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Focus attualità

Santa Sofia tornerà a essere una moschea

Alcune persone celebrano la riconversione di Santa Sofia in moschea [Ugur Ferhat Baloglu - Shutterstock]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 17/07/2020 14:00:11

Venerdì scorso il Consiglio di stato turco (Danistay) ha annullato l’atto che nel 1934 rese Santa Sofia un museo, dando a Erdogan la possibilità di (ri)convertire l’edificio in moschea. Decisione che il presidente turco ha immediatamente concretizzato con un decreto firmato venerdì stesso. Ma la volontà di trasformare l’ex basilica in moschea risale in realtà a 26 anni fa, quando Erdogan era sindaco della città di Istanbul, ruolo che mantenne dal 1994 al 1998. Al tempo Erdogan disse che Santa Sofia apparteneva ai musulmani e che la basilica venne trasformata in moschea non attraverso la conquista, ma perché Mehmet il Conquistatore l’aveva comperata. Tuttavia non è chiaro quale sia (se esiste) la fonte che dimostri l’acquisto della basilica.

 

Il New York Times descrive più nel dettaglio la trasformazione di Santa Sofia in un museo negli anni ’30 del secolo scorso. Dopo il 1950, quando si tennero le prime elezioni libere del Paese, gli avversari politici di Ataturk, scomparso dodici anni prima, cominciarono a organizzarsi per ottenere la riapertura di Santa Sofia, convinti che la Repubblica laica avesse «venduto la sua anima alla modernità occidentale» e che la conversione di Santa Sofia in museo fosse simbolo di questa umiliazione. Erdogan ha raccolto questa eredità e fatto proprio lo spirito di rivalsa. Ma, pazientemente, ha aspettato che i tempi fossero maturi prima di procedere.

 

Come scrive il Washington Post, Santa Sofia era un monumento dedicato «a un’eredità universale che trascende la religione». Ataturk cercò, nel bene e nel male, di levare gli «ormeggi culturali ottomani». Se quindi come museo l’ex basilica era portatrice di valori artistici e culturali comuni all’umanità, secondo lo studioso turco Nicholas Danforth (Al Monitor), «la sua conversione in moschea è un simbolo fin troppo adatto all'ascesa del nazionalismo di destra e dello sciovinismo religioso».

 

Su questo punto concordano diversi analisti. Soner Cagaptay, ricercatore esperto di Turchia del Washington Institute, definisce Erdogan un «leader nativista e populista» che con le polemiche sulla conversione può sostenere la narrazione della vittimizzazione e rivolgersi alla sua base elettorale dicendo che i laicisti negano ai musulmani la libertà di pregare a Santa Sofia. È vero che questa mossa ha aumentato l’indice di gradimento nei confronti di Erdogan, ma secondo Cagaptay è improbabile che questa spinta duri a lungo. La popolarità di Erdogan è sempre stata connessa alle performance economiche della Turchia: con l’inizio della recessione nel 2018, la sua popolarità ha cominciato a calare.

 

Riccardo Redaelli su Avvenire lo dice chiaramente: «[…] perché [Santa Sofia] non potrebbe tornare a essere una moschea nuovamente? La risposta non sta nel contestare l’uso religioso di un monumento, poiché qui la religione, purtroppo, non conta nulla: gli obiettivi di Erdogan sono molto più cinici e spregiudicati e riguardano tanto la politica interna quanto le rivalità geopolitiche che hanno isolato la Turchia a livello regionale». Se infatti a livello interno si è registrata una perdita di consenso, a livello internazionale la Turchia annovera tra i propri nemici l’Egitto, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, Paesi che si oppongono ai Fratelli musulmani. Nello scontro ideologico-religioso, all’Islam politico di Erdogan mancava un simbolo che potesse reggere il confronto con al-Azhar e le città di Mecca e Medina.

 

Olivier Roy, intervistato da Repubblica, ritiene che si tratti di una mossa perdente, perché allontana Ankara non solo dall’Europa e dagli Stati Uniti, ma anche dalla Russia di Putin, dove vive l’80% dei cristiani ortodossi e dalla quale dipendono gli sviluppi futuri nelle guerre in Siria e in Libia. Secondo Roy, Erdogan, che può contare sull’appoggio del solo Qatar, è sempre più isolato sul piano internazionale.

 

Secondo Wael Farouq, docente di lingua araba che interviene su Famiglia cristiana, « L’ideologia dell’Islam politico guarda a questo edificio come un simbolo del potere, che si conquista con la forza, con la violenza. E questo mi fa arrivare a una riflessione fondamentale: quella sul rapporto fragile, labile, quasi inesistente fra l’ideologia dell’Islam politico e la bellezza. […] L’ ideologia religiosa cancella la bellezza, perché mette al centro il valore della purezza. Invece la fede è profondamente un’esperienza di bellezza». Cadere nella trappola dello scontro tra cristiani e musulmani vorrebbe quindi dire fare il gioco di Erdogan.

