, senza successo, di mettere al bando il velo integrale vietandolo sia alle insegnanti che alle studentesse, adducendo che nascondere il volto impedisce la comunicazione tra le due parti. Nel 2009, il niqab era stato criticato anche dall’allora Grande Imam della moschea di al-Azhar, shaykh Sayyid Tantawi, che aveva spiegato come esso non fosse un capo di abbigliamento imposto dalla religione islamica. Questa presa di posizione gli era costata l’accusa di sostenere l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, che nel frattempo aveva dichiarato guerra al niqab in Francia. Oggi come allora, la decisione del ministero di abolire il niqab nelle scuole ha ricevuto il plauso di alcune personalità dell’Azhar, tra cui Ahmed Karima, professore di Giurisprudenza comparata secondo il quale il velo integrale non è obbligatorio ma è una libera scelta personale. Per il momento invece non c’è stata alcuna reazione da parte del Grande imam Ahmad al-Tayyib.

 

Oltre a proibire il niqab alle studentesse, la norma ministeriale regola anche l’uso dell’hijab, il velo che copre i capelli ma lascia scoperto il viso. Secondo la disposizione, una studentessa può indossare l’hijab a condizione che lo faccia per libera scelta e che il suo tutore ne sia stato informato. Questa parte specifica della norma è stata commentata su al-Masry al-Youm da una giornalista egiziana, Amina Khairy: «Noi tutti sappiamo che, per una bambina, coprire il capo è diventato nella maggior parte dei casi uno sviluppo naturale. Si esce da una fase della vita e si entra in un’altra, e si indossa un “velo” senza alcuna coercizione o pressione, è uno sviluppo naturale. Non si tratta di prendere una decisione, o di un’idea che matura e a cui poi segue una decisione. Peraltro, sono sempre più numerose le bambine che indossano il velo già all’età di sette anni. Io credo che la questione della coercizione e della pressione non sia un problema, perché in Egitto certe mode si sono radicate negli anni ’70 e metterle in discussione oggi non è più consentito». Inoltre, nota l’editorialista, dimostrare l’esistenza di una coercizione non è semplice; al Cairo (non nelle regioni o nei villaggi più remoti!) molte scuole, soprattutto quelle governative, impongono l’uso del velo alle studentesse almeno a partire dalla scuola media. Ma questo avviene in maniera discreta, non documentabile. Può accadere infatti che venga domandato a chi non porta il velo la religione di appartenenza e, a quel punto, la ragazza che si dichiara musulmana si sente automaticamente in dovere di indossare il velo. Quanto al niqab, scrive Khairy, «è una decisione molto importante, […] perché è un segnale che le istituzioni statali potrebbero essere in grado di affermare la natura civile dello Stato». Resta tuttavia la difficoltà di fare rispettare questa norma: può accadere che chi dovrebbe essere preposto al controllo, ovvero l’insegnante, non sia disposta a farlo perché lei stessa indossa il niqab o perché semplicemente non condivide il principio che soggiace alla regola. E conclude con una provocazione che lascia intendere la presenza, nella società egiziana, di un segmento radicale: «Il niqab e altre mode possono riflettere un pensiero corrotto o estremista. Un rapido sguardo alla strada permette, a chi vuole capire, di farsi un’idea delle tendenze “popolari” che prevalgono».

 

Per al-‘Arab, quotidiano vicino alle posizioni emiratine e ostile all’islamismo, vietare il niqab nelle scuole «è il primo passo nell’opposizione ai salafiti». L’ex parlamentare egiziano Muhammad Abu Hamid chiama in causa le istituzioni religiose ufficiali, che dovrebbero fare la loro parte nella battaglia contro il velo integrale perché «il governo non può condurre una battaglia su una questione giurisprudenziale senza avere una copertura religiosa che lo sostenga fornendo prove ed evidenze che confermano l’assenza di un rapporto tra il niqab, la modestia e la sharia». E accusa al-Azhar di affrontare la questione del niqab con «doppi standard»: da un lato essa nega l’esistenza di una relazione tra questo capo d’abbigliamento e la sharia e lo considera una consuetudine, ma dall’altro permette di indossarlo nelle sue facoltà. «Vietare il niqab nelle scuole è un punto centrale per allontanare le nuove generazioni da quell’eredità che continua a santificare consuetudini e comportamenti non previsti dalla sharia, ma ereditati», conclude il testo.

