Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba

Ultimo aggiornamento: 10/05/2024 16:23:50

Sulla stampa panaraba tiene banco il fallimento dei negoziati per una tregua a Gaza. Mentre qualcuno accusa la spregiudicatezza di Netanyahu, molti vi vedono il fallimento della strategia di Hamas. Sono in particolare i quotidiani dell’orbita saudita ed emiratina a puntare il dito contro il movimento islamista. Dura la critica rivoltagli su al-Sharq al-Awsat dal giornalista saudita Tariq al-Hamid, per il quale Hamas sta continuando a scavarsi la fossa da solo, dimentico del proverbio arabo che recita: «Se sei in una buca, dovresti smetterla di scavare». Accettando la proposta di cessate il fuoco lunedì scorso Hamas pensava di mettere in imbarazzo Israele, ma non ha capito che «la sola preoccupazione del governo israeliano estremista guidato da Netanyahu è restare al potere, mentre dell’imbarazzo in sé poco gli importa». Inoltre, accettando la proposta dopo l’annuncio israeliano dell’imminente attacco a Rafah, Hamas si è come messo a nudo, «svelando che Rafah è la sua ultima carta negoziale». Il movimento islamista ha «come al solito sbagliato a leggere gli eventi», commenta ancora al-Hamid – «non ha letto bene il tradimento dell’Iran, né il clima internazionale» e «non ha letto bene gli umori israeliani» – finendo per sortire l’effetto opposto di ciò che voleva: «ha causato l’invasione israeliana di Rafah, riportando Gaza alla situazione di occupazione ante-2005».

 

Che Rafah sia l’ultima carta che Hamas può giocarsi nei negoziati è opinione condivisa anche dal politologo libanese Gilbert Achcar, che su al-Quds al-‘Arabi scrive: «L’occupazione di Rafah metterà il movimento nella condizione di non poter più negoziare». Israele e Gaza stanno giocando a un pericoloso «gioco d’azzardo», in cui ciascuno pensa a compiacere e guadagnarsi il sostegno dei propri alleati mettendo in cattiva luce l’avversario, ma senza che ci sia una reale volontà di trovare un accordo. L’accordo accettato da Hamas lo scorso lunedì, prosegue l’editoriale, rientra nel grande gioco delle parti in atto ormai da mesi.

 

Significative a questo proposito le vignette pubblicate dal quotidiano di proprietà qatariota al-‘Arabi al-Jadid. La prima è un semaforo verde e rosso contemporaneamente, che indica lo stato di confusione nato attorno ai negoziati tra Hamas e Israele.

Vignetta tratta da al-‘Arabi al-Jadid

 

La seconda ritrae Netanyahu intento a mitragliare il nemico mentre Biden, alle sue spalle, con una mano sorregge la cinghia dei proiettili e con l’altra gli tira l’orecchio. La vignetta è un j’accuse nei confronti dell’amministrazione statunitense, spesso accusata dai quotidiani arabi di fare il gioco di Netanyahu cercando però di dissimulare.  

Vignetta tratta da al-‘Arabi al-Jadid

 

La minaccia israeliana di invadere Rafah è «una carta di pressione che Israele si sta giocando per costringere la leadership di Hamas a fermare la guerra alle sue condizioni, a rinunciare a governare la Striscia e a lasciarla», commenta l’ex direttore di al-Sharq al-Awsat Abdel Rahman al-Rashid. Hamas, dal canto suo, è consapevole che questa guerra è diversa dalle altre, perché, a differenza del passato, «non c’è alcun fattore che possa fermare la lotta del più forte»: le perdite economiche di Israele verranno compensate dagli alleati, non esiste alcuna risoluzione del Consiglio di sicurezza che ordini un cessate il fuoco o impedisca ai Paesi di fornire armi alle parti del conflitto, così come non c’è alcuna forza che possa sostenere Hamas con le armi e costringere Israele ad accettare una soluzione politica. Il problema, conclude l’editoriale, è la leadership di Hamas a Gaza, che in realtà non vuole trovare una soluzione, contrariamente alla leadership politica estera del movimento, che nei mesi scorsi si era detta disponibile a negoziare.