 

Monsignor Paolo Bizzetti, vicario apostolico dell’Anatolia, condivide il dolore di Papa Francesco e del patriarca ecumenico Bartolomeo, e ricorda che la decisione di riconversione in moschea «non è stato un colpo di testa del presidente», considerato che secondo gli ultimi sondaggi il 70% dei turchi approva la decisione, scrive AgenSir. Nel suo discorso di venerdì scorso Erdogan ha dichiarato che il luogo resterà aperto a tutti, non si pagherà il biglietto di ingresso, mentre altre autorità turche hanno poi aggiunto che i mosaici bizantini all’interno dell’edificio verranno semplicemente coperti durante le preghiere musulmane. Mons. Bizzetti è allora speranzoso che possa essere concesso uno spazio di preghiera anche ai cristiani: «Da uomo di fede e di religione qual è, il presidente potrebbe concedere questa possibilità ai cristiani che non abitano a Istanbul dove invece ci sono molte chiese. In altri luoghi non c’è nemmeno una piccola cappella dove radunarsi e pregare. Se la preghiera e la fede sono importanti, allora che si conceda questa opportunità a persone che, all’inizio, si pensava fossero in transito mentre sono anni che sono in Turchia».

 

Il nuovo accordo tra l'Iran e la Cina

 

Cina e Iran hanno stretto un accordo di partenariato. Il New York Times è entrato in possesso delle 18 pagine del testo firmato. In base all’accordo – di cui i due Paesi avevano cominciato a parlare nel 2016 – Pechino dovrebbe investire in Iran circa 400 miliardi di dollari in 25 anni in settori strategici come l’energia, le infrastrutture e le telecomunicazioni, sviluppando il cammino della Belt and Road Initiative e a contrastando lo sforzo statunitense di isolare il Paese. In cambio Teheran garantirà alla Cina una regolare fornitura di petrolio a prezzi scontati. Come fa notare Limes, questo nuovo accordo, che dovrà passare al vaglio del paramento iraniano, è importante perché segnala due tendenze: da una parte evidenzia la tendenza dei nemici di Washington ad aggregarsi tra loro; dall’altra questa mossa impedirà agli Stati Uniti di ridurre la loro presenza militare solamente tra il sud-est asiatico, fulcro dello scontro con la Cina, e l’Europa, alleato americano.

 

Sulla prima tendenza ha scritto anche il Washington Post, che ricorda che l’accordo prevede anche una certa condivisione di informazioni e una più stretta cooperazione in materia di sicurezza. Ma il quotidiano americano fa notare soprattutto come fosse improbabile che Trump potesse convincere l’Iran a sedersi nuovamente al tavolo dei negoziati. È naturale che ora, con l’economia a pezzi, gli iraniani guardino a Est. Mentre la Cina approfitta del momento di debolezza statunitense, con Washington travolta dalla pandemia e più isolata a livello internazionale.

 

Secondo Middle Easy Eye questo “pivot to the East” iraniano, cioè il fatto che l’Iran si sia rivolto alla Cina, è anche il risultato di una certa incapacità nel tessere relazioni commerciali – e successivamente politiche – con l’Occidente, un fallimento che secondo Shireen T. Hunter fa capo all’amministrazione di Rafsanjani. Se l’accordo tra Iran e Cina venisse implementato, l’economia iraniana potrebbe forse ripartire e la politica potrebbe stabilizzarsi. In un secondo momento gli avversari della Repubblica islamica potrebbero essere spinti a ridurre la tensione con Teheran e, vedendone i vantaggi, altri paesi mediorientali potrebbero fare accordi con la Cina. Al momento però questo non sembra possibile.

 

Non sono comunque mancate le voci critiche: secondo alcuni analisti la Cina non è pronta a concedere un supporto concreto alla Repubblica islamica, per cui alcune forme di cooperazione descritte nell’accordo potrebbero non materializzarsi. Secondo Jacopo Scita, dottorando alla Durham University che studia le relazioni sino-iraniane, «l’accordo è poco più di una tabella di marcia generale basata sul quadro del 2016, che non risolve la questione principale del partenariato Cina-Iran, cioè la sua attuazione».

 

Tutto ciò avviene in un contesto teso a causa delle esplosioni che si sono verificate nelle ultime settimane. L’ultima è avvenuto mercoledì in un cantiere navale a Bushehr, una città nel sud-est del Paese che ospita una centrale nucleare, riporta Al Monitor. Come scrive il Foglio, invece, i sospetti su chi ci sia dieto a queste misteriose esplosioni cadono naturalmente su Israele, vista la serie di attacchi informatici che si sono susseguiti negli anni per cercare di ritardare il programma nucleare iraniano. Lo stato ebraico si sente minacciato, stando a quanto scrive Haaretz: l’Iran è riuscito a costruire un sistema missilistico intorno a Israele attraverso i propri alleati, come Hamas, Hezbollah e gli Houthi. Israele finora ha preferito colpire obiettivi iraniani in contesti di guerra già aperti, come la Siria, ma la preoccupazione principale continua a essere la possibilità che l’Iran stia sviluppando un programma nucleare, creando un «equilibrio del terrore nucleare» nella regione.