 

Di segno opposto l’articolo pubblicato da al-Quds al-Arabi. L’obbiettivo del governo era colpire i salafiti. Al-Nur, il principale partito salafita egiziano, ha annunciato che si appellerà alla magistratura e al parlamento egiziano perché la decisione «viola la Costituzione e il riferimento alla sharia islamica presente nell’articolo 2, oltre agli articoli che stabiliscono il dovere di preservare la libertà personale». La decisione ministeriale contraddice «molte prove evidenti» (adilla), spiega un rappresentante di al-Nur; gli ulema sono concordi nel ritenere lecito questo capo d’abbigliamento, semmai si dividono sull’obbligatorietà o meno del niqab. Questa disposizione, spiega, è l’ultima di una serie di attacchi, in cui rientra la decisione di rimuovere dai testi scolastici i versetti coranici e gli hadith, le storie dei profeti, dei messaggeri e dei Compagni del Profeta.

 

“Sulle orme del laicismo francese”, ha invece titolato al-Jazeera. Il giornalista egiziano Muhammad ‘Abd al-Shakur si fa beffa del ministro dell’Istruzione, che pensa di risolvere i problemi del sistema scolastico egiziano proibendo alle studentesse di indossare il niqab. Lanciandosi prendere dalle dietrologie, il giornalista nota che la decisione arriva pochi giorni dopo la norma francese che ha messo fuori legge l’abaya nelle scuole. «La Francia ritiene che lo Stato sia laico e che l’hijab, il niqab e l’abaya siano contrari alla laicità; il ministro egiziano dell’Istruzione nello Stato islamico d’Egitto, nonché Paese di al-Azhar, considera forse che anche l’Egitto sia laico al punto da dover vietare il niqab?!» domanda sarcasticamente al-Shakur, aggiungendo che i problemi che da anni affiggono la scuola, tuttavia, restano: il sovraffollamento delle classi, la scarsità di scuole, la carenza di insegnanti, la bassa qualità dell’insegnamento, il problema delle lezioni private cui ricorre chi può permetterselo e il prezzo proibitivo dei testi stranieri.

 

Sulla laicità francese è ritornato anche il politologo ed editorialista egiziano ‘Amr al-Shubaki sul quotidiano panarabo al-Sharq al-Awsat, con un editoriale in cui cerca di spiegare a un pubblico arabo il dibattito francese sulla presenza islamica e sull’applicazione dei principi laici. La Francia, scrive al-Shubaki, è l’unico Paese in Europa che rifiuta di interrompere per un minuto le partite di calcio per consentire ai giocatori musulmani di rompere il digiuno durante il periodo di Ramadan, e questo per «proteggere l’apparenza laica». L’approccio francese «si differenzia dal percorso seguito dai vicini europei: nessuno in Gran Bretagna o in Germania si preoccuperebbe di impedire alle ragazze di entrare a scuola perché indossano un copricapo». Quale sarebbe la soluzione? Per il politologo «non serve che lo Stato diventi un sostenitore delle religioni, ma che dia uno spazio maggiore ai fedeli delle altre religioni, nella fattispecie i musulmani, affinché essi possano esprimere la propria cultura religiosa purché questa non confligga con la Costituzione e la legge e non venga usata dai progetti politici, ciò che senza dubbio sarebbe d’aiuto nel processo di integrazione politica e sociale».  

 

L’alluvione di Derna: Gheddafi non è acqua passata [a cura di Mauro Primavera]

 

A due settimane dalla devastante alluvione in Cirenaica la stampa araba prosegue con l’analisi delle cause e nella caccia al colpevole. In una sostanziale conformità di pareri, l’attenzione si è ampliata a comprendere la situazione generale del Paese.

 

Certamente, osserva al-‘Arabi al-Jadid, il cambiamento climatico risulta l’elemento che sta alla base del disastro, ma non l’unico: «non si tratta solo di cause naturali, qui ci sono anche i risultati della guerra civile, della corruzione e del rifiuto di far partecipare la popolazione allo sviluppo della società. Anche in una Libia divisa in due Stati si sarebbero potuti mitigare gli effetti della tempesta, se soltanto le dighe di Derna fossero state riparate […]. Questa situazione richiede un cambiamento politico globale, un cambiamento delle politiche ambientali in Libia e nel mondo». Al-‘Arabi accusa, infatti, la comunità internazionale e soprattutto le potenze del G20 di essersi disinteressate della crisi climatica responsabile dei disastri naturali; in un altro articolo, la stessa testata contesta ai grandi del mondo di non aver fatto abbastanza per prevenire catastrofi di questo tipo. Il pronto soccorso da solo non basta, se non vi è un coordinamento internazionale per il monitoraggio e per la prevenzione. 