 

Proprio il destino dei leader di Hamas è al centro di un articolo pubblicato dal giornalista libanese Elie Kossaifi sulla rivista saudita al-Majallah. Kossaifi ripercorre le tappe del continuo peregrinare dei capi di Hamas da un Paese all’altro, dalle origini del movimento a oggi. Accolti in Giordania, dove sono rimasti fino al 1999 in forza dei legami creati con i Fratelli musulmani locali, si sono sposati prima in Qatar e successivamente a Damasco, Paese geograficamente vicino alla Palestina e demograficamente connotato dalla presenza di centinaia di migliaia di rifugiati palestinesi. Ma la luna di miele tra Hamas e gli Assad si è interrotta con l’inizio della guerra civile nel 2011, scrive Kossaifi, quando Hamas si è schierato con l’opposizione siriana, costringendo i suoi capi a trasferirsi a Doha. Hamas e il regime di Damasco hanno cercato la riconciliazione nell’autunno 2022 su pressione dell’Iran e di Hezbollah, che hanno promosso un incontro tra le parti «nel quadro dei loro sforzi per restaurare “l’asse della resistenza”». E ora che fine farà la leadership? Resterà in Qatar? Il giornalista non azzarda previsioni sul futuro del movimento, ma immagina che le due opzioni siano il ritorno in Turchia o il trasferimento nell’Oman «mediatore», Paese con cui sarebbero in corso dei colloqui.

 

Proprio la Turchia e il suo rapporto con Hamas è stata oggetto dell’attenzione della stampa filo-emiratina. Il quotidiano al-‘Arab ha pubblicato la traduzione araba di un articolo dello studioso americano di Relazioni internazionali Alon Ben Meir, nel quale questi rimprovera al presidente turco di aver mantenuto per troppo tempo una posizione ambigua sul conflitto a Gaza e di aver perso una grande occasione per accreditarsi come «fautore della pace regionale». Anziché sfruttare a proprio vantaggio «il cambio di paradigma del conflitto israelo-palestinese innescato dallo spaventoso attacco di Hamas [del 7 ottobre scorso] per perseguire la riconciliazione tra le due parti, ha scelto di incitare ulteriormente all’odio e alla resistenza contro Israele». Ben Meir definisce Erdoğan «un ipocrita, che cerca di sfruttare la tragica guerra tra Israele e Hamas per rafforzare le sue false credenziali islamiche» nella misura in cui accusa Israele di compiere un genocidio quando la Turchia è stata a sua volta autrice di «un genocidio contro quasi due milioni di armeni e centinaia di migliaia di greci» e mentre richiama l’ambasciatore turco da Israele, ma continua a commerciare con Tel Aviv. Ben Meir afferma che «Erdoğan ha un’occasione d’oro per usare la sua influenza su Hamas per ammorbidire la posizione di quest’ultimo nei confronti di Israele, essere un pacificatore anziché un guerrafondaio e aprire la porta, anche se di poco, a un processo di riconciliazione», ma non sembra intenzionato a voler procedere in questa direzione.

 

Un’accusa simile si trova sul sito d’informazione libanese Asasmedia, che titola “Gaza divide in due la Turchia”. Il Reis, scrive il giornalista libanese Amine Kammourie, ha impiegato sei mesi prima di decidere da che parte stare, e questa indecisione gli ha causato un pesante danno d’immagine con conseguenze gravi. Gli ha fatto perdere voti nelle elezioni locali, ha innescato «l’inizio della disintegrazione della sua coalizione di governo, causata soprattutto dell’insistenza del suo alleato nazionalista Devlet Bahçeli e dei conservatori islamisti su una posizione più severa contro Israele», ha fatto crescere le proteste popolari antisraeliane tra i conservatori. Questi effetti collaterali e il timore di una rinnovata presenza statunitense nell’area mediorientale, che potrebbe stimolare le pretese curde di secessione, hanno spinto Erdoğan a riformulare la propria posizione sulla Palestina e su Hamas, spiega Kammourie, assumendo una postura più filo-Hamas. Ankara, tuttavia, si trova in una posizione difficile: deve mostrarsi filopalestinese e filo-Hamas per acquietare i conservatori, ma allo stesso tempo non può permettersi di inimicarsi l’Occidente e i Paesi arabi, viste le cattive performance economiche e finanziarie del suo Paese.