 

Le dimissioni di Fakhfakh in Tunisia

 

Mercoledì 15 luglio il capo di governo tunisino Ilyas Fakhfakh ha presentato le dimissioni al presidente della Repubblica Kais Saied. Secondo una dichiarazione del governo riportata da La Presse Tunisie, la decisione è stata presa «nell’interesse nazionale, per evitare ulteriori conflitti tra le istituzioni statali e uscire dalla crisi attuale».  Il primo ministro uscente si era insediato alla Kasbah il 27 febbraio e il suo mandato è uno dei più brevi nella storia della Tunisia post-rivoluzionaria.

 

Le dimissioni di Fakhfakh sono il risultato di una serie di forti tensioni all’interno delle istituzioni tunisine. Il 23 giugno il deputato Yassine Ayari (indipendente) aveva infatti pubblicato su Facebook un serie di documenti che coinvolgevano il primo ministro Fakhfakh in un caso di conflitto di interessi. Secondo queste prove, il capo di governo sarebbe anche azionista del Valis Group (un gruppo di consulenza per lo smaltimento di rifiuti) e di altre compagnie che hanno firmato accordi con il governo del valore di 44 milioni di dinar (circa 15 milioni di euro). Il presidente dell’Autorità nazionale anti-corruzione Chawki Tabib, che ha condotto le indagini, ha ribadito che qualsiasi contratto tra le compagnie di Fakhfakh e il governo deve essere annullato. Tuttavia, benché il capo di governo abbia rinunciato alle proprie quote societarie, le accuse da parte di diverse formazioni parlamentari hanno costretto il primo ministro a rassegnare le dimissioni per evitare la paralisi delle attività governative in un momento estremamente critico per il Paese.

 

La crisi che si profila in Tunisia non è legata solo a quello che ha preso il nome di “Fakhfakh Gate”, ma sembra più il risultato di tensioni politiche che vedono protagonisti Rachid Ghannouchi, presidente del parlamento e leader di al-Nahda, e il presidente della Repubblica Kais Saied. Benché infatti al-Nahda sia il maggiore azionista della coalizione, i sei ministri islamisti sono stati spesso esclusi dal processo di decisione politica, alimentando sia il conflitto interno al governo che quello tra Ghannouchi e il primo ministro scelto da Saied.

 

Al-Nahda aveva presentato una mozione di sfiducia contro il capo di governo che se fosse passata – spiega Le Monde – avrebbe affidato proprio a Ghannouchi la nomina del successore di Fakhfakh. Un’eventualità scongiurata dal fatto che le dimissioni di Fakhfakh sono state (strategicamente?) rassegnate prima dell’approvazione della mozione, lasciando la prerogativa della scelta del primo ministro nelle mani del presidente Saied.

 

«Ennahda non è così forte come vuole far credere. Vuole imporre il negoziato per avere una posizione più forte nelle consultazioni, ma il presidente della Repubblica in questi ultimi tempi è molto presente e ha accusato Ennahda di essere una setta e di complottare per ottenere il potere», spiega l’analista Ben Farhat in un’intervista ad Agenzia Nova. Le manovre politiche di Ghannouchi potrebbero dunque non portare ai risultati sperati questa volta, ma al contrario, le ultime vicende potrebbero esacerbare la “guerra fredda” tra Kais Saied e Rachid Ghannouchi.

 

In breve

 

La Corte di cassazione della Giordania ha dissolto l’organizzazione dei Fratelli musulmani, ufficialmente per non aver aggiornato il proprio status giuridico (Gulf News).

 

Il governo libanese guidato dal primo ministro Hassan Diab sta cercando aiuti dalla Cina per uscire dalla crisi economica. La mossa è appoggiata dalle fazioni sciite del Paese. (Associated Press).

 

Secondo una nuova legge per entrare in politica i militari egiziani dovranno chiedere l’autorizzazione del Consiglio supremo delle Forze armate presieduto dallo stesso al-Sisi (Avvenire).

 

La Corte di appello di Londra ha deciso che Shamina Begum, unitasi al sedicente Stato islamico nel 2015, può tornare nel Regno Unito per contestare la revoca della sua cittadinanza (Washington Post).

 

In Tunisia la blogger Emma Chargui è stata condannata a sei mesi di prigione per aver pubblicato su Facebook delle frasi che parodiavano lo stile del Corano. Nel post invitava le persone a lavarsi le mani per proteggersi dal coronavirus (France 24).

 

Gli Emirati Arabi Uniti manderanno un satellite su Marte per esplorarne il clima (BBC).

 

La più alta Corte del Bahrein ha condannato a morte due attivisti nonostante ci siano prove che siano stati torturati per farli confessare (Washington Post).

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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