A differenza di quanto previsto dai sondaggi, il presidente turco è in vantaggio sul suo rivale Kemal Kılıçdaroğlu nella corsa alla presidenza della Repubblica. Abbiamo chiesto a Selim Koru, studioso di cultura politica e analista di questioni turche, un commento sui risultati elettorali

Ultimo aggiornamento: 21/12/2023 16:39:20

Intervista a cura di Claudio Fontana

 

 

La maggior parte dei sondaggi attribuiva a Kılıçdaroğlu circa il 49% delle preferenze al primo turno delle presidenziali. Dal momento che quella percentuale rifletteva le intenzioni di voto rilevate a inizio maggio, ci si poteva aspettare che Kılıçdaroğlu si trovasse ben oltre la soglia del 50%. Le cose tuttavia sono andate diversamente. Col senno di poi, è sempre facile criticare i sondaggisti e non è questa la nostra intenzione. Ad ogni modo, secondo lei quali sono gli aspetti che i sondaggi non sono riusciti a cogliere?

 

In effetti, i rilevamenti dei sondaggi di queste ultime elezioni sono stati piuttosto strani. La maggior parte, compresi quelli ritenuti più affidabili, prevedevano una vittoria di Kılıçdaroğlu addirittura al primo turno. Pochi pensavano invece che la vittoria al primo turno fosse alla portata di Erdoğan, e quelli che lo hanno fatto sono stati liquidati come agenzie pro-governative il cui obiettivo era gonfiare la popolarità del presidente uscente. Certo è che Kılıçdaroğlu ha ottenuto cinque punti in meno di quanto previsto da molti sondaggi, mentre Erdoğan ne ha guadagnati cinque in più. Come spiegare questo divario di dieci punti?

 

Non sono un sondaggista ed è passato molto tempo dall’ultima volta che mi sono dedicato a studi quantitativi. Non posso quindi entrare nel merito delle fallacie metodologiche. Si sono cercate delle irregolarità cui il governo avrebbe fatto ricorso, comprese delle variazioni nella base elettorale. Ma non credo che questo basti a spiegare lo scostamento di dieci punti.

 

Sospetto tuttavia che i sondaggisti non siano riusciti a cogliere quello che i commentatori pro-governativi hanno chiamato “onda nazionalista profonda”, che interpreto come la promessa dell’eccezionalismo turco. Erdoğan ha infatti promesso di continuare il progetto imperiale già intrapreso. Ha usato il potere mediatico per equiparare in maniera brutale l’opposizione ai “nemici della nazione”, siano essi le potenze occidentali, i separatisti curdi o semplicemente le élite metropolitane che gli sono ostili. Per lo più l’opposizione non si è curata molto di questi attacchi, scommettendo che la gente si fosse assuefatta agli allarmi di Erdoğan sulle minacce esistenziali e sulla presenza di quinte colonne e che la crisi economica avesse reso le persone troppo povere per occuparsene. La loro campagna si è concentrata su una gestione solida e ortodossa dell’economia e su una politica antiautoritaria e inclusiva.

 

Tra i due messaggi c’era un conflitto. Nessuno dei due ha voluto accettare un compromesso, reagendo a quello che stava facendo l’altro. Entrambi sono rimasti fedeli al proprio messaggio. Forse al centro c’era un gruppo consistente di elettori che ha ascoltato tutte e due le parti, ha pensato di votare per Kılıçdaroğlu, magari ha anche detto ai sondaggisti che avrebbe votato per lui, ma nel segreto della cabina elettorale ha cambiato idea. Lo ha fatto soprattutto a causa della campagna denigratoria e martellante di Erdoğan, che ha potuto contare sulle risorse pressoché illimitate dello Stato. O almeno è così che m’immagino “l’onda profonda” del nazionalismo.

 

La domanda sorge dunque spontanea: come ha fatto un (piccolo) gruppo di sondaggisti a vedere questa “onda profonda” mentre la stragrande maggioranza non l’ha vista arrivare? Erano, per così dire, più attrezzati metodologicamente? Oppure avevano gli stessi numeri dei sondaggisti pro-opposizione e hanno gonfiato le preferenze per Erdoğan in modo da giustificare l’onda profonda che si auguravano di trovare? Non saprei.