 

Tuttavia il dato più interessante, e che segna una differenza dalle analisi della stampa internazionale, è il continuo riferimento agli errori e alla folle grandeur del colonello Gheddafi, da cui riemerge un passato ingombrante e che sembrava ormai archiviato.

 

Per il quotidiano al-‘Arab, «quando c’era lui, la Libia compariva sulle prime pagine dei giornali, ma non perché era considerata una grande potenza, come poteva sembrare dal nome [“Gran Giamahiriyya Araba Libica Popolare Socialista”], ma perché era vista come uno Stato scomodo […] Gheddafi stesso oscillava tra due personalità distinte, quella dell’amico e quella del nemico, quando si relazionava con gli Stati occidentali che volevano investire sulla sua stupidità, follia e genialità nel commettere sciocchezze. Francia e Italia erano in prima fila, non sorprende che fossero le prime a mettere i loro eserciti al servizio del disegno americano di eliminare il leader libico». Con il crollo della Jamahiriyya nel 2011, accusa il giornale, la comunità internazionale si è dimenticata del Paese. Il quotidiano mostra inoltre preoccupazione per la gestione dei fondi della ricostruzione: «la realtà incontrovertibile è che i libici non hanno più fiducia nei loro decisori politici, siano essi dell’Est o dell’Ovest del Paese. Sanno bene che niente verrà trattato in maniera sistematica, tranne che depredare i fondi pubblici. L’unica lotta esistente è quella per la ricchezza interna ed estera, ed è legata a calcoli e interessi familistici, settari, tribali e regionali. Sono assolutamente convinti che ogni somma di finanziamento destinata per un progetto o per un altro verrà impiegata in maniera disonesta».

 

Anche Al Jazeera rintraccia le cause dell’alluvione nel malgoverno del passato: «Derna e i suoi abitanti hanno pagato l’alto prezzo dell’incuria e della dittatura del colonello Mu‘ammar Gheddafi». Nel corso del Novecento la città è stata un «faro culturale», ma negli anni Novanta «ha sofferto l’infiltrazione del pensiero jihadista nelle menti dei giovani»; Gheddafi l’avrebbe quindi trascurata come gesto di ritorsione per la presenza islamista. Ma le colpe del colonello sono ben più ampie della singola tragedia, come ricorda Al Jazeera: in uno Stato socialista solo di nome e con un leader dalle manie di protagonismo e grandezza, era naturale che l’intero Paese rimanesse sottosviluppato dal punto di vista economico e arretrato su quello culturale. Le poche cose positive del suo governo autoritario – come la costruzione del “Grande Fiume Artificiale” e l’aumento dei salari – sono state realizzate senza una effettiva «rinascita dell’urbanistica e dei servizi». Non manca comunque un riferimento alla guerra civile post-2011, quando si è acceso «lo scontro dell’élite politica e delle “milizie” armate che si sono fronteggiate fin dalla caduta del regime per ottenere il potere e i proventi del petrolio. Tutti, politici e miliziani, si sono alleati, malgrado le loro rivalità e divergenze, con la corruzione, l’incuria e il declino».

 

Anche al-Sharq al-Awsat si unisce al coro dei giornali che attribuiscono la colpa al defunto leader: «i disastri di Gheddafi dovuti al mancato sviluppo sono ancora presenti […] la ricchezza andò sperperata e le finanze scialacquate malissimo e in maniera assai confusa». Il giornalista palestinese Bakir Oweida si chiede dalle colonne dello stesso giornale quante altre infrastrutture – dalla diga di Assuan alla nuovissima Diga del Rinascimento etiope – non siano a rischio crollo. Chiude tuttavia con una nota di speranza: «dalla Libia arriva il nuovo, dice Erodoto, il padre della storia». Una citazione che, però, fu usata proprio da Gheddafi a conclusione di un discorso pubblico nel giugno 1988.  

 

In Egitto gli ebrei festeggiano Rosh Hashana [a cura di Chiara Pellegrino]

 

Venerdì 15 settembre la comunità ebraica in Egitto ha celebrato per la prima volta dopo 70 anni il suo Capodanno civile, Rosh Hashana. Le celebrazioni sono state organizzate nella sinagoga di Heliopolis al Cairo. “La celebrazione del capodanno ebraico in Egitto ha dimensioni anche politiche” ha titolato al-Arab. «Migliorare le libertà e gli investimenti degli ebrei è in cima alle priorità del Cairo» scrive Ahmad Jamal. Dopo la crisi di Suez nel 1956, 145mila ebrei hanno lasciato l’Egitto. Oggi, nel Paese ne vivono una decina, che però da anni non compiono i propri riti. Per essere celebrati, questi ultimi richiedono infatti la presenza di almeno dieci fedeli maschi di età superiore ai 13 anni. Da qualche anno a questa parte però, scrive l’editorialista, il Cairo invia segnali di apertura al mondo ebraico. Alla fine di agosto, per esempio, il primo ministro egiziano Mustafa Madbouly ha inaugurato i lavori di restauro della sinagoga Ben Ezra, una delle più importanti e antiche d’Egitto, fondata nel XII secolo e comprendente anche una collezione di manoscritti che fanno luce sulle consuetudini e le tradizioni degli ebrei in Egitto (ai documenti ritrovati nella sinagoga Ben Ezra abbiamo dedicato una puntata del nostro podcast). Queste decisioni sono il frutto di calcoli politici ben precisi. Quest’apertura consentirebbe infatti all’Egitto di beneficiare delle entrate del turismo generate dalla visita dei luoghi storici dell’ebraismo, ma anche degli investimenti di uomini d’affari ebrei, e permetterebbe di migliorare l’immagine del Paese agli occhi occidentali, molto attenti alla questione della libertà religiosa. Senza dimenticare che «i passi compiuti dall’Egitto verso il patrimonio ebraico coincidono con la campagna lanciata dal Cairo per promuovere il suo candidato (Khaled al-Anani, ex Ministro del Turismo e delle Antichità) alla carica di Segretario Generale dell’UNESCO». Il fatto di restaurare le sinagoghe e consentire agli ebrei di celebrare le loro feste è un messaggio alle lobby ebraiche. Il Cairo, scrive Ahmad Jamal, potrebbe elaborare un piano per reinsediare nuovamente gli ebrei nel Paese.

 

Mentre l’Egitto ha commemorato per la prima volta la giornata mondiale dell’Olocausto, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud ‘Abbas ha suscitato un’ondata di polemiche per aver espresso, proprio sull’Olocausto, un’interpretazione falsa e storicamente infondata. A seguito delle sue dichiarazioni, un gruppo di intellettuali e artisti palestinesi ha firmato una lettera aperta pubblicata sul Guardian. Sempre su al-‘Arab Basil Abu Said ha pubblicato un’analisi in cinque punti degli aspetti critici di questa lettera. 1) «Il messaggio è arrivato sotto forma di dichiarazione elitaria scritta e pubblicata in inglese e indirizzata esclusivamente alla società occidentale. Da ciò si evince che i suoi autori non si siano preoccupati di indirizzarla all’opinione pubblica palestinese o che non siano riusciti nel corso degli anni a radicare la loro presenza a livello nazionale e popolare». 2) La maggior parte dei firmatari della dichiarazione sono ex funzionari dell’OLP e figli di alcuni noti leader, scrittori e accademici legati alle istituzioni dell’Autorità palestinese. «Il loro colpo di Stato contro il presidente ‘Abbas oggi ci ricorda il colpo di Stato di altri ai danni di Yasser Arafat, ciò che mostra la portata dell’opportunismo e la cultura del clientelismo che pervade i funzionari esecutivi e le élite che ruotano nell’orbita del sistema politico palestinese». 3) La lettera è il segno che le élite palestinesi hanno voltato le spalle al sistema politico palestinese preferendo coltivare i loro rapporti e i loro interessi con l’Occidente. 4) La dichiarazione non si limitava a condannare le parole di ‘Abbas sull’Olocausto, ma sottolineava la corruzione della leadership palestinese. Tuttavia, «la maggior parte dei firmatari della dichiarazione hanno dimenticato di essere stati funzionari ufficiali o di avere avuto un rapporto diretto e indiretto con questo sistema totalitario, da loro descritto come tirannico. Ma se non fosse stato per la corruzione e il totalitarismo del sistema, non avrebbero potuto continuare il loro lavoro fino alla pensione né avrebbero potuto beneficiare degli altri privilegi». 5) La lettera è un tentativo di favorire i governi occidentali e un segno «della crisi etica che queste élite stanno vivendo in generale, alla luce di un sistema politico che la maggioranza di quelle stesse élite ha contribuito a corrompere».

 

Tags