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Focus attualità

Rassegna stampa del 9 maggio 2016

Notizie e commenti dall'Italia e dall'estero

Dalla stampa italiana

 

 

Ilvo Diamanti su Repubblica commenta i dati del sondaggio di Pragma per l'Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, curato da Demos per la Fondazione Unipolis: "Nei Paesi europei dov'è stata condotta l'indagine, coloro che "insistono" a rivendicare frontiere aperte, in Europa, costituiscono una minoranza limitata. Talora, molto limitata. Mentre la maggioranza dei cittadini vorrebbe reintrodurre i controlli".

 

 

Sul Corriere della Sera reportage di Marta Serafini da Sulaymaniyah, Iraq: «A Mosul in molti preferiscono cento volte vivere sotto Daesh (l’Isis) che essere liberati dalle milizie sciite», dice una persona fuggita da Mosul all'arrivo di Isis.

 

 

Terrorismo, arrestato presunto foreign fighter sloveno. Il ministro degli Interni Angelino Alfano: «Reclutava aspiranti jihadisti in Italia» (Il Sole 24 Ore).

 

 

Secondo quanto riporta Repubblica è ormai pronta la missione italiana che dovrà difendere i lavori di ristrutturazione della diga di Mosul, Iraq: "Entro fine maggio un centinaio di soldati italiani sarà schierato nel campo base del cantiere".

 

 

Un noto giornalista e attivista dei diritti umani pachistano, Khurram Zaki, è stato ucciso a Karachi. Da musulmano, difendeva i diritti della minoranza cristiana. A sparargli, mentre cenava in un ristorante nel nord della città, sarebbero stati uomini che hanno aperto il fuoco da motociclette in corsa (Avvenire).

 

 

Sul Corriere della Sera Antonio Ferrari commenta le dimissioni del primo ministro turco e lo scontro tra Davutoglu e il presidente Erdogan.

 

 

Dalla stampa francofona

 

 

Dopo giorni di raid aerei in cui altre centinaia di civili hanno perso la vita in Siria, la Russia si pone come "autorità morale". Un'infografica di Le Figaro illustra il ruolo preso da Mosca nel sostegno al regime di Bashar Assad.

 

 

Oggi si tiene la prima tornata elettorale in Libano. Il Paese, in preda a una crisi istituzionale, è chiamato a scegliere il presidente della Repubblica - vacante dal 2014 - e il Parlamento - che non si rinnova dal 2009. L'analisi di Orient XXI.

 

 

La Jeune Afrique scrive del tentativo riformatore dell'autorità saudita. La famiglia reale ha introdotto alcune riforme che mirano a rendere il Paese sempre meno dipendente dal petrolio. Tuttavia, riporta l'articolo, Ryad manca di una "cultura del lavoro", che potrebbe ostacolarne la riuscita.

 

 

Nonostante i grandi passi avanti, la Tunisia versa anch'essa in una crisi politica, che minaccia la stabilità economica e sociale. La Presse de Tunisie denuncia il silenzio delle autorità rispetto ad alcune questioni legate alla libertà di espressione.

 

 

Sadiq Khan è il nuovo sindaco di Londra. Di origine pakistana, ha fatto scalpore la sua fede musulmana. La Croix ne presenta un ritratto al di là della sua appartenenza religiosa.

 

 

Dalla stampa anglofona

 

 

Lo Stato Islamico sta cercando di riformare il sistema educativo nei territori che controlla. I bambini studiano una storia completamente rivista da Isis, ma non solo. Secondo un articolo apparso sull'Atlantic Council e riportato da Newsweek, il segno "+" dell'addizione è stato sostituito perché uguale al simbolo cristiano della croce.

 

 

Alcuni resoconti delle organizzazioni internazionali, come l'UNHCR, riportano che la maggior parte dei rifugiati non vive nei campi profughi ma per le strade. Emily Troutman, The Guardian, sottolinea che la soluzione dell'"accampamento" non può essere la migliore, dal momento che i profughi stessi si rifiutano di viverci.

 

 

Arabia Saudita: dopo due decenni Ali al-Naimi è stato rimosso dall'incarico di ministro del petrolio. Il suo successore, scrivono Clifford Krauss e Ben Hubbard sul New York Times, è un sostenitore dell'agenda di Re Salman e avrà il compito di ridurre la dipendenza saudita dalla produzione ed esportazione di greggio, così come prospettato dal potente vice principe ereditario Mohammed Bin Salman.

 

 

Dopo la riconquista di alcune città irachene, secondo quanto riporta il Washington Post, il Pentagono ritiene che si stia aprendo una nuova fase nella lotta contro Isis, più difficile e che richiederà un maggior coinvolgimento diretto statunitense.

 

 

Gli Stati Uniti mantengono in Medio Oriente una presenza militare molto più ingombrante della Russia, eppure i leader mediorientali fanno la fila per parlare con Putin, non con Obama. Secondo l'ambasciatore Dennis Ross (Politico) questo indica che le percezioni contano più del mero potere: i russi sono percepiti come disponibili ad impiegare i loro mezzi, gli americani meno, almeno fino al cambio di amministrazione.

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