 

In Occidente l’economia di solito ha un peso rilevante nel determinare le preferenze elettorali. Seguendo questa logica, la corsa di Erdoğan sembrava compromessa in partenza. E invece il presidente ha dimostrato una notevole resilienza e ha avuto la meglio in vista del ballottaggio. Lei ha fatto riferimento al nazionalismo come a un fattore cruciale nella politica turca, ma quale rapporto c’è in Turchia tra identità islamica e nazionalismo?

 

Nella sua domanda vanno analizzati alcuni aspetti. Sull’economia sì, direi che gli elettori di Erdoğan hanno assorbito abbastanza bene l’urto della crisi economica. L’inflazione sta erodendo i salari ed è fonte di tensione. Persone che in passato avevano uno stile di vita agiato oggi non riescono più a permettersi le proprie case e a mantenere i propri figli. D’altro canto, però, la disoccupazione è calata vistosamente negli ultimi anni, e l’appartenenza alla rete dell’AKP ha aiutato le persone a coprire i costi delle necessità di base. Ciononostante, c’è stato un calo vertiginoso nella qualità della vita della classe media e operaia. Agli elettori è stato detto che questo fa parte del processo di transizione verso l’“economia nazionale” e che rientra nell’epica lotta per l’indipendenza e per lo status di superpotenza. Dubito che un elettorato europeo sarebbe stato così accondiscendente, ma non si sa mai. Magari la Turchia sta anticipando una dinamica politica che sta emergendo anche in Europa.

 

Quanto all’islamismo, la vera domanda è: a quale tipo di islamismo ci riferiamo? La Turchia si concentra ogni giorno di più sulle questioni terrene. In passato l’islamismo era il tentativo di ricavare un sistema politico dall’ortodossia religiosa. Adesso è invece un ammasso di simboli mistici, spesso mescolati con altre tematiche nazionaliste o associati agli eventi di tipo carismatico delle reti delle “cemaat”. Al cuore dell’islamismo vi è la promessa dell’eccezionalismo e della rilevanza geopolitica. Ecco durante la campagna elettorale il governo non ha insistito sui temi tipicamente islamisti, come l’età legale per contrarre il matrimonio, l’istruzione religiosa, o il codice penale. Ha fatto leva invece sulla necessità di una difesa forte e sulla retorica anti-LGBTQ, cose che possono essere facilmente trasposte in molti partiti europei di estrema destra di ieri e di oggi. Il problema non è se i principi islamisti verranno applicati politicamente, ma se la classe che si riconosce nella simbologia islamica conserverà la propria supremazia. L’opposizione sembra credere che la classe media islamista istruita (soprattutto le donne) potrebbe mantenerla. Alcuni potranno anche farcela, ma molti altri sembrerebbe di no.

 

La preghiera di Erdoğan a Santa Sofia la notte prima delle elezioni è stata praticamente un comizio. Le precedenti generazioni di islamisti sarebbero state profondamente a disagio con una scena del genere, ma le cose adesso sono cambiate. Le varie sfumature di Islam politico possono convergere su simboli centrali come questo.

 

Nell’analisi dei risultati molti media occidentali hanno messo in luce la frattura tra grandi città e aree rurali. Tuttavia, se guardiamo ai numeri di Istanbul e Ankara, notiamo che Kılıçdaroğlu ha vinto di stretta misura (circa 1,3% nel distretto di Ankara, meno del 2% in quello di Istanbul). Nelle aree costiere Kılıçdaroğlu ha invece ottenuto un consenso più ampio: più del 57% a Mersin, il 53% ad Antalya, il 63% a Izmir e via dicendo. Può aiutarci a capire le differenze tra Turchia costiera e interna?

 

Sì, vedo che si fanno molti paragoni con gli Stati Uniti, dove le fasce costiere votano il Partito Democratico mentre l’interno vota Repubblicano; le coste e le metropoli sono più progressiste del resto del Paese.

