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Consigli di lettura

Se il jihad prende il posto di Dio

Una sociologia storica del fenomeno jihadista

Questo articolo è pubblicato in Oasis 28. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 21/02/2019 15:43:46

Jihad u akbar.jpgRecensione di Felice Dassetto, Jihad u Akbar. Essai de sociologie historique du jihadisme terroriste dans le Sunnisme contemporain (1970-2018), Presses Universitaires de Louvain, Louvain-la-Neuve 2018

 

Il titolo scelto da Felice Dassetto per il suo ultimo libro, Jihad u Akbar, potrà far storcere il naso ai cultori della grammatica araba – il calco dalla formula Allah u Akbar non è infatti del tutto corretto, la forma giusta sarebbe al-Jihadu Akbar con l’articolo – ma è decisamente evocativo. Esso contiene infatti l’idea che alla grandezza di Dio, continuamente evocata dai musulmani, ma diventata il terrificante grido di battaglia dei jihadisti, questi ultimi abbiano sostituito il culto della violenza, rendendo onore in ultima analisi a se stessi. Ma allo stesso tempo affermare che il jihad è grande significa prendere in considerazione non solo la notevole estensione geografica e temporale del fenomeno, ma anche la sua profondità di senso e di radicamento. Lo scopo del saggio è infatti spiegare, come si legge in copertina, i meccanismi che negli ultimi cinquant’anni hanno permesso al radicalismo jihadista terrorista di «imporre la sua agenda e la sua logica di azione violenta».

 

Il percorso proposto da Dassetto parte dalla storia del concetto di jihad, in quanto tradizione consolidata sin dai primi secoli dell’Islam, per arrivare all’epoca moderna e contemporanea. Già durante il processo di decolonizzazione i movimenti nazionalisti che lottavano per l’indipendenza dei propri Paesi chiamavano al jihad contro l’invasore europeo. Ma è a partire degli anni ’70 che il jihadismo si costituisce come un sottosistema del Sunnismo, – è questa la tesi forte del libro – acquisendo un’autonomia di funzionamento. In questa costruzione, ideologica e pratica allo stesso tempo, uno snodo fondamentale è costituito dalla guerra d’Afghanistan del 1979-1988. Il famoso appello di ‘Abdallah ‘Azzam a convergere nel Paese asiatico per difendere i territori dell’Islam segna infatti l’internazionalizzazione del jihadismo, mentre al-Qaeda, nata in questo contesto, diventa un riferimento simbolico e un modello. Il pensiero jihadista si struttura così in un’organizzazione gerarchizzata, diventa un network globale e si dota di un’etica e di una teologia escatologica. L’11 Settembre genererà una spirale di violenza senza precedenti: si apre il decennio del jihad diffuso e della strategia del caos. È quella che Dassetto definisce la terza generazione di jihadisti: una generazione che si è professionalizzata, adotta strategie diverse a seconda dei territori in cui opera, e sul piano ideologico si nutre della matrice salafita. L’ultima grande fase del radicalismo jihadista-terrorista è iniziata nel 2010-2011 (il post “Primavere arabe”) e non si è ancora conclusa. Con l’organizzazione dello Stato Islamico, il jihad si territorializza, rimettendo in questione i confini ereditati dal colonialismo, mentre i “guerrieri santi” sono sempre più globalizzati e influenzati da Internet.

 

Alla fine vengono delineati alcuni possibili scenari, dal meno probabile, la sconfitta del jihadismo per opera di forze esterne, al più verosimile, il suo prolungamento nel tempo. Tra le possibili soluzioni, Dassetto insiste sulla necessità che il Sunnismo si sottoponga ad autocritica in un processo che definisce di «autoregolazione interna».  (p. 234)

 

Nei ringraziamenti l’analisi sociologica si intreccia con il vissuto personale dell’autore. Dassetto, rivelando di aver dovuto combattere contro il cancro proprio mentre lavorava alla stesura del libro, paragona il radicalismo jihadista-terrorista a questa terribile malattia, per la quale ancora non esiste una cura e che richiederà ancora anni di studi e ricerche. Allo stesso modo «è ancora lunga la strada da percorrere per arrivare a capire l’umanità violenta e per uscirne» (p. 243).

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Sofia Volpi, Se il jihad prende il posto di Dio, «Oasis», anno XIV, n. 28, novembre 2018, pp. 138-139.

 

Riferimento al formato digitale:

Sofia Volpi, Se il jihad prende il posto di Dio, «Oasis» [online], pubblicato il 22 novembre 2018, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/se-jihad-sostituisce-dio.

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