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Consigli di lettura

Se il jihad prende il posto di Dio

Una sociologia storica del fenomeno jihadista

Questo articolo è pubblicato in Oasis 28. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 22/11/2018 14:15:26

Jihad u akbar.jpgRecensione di Felice Dassetto, Jihad u Akbar. Essai de sociologie historique du jihadisme terroriste dans le Sunnisme contemporain (1970-2018), Presses Universitaires de Louvain, Louvain-la-Neuve 2018

 

Il titolo scelto da Felice Dassetto per il suo ultimo libro, Jihad u Akbar, potrà far storcere il naso ai cultori della grammatica araba – il calco dalla formula Allah u Akbar non è infatti del tutto corretto, la forma giusta sarebbe al-Jihadu Akbar con l’articolo – ma è decisamente evocativo. Esso contiene infatti l’idea che alla grandezza di Dio, continuamente evocata dai musulmani, ma diventata il terrificante grido di battaglia dei jihadisti, questi ultimi abbiano sostituito il culto della violenza, rendendo onore in ultima analisi a se stessi. Ma allo stesso tempo affermare che il jihad è grande significa prendere in considerazione non solo la notevole estensione geografica e temporale del fenomeno, ma anche la sua profondità di senso e di radicamento. Lo scopo del saggio è infatti spiegare, come si legge in copertina, i meccanismi che negli ultimi cinquant’anni hanno permesso al radicalismo jihadista terrorista di «imporre la sua agenda e la sua logica di azione violenta».

 

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