 

Interessante anche l’editoriale del giornalista yemenita Hani Salem Mashour pubblicato su al-‘Arab, perché offre la visione emiratina di come dovrebbero andare le cose in Medio Oriente. Nell’area mediorientale il vento sta cambiando, scrive Mashour – il sistema unipolare, caratterizzato dalla presenza forte ed esclusiva degli Stati Uniti nella regione, sta cedendo il passo a un sistema multipolare in cui potenze avversarie cercano di esercitare ciascuna la propria influenza. A essere cambiate sono inoltre le dinamiche della presenza straniera e dei rapporti tra Stati, prosegue l’editoriale. Se in passato prevaleva la dimensione sicuritaria e politica, che costituiva la ragione principale per cui venivano formate le alleanze, «le crisi politiche hanno favorito la nascita di molteplici percorsi fondati sull’economia più che sulla sicurezza», sfociate nella creazione di partnership di natura commerciale più che fondate sulle minacce alla sicurezza. Questo cambio di equazione è stato tematizzato dal «decano della diplomazia emiratina» Anwar Gargash, che ha elaborato una «teoria della politica del XXI secolo» fondata «sulla cooperazione economica e sulla diplomazia realista, finalizzate al raggiungimento della pace e della prosperità». In quest’ottica, gli accordi commerciali, più di quelli sicuritari, sono forieri di pace: «con l’apertura economica si apriranno sempre più opportunità d’investimento negli ambiti della tecnologia e dello spazio, inesistenti prima d’ora nella regione araba». Ma queste opportunità non esisteranno «se non si percorre la strada della teoria geoeconomica, formando gruppi regionali e internazionali o relazioni bilaterali tra i Paesi».

 

Gli immigrati africani infiammano la Tunisia 

 

Preoccupa la situazione in Tunisia, dove il numero sempre più imponente di migranti in arrivo dall’Africa sub-sahariana incontra una crescente ostilità. Sul banco degli imputati anche la Presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni. Su al-‘Arabi al-Jadid, l’ex Ministro della Cultura Mehdi Mabrouk parla di un clima sociale molto teso, dove «tutti danno la caccia alle “mandrie” di immigrati africani e dove si mettono a disposizione tutti gli strumenti necessari a tenere a distanza i “cattivi”». I social media diffondono immagini di folle di immigrati inseguiti dalle forze di sicurezza, denuncia Mabrouk, contribuendo a generare un senso di panico nella società. «Gli immigrati sono aumentati improvvisamente diventando una “scena orribile” e inedita, per cui perseguitarli per difendere la patria è diventato lecito e giustificato». L’ondata di migranti dall’Africa sub-sahariana e la conseguente ondata di razzismo nei loro confronti andata diffondendosi tra i tunisini è, secondo l’editorialista, l’esito di due eventi importanti: la visita di Giorgia Meloni e l’incontro tra i presidenti di Tunisia, Algeria e Libia, finalizzat a rafforzare il coordinamento tra Paesi per contrastare l’immigrazione clandestina. Mabrouk non entra però nel dettaglio delle ragioni per cui i numeri sarebbero aumentati in queste circostanze specifiche. Il suo timore è che i dati possano essere stati ingigantiti volontariamente dalle autorità tunisine per rimandare le elezioni parlamentari previste il prossimo autunno con il pretesto di un pericolo imminente per la sicurezza del Paese.

 

Sullo stesso quotidiano il giornalista tunisino Walid Tlili denuncia i video pubblicati sui canali ufficiali del ministero degli Interni tunisino che riprendono le forze di sicurezza intente a «svuotare» le piazze e i centri dagli immigrati. Ma ciò che il governo non dice, prosegue Tlili, è da dove provengono quegli immigrati, visto che la Tunisia confina solo con l’Algeria e la Libia, e come pensa di gestire i flussi se impedisce loro di attraversare il Mediterraneo e allo stesso tempo promette ai tunisini che il loro Paese non diventerà la nuova patria degli africani. L’unica certezza, conclude l’editoriale, è che «Tunisi sta rendendo un buon servizio all’Italia garantendo la protezione dei confini marittimi».   

 

Al-Sharq al-Awsat ha pubblicato alcune immagini e video che riprendono gli scontri avvenuti negli ultimi giorni tra tunisini e immigrati africani nella regione di Sfax, motore economico del Paese che da anni attrae un gran numero di migranti in cerca di un impiego nel settore industriale e agricolo. La città di Sfax, peraltro, per la sua posizione strategica sul mare è da anni la principale destinazione dei migranti clandestini che vogliono lasciare il Paese alla volta dell’Europa.

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