Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba

Ultimo aggiornamento: 26/01/2024 17:28:07

Dallo scoppio della guerra a Gaza e soprattutto a partire dal conflitto nel Mar Rosso che vede protagonisti gli houthi, sostenuti dall’Iran, la stampa araba s’interroga sul ruolo giocato da Teheran in queste vicende e sull’impatto che esse potrebbero avere nell’ampliare l’influenza geopolitica iraniana in Medio Oriente.

 

«L’Iran, che vive della giustizia delle nostre cause e dell’insignificanza dei nostri Paesi», scrive su al-‘Arabi al-Jadid la ricercatrice palestinese Dalal al-Bizri, «dall’inizio della guerra a Gaza è sempre stato in prima linea». Nel corso del tempo però «l’ingegneria iraniana si è evoluta per rispondere a Israele»: Teheran ha preso le distanze da Hamas dopo che Nasrallah ha dichiarato la natura puramente palestinese dell’operazione “Diluvio di al-Aqsa”, e ha «interpretato a suo gusto la teoria ‘dell’unità dei fronti’ disgregandola e andando a colpire, attraverso i suoi cavalli più forti e le sue milizie, vari obbiettivi americani e israeliani, dal Libano, all’Iraq, allo Yemen, alla Siria». La strategia iraniana, spiega l’editoriale, consiste nel lanciare «una guerra in cui le schegge sono sparse qua e là, causando solo piccole perdite al nemico». L’Iran viene definito «uno Stato parassita», presente negli Stati deboli attraverso le sue milizie, uno Stato che «si nutre della giustizia della causa palestinese», «del fallimento e della pigrizia degli Stati», oltre che «della brutalità d’Israele e della complicità dell’America con esso».   

 

Un concetto simile è stato espresso da Yasir Ahmad, vignettista di al-‘Arab, che ha raffigurato Khamenei intento a fumare un sigaro acceso da una torcia infiammata rappresentante Gaza: «La guerra di Gaza è il carburante con cui l’Iran infiamma la regione».

 

Sul quotidiano libanese al-Nahar Ragher Jaber ha analizzato il modo in cui è cambiato il discorso iraniano negli ultimi mesi. «Il comandante dell’esercito iraniano non vuole più distruggere Israele in sette minuti, e il comandante dei Guardiani della Rivoluzione non vuole più eliminarlo dalla faccia della terra se questo attacca dei siti e dei centri iraniani in Siria. La Guida Suprema ha concesso a Israele 25 anni prima di essere eliminato dalla resistenza palestinese. Dopo che l’esercito iraniano ha minacciato Israele di distruzione totale, sembra che la guerra a Gaza abbia ricalibrato il discorso rendendolo più realistico e rispondente agli interessi superiori del Paese». L’Iran sembra essere sceso a più miti consigli e pur essendo coinvolto nella guerra a Gaza, a livello militare, d’intelligence e diplomatico – «ma soltanto fino alle caviglie», specifica l’editorialista! – adotta la tattica «del lungo respiro» e non ha fretta di bruciare le tappe. Questo perché l’obbiettivo ultimo iraniano «è sedersi al tavolo dei negoziati» alla fine del conflitto e cercare di guadagnare influenza.

 

Sulla piattaforma digitale Asas Media Khayrallah Khayrallah parla del «progetto espansionista» di Teheran, il cui scopo di medio-lungo periodo è riuscire a controllare il traffico del Mar Rosso e soprattutto il Canale di Suez, punto di congiunzione tra l’Europa e i Paesi del sud-est asiatico, con un grave danno per l’economia egiziana e per i commerci internazionali. La guerra a Gaza è soltanto un alibi che Teheran starebbe sfruttando abilmente per «imporre il fatto compiuto, cioè che l’Iran è la potenza dominante nella regione, e che non ci possono essere soluzioni o accordi senza negoziare con esso». Dopo aver creato la prima mezzaluna sciita, che collega Teheran con Beirut passando per Baghdad e Damasco, l’Iran ne sta creando una seconda che passa per Sanaa, scrive Khayrallah, «nel tentativo di neutralizzare i Paesi del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita».  