Come lei giustamente osserva, Ankara e Istanbul hanno tenuto alle ultime elezioni. Credo che questo abbia a che fare con il ritmo accelerato dell’urbanizzazione in Turchia. Negli anni Sessanta, il 70% della popolazione del Paese viveva in aree rurali, mentre oggi è sceso al 25%: in quegli anni iniziarono a formarsi delle baraccopoli attorno ai centri urbani più importanti, e nei decenni successivi i socialisti e i movimenti islamisti si sono contesi il consenso di queste zone. Erdoğan proviene dal distretto Kagithane di Istanbul, dove ha costruito la struttura di base dell’AKP, che va dalla città verso la campagna: il suo è essenzialmente un movimento urbano. Le elezioni locali del 2019 hanno però mostrato che la presa di questo movimento sulle grandi città sta venendo meno, anche se molto lentamente.   

 

Kemal Kılıçdaroğlu è sostenuto da una vasta e variegata composizione di partiti: fanno parte dell’alleanza nazionalisti, islamisti, formazioni di sinistra, persino i curdi, seppur in maniera indiretta. Questa eterogeneità ha scoraggiato gli elettori dal votare a favore dell’Alleanza della Nazione? O forse la ragione dei suoi cattivi risultati elettorali è data dall’atteggiamento “da colomba” con cui ha fatto campagna elettorale e che ora sembra aver abbandonato a favore di una narrazione più “da falco”?

 

Per i due la sfida era profondamente diversa: Erdoğan deve riunire il maggior numero possibile di tradizioni di destra; Kılıçdaroğlu ha invece bisogno di contenere la polarizzazione tra destra e sinistra sotto le insegne del repubblicanesimo. Così facendo ha ricevuto il 45% dei voti, che è decisamente meglio dei tentativi precedenti. È abbondantemente sopra il 25% del suo partito, il CHP: Non è riuscito a ottenere una maggioranza, certo, ma la sua rimane un’impresa significativa.

 

Viviamo nell’epoca del nazionalismo: qualcosa nell’attuale momento politico, che sia lo stato della tecnologia, l’andamento economico o lo scenario geopolitico, sembra spingere verso il nazionalismo di estrema destra. In questo senso, il compito di Erdoğan è sempre stato più semplice di quello di Kılıçdaroğlu. La campagna del presidente è stata fiacca rispetto a quelle precedenti, mentre il suo avversario ha senza dubbio fatto la migliore campagna della sua vita, ma si è dovuto piegare al forte vento contrario.   

 

Con la probabile vittoria di Erdoğan al ballottaggio, quali sono le sue aspettative per il futuro della politica turca? Da un lato, il presidente sembra aver già realizzato gran parte dei suoi obiettivi politici: ha trasformato la Turchia in un sistema presidenziale, ha riconvertito Santa Sofia in moschea e spinto il suo programma islamista, ha costruito un impero economico, silenziato parte dei suoi oppositori… Cosa rimane sulla sua lista dei desideri?

 

È vero, Erdoğan ha realizzato molti dei suoi obiettivi. Ma non bisogna sottovalutare la sua ambizione. Se ha presente le letture islamiste del giovane Erdoğan e le persone che lo hanno influenzato, vedrà che questa tradizione politica considera la Repubblica come una catastrofe. Erdoğan non accetta compromessi su questa visione, ma allo stesso tempo è disposto a pazientare per realizzarla. È questo a renderlo speciale. La soluzione che ha escogitato è quella di non imporre il suo progetto drasticamente, come ha fatto la rivoluzione iraniana, ma farlo crescere gradualmente dall’interno, pezzo dopo pezzo. Il sistema presidenziale, Santa Sofia, o l’appropriazione di risorse economiche sono tutti strumenti che servono a costruire una “super-maggioranza” stabile e di destra, simile a quella creata in Russia da Vladimir Putin. Il Kulturkampf è sia il propulsore che la posta in palio finale in questa visione di “grande politica”. In definitiva, si tratta di ristabilire la posizione da cui la Turchia possa ancora una volta competere con l’Occidente in tutti gli ambiti.

 

Erdoğan ha lasciato intendere che probabilmente non vedrà il compimento di questa visione, ma finirà la sua carriera sapendo di essere stato il precursore di futuