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Rassegna stampa

Rassegna stampa del 28 marzo 2017

Notizie e commenti dall'Italia e dall'estero

Dalla stampa italiana

 

 

Migliaia di professori universitari turchi sono stati licenziati per decisione del governo di Erdogan, per via dell'ipotetica collusione con le forze che hanno spinto verso il golpe (poi fallito) o per aver firmato un documento in cui si chiedeva la fine delle operazioni militari nel sud est della Turchia. E' il caso anche di Noémi Lévy-Aksu, 36 anni, raccontato da Monica Ricci Sargentini sul Corriere della Sera.

 

 

In un video pubblicato dalla fazione della provincia di Diyala (Iraq), lo Stato Islamico minaccia di colpire l’Iran e la sua Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, per via del ruolo ricoperto nei conflitti in atto nella regione. Si tratta di uno dei rari casi in cui il video di propaganda di Isis è girato in lingua farsi e nel video si può osservare l'uccisione di un soldato che porta l'immagine di Hussein, a testimonianza della sua fede sciita (AsiaNews).

 

 

Adriano Sofri su Il Foglio descrive il tentativo del presidente iraniano Rouhani di conquistare i voti dei curdi iraniani (7-8 milioni di persone) per le prossime elezioni presidenziali e come questa minoranza si rapporta con gli altri curdi della regione. Rouhani ha promesso una ferrovia che da Tehran, passando per il Kurdistan iracheno e la Siria colleghi l'Iran al Mediterraneo.

 

 

Avvenire pubblica un reportage di Laura Silvia Battaglia da Mosul: diversi intervistati descrivono la durezza della vita sotto il controllo di Isis. La battaglia imperversa e "ci si aspetta di dover soccorrere un numero variabile tra 700mila e un milione di persone, tra cui 350mila bambini" non appena la città verrà completamente liberata.

 

 

Dalla stampa francofona

 

 

Primo passo per il referendum turco. Gli elettori in Belgio con la doppia cittadinanza e il doppio diritto di voto hanno cominciato a recarsi alle urne per esprimere la loro preferenza sulla riforma costituzionale turca. La Libre riporta le prime cifre dei sondaggi e ricorda che in Belgio generalmente il partito di Erdogan ha sempre vinto.

 

 

Olivier Roy su Le Monde analizza l'evoluzione del profilo dei jihadisti che hanno colpito in Francia. Dopo il Bataclan i terroristi hanno agito individualmente e non più, nota il sociologo, in gruppi organizzati.

 

 

A due anni dall'inizio dell'offensiva "tempesta decisiva" lanciata in Yemen dall'Arabia Saudita, non si vedono ancora miglioramenti nella guerra del Paese del Golfo. Orient XXI riassume la tragica situazione umanitaria della popolazione yemenita.

 

 

Il 4 maggio 2017 si terranno in Algeria le elezioni legislative. Impact 24 riporta le questioni più importanti che peseranno sulla scelta degli elettori, sottolineando in particolare l'aspetto economico.

 

 

Dalla stampa anglofona

 

 

Foreign Policy torna sulle tensioni tra Germania, Olanda e Turchia. Il punto, scrive Paul Hockenos, è che in realtà Erdogan non è in cerca (solo) dei voti della diaspora turca, ma pretende da essi una totale fedeltà e richiede che la prima lealtà vada riconosciuta ad Ankara e solo in secondo luogo ai paesi di residenza. Secondo quanto si legge su Foreign Policy lo strumento politico di questa volontà presidenziale è la Diyanet e il ruolo che svolge anche in paesi come la Germania, pagando direttamente gli imam.

 

 

Un editoriale del Washington Post si sofferma sulla notizia secondo cui un raid della coalizione a guida americana avrebbe provocato decine di vittime civili a Mosul. Il quotidiano americano sottolinea come sia decisivo che gli Stati Uniti non seguano il percorso che hanno seguito i russi ad Aleppo, evitando vittime civili e, qualora avessero invece provocato tali morti, accettandone la piena responsabilità. Così facendo, sostiene il Washington Post, si faciliterà anche il compito di ricostruzione del governo di Baghdad.

 

 

I musulmani, specialmente quelli che vivono in Occidente, vivono un paradosso, scrive Mustafa Akyol sul New York Times: contro le forze islamofobiche che li minacciano hanno bisogno della “protezione” del liberalismo occidentale, ma quello stesso liberalismo introduce tutta una serie di idee e principi che molti di loro trovano non-islamici. Gli opinion leaders musulmani, prosegue Akyol, devono dunque decidere da che parte stare: meglio un mondo dove ognuno può dire la sua, inclusi i musulmani, oppure ne preferiscono uno in cui chi detiene il potere impone i propri valori?

 

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