 

«Come sarebbe la vita se l’Iran conquistasse il mondo?» – ha domandato su al-‘Arab l’iracheno Farouk Youssef. Le espressioni usate dal giornalista per descrivere l’Iran non lasciano spazio a interpretazioni: è un «Paese guerrafondaio» che ha sempre desiderato esercitare un «sistema di tutela sugli altri popoli», che continua a «esportare la rivoluzione», come voleva Khomeini, dispiegando le proprie milizie in Iraq, Libano, Yemen e Siria, e facendo di Gerusalemme uno slogan, ma è soprattutto «un Paese che odia gli arabi». E agisce in cattiva fede, perché «chi desidera liberare Gerusalemme, l’essenza della lotta araba nell’epoca moderna, non occupa Beirut, Sanaa, Baghdad e Damasco, né si vanta del fatto che le sue braccia si estendono dal Mediterraneo al Mar Rosso».

 

La tesi della cattiva fede è proposta anche dal quotidiano emiratino al-‘Ayn al-Ikhbariyya, che titola “Il Diluvio dell’Iran non somiglia al Diluvio di al-Aqsa”, intendendo con “Diluvio dell’Iran” le operazioni lanciate da Teheran nelle ultime settimane nel Mar Rosso, in Iraq, in Siria e in Pakistan. La prima differenza è nelle intenzioni che animano Teheran, spiega l’editorialista. Le milizie iraniane dislocate in Yemen, Iraq, Libano operano sempre e solo nell’interesse di Khamenei, senza mai tener conto dell’interesse delle capitali arabe in cui operano, né tantomeno della questione palestinese. Quello iraniano è un progetto autoreferenziale. Agli eventi del 7 ottobre, l’Iran ha reagito chiedendo alle milizie di prendere l’iniziativa per «seminare il caos nella regione adducendo come giustificazione il sostegno a Gaza e ai palestinesi». Ma in realtà «le prime vittime del ‘Diluvio dell’Iran’ sono i Paesi arabi occupati dalle milizie»: la pirateria houthi nello stretto di Bab al-Mandab danneggia l’Egitto e tutti i porti arabi affacciati sul Mar Rosso, mentre gli attacchi ad Erbil danneggiano primariamente l’Iraq. Le azioni dell’Iran, conclude l’editoriale, non servono davvero la causa palestinese.

 

Più prudenti invece le analisi pubblicate dal quotidiano di proprietà saudita al-Sharq al-Awsat. Qui non ci sono attacchi diretti all’Iran, un atteggiamento che riflette la linea politica seguita negli ultimi mesi da Riyadh nei confronti di Teheran e recentemente con gli houthi nel Mar Rosso. Il giornalista egiziano Jamal al-Kashki nota come il conflitto israelo-palestinese abbia cambiato radicalmente l’ordine mondiale che si stava costituendo a seguito della guerra in Ucraina e abbia alimentato una nuova «lotta per l’influenza». L’eco della guerra è arrivata anche in Iraq, in Pakistan, nel Mar Rosso, in Siria e in Libano: «Ci troviamo di fronte a echi e ripercussioni violente causate dalle notizie della guerra a Gaza, la cui essenza deriva da una filosofia che mira a estendere l’influenza e ripristinare gli spazi di potere delle diverse parti che cercano di organizzare i propri interessi per il futuro».

 

Di segno opposto sono naturalmente gli editoriali apparsi su al-Mayadeen, quotidiano panarabo filo-Hezbollah: il “Diluvio di al-Aqsa” ha reso evidente «il sostegno intellettuale che l’Iran fornisce all’idea di resistenza e alla questione palestinese, che non è meno importante del suo sostegno logistico all’Asse della resistenza». Il sostegno ad Hamas, scrive al-Shaher, ha avuto diversi meriti, tra cui quello di porre fine alle illazioni riguardo l’esistenza di un «conflitto tra sunniti e sciiti» e la volontà di Teheran di sostenere soltanto i movimenti di resistenza sciiti, oltre a rafforzare la posizione negoziale dell’Iran. Tuttavia, commenta l’editorialista, l’ascesa del ruolo iraniano nella regione non è un obiettivo dell’Iran, quanto «un riflesso del suo sostegno ai movimenti di resistenza sul terreno».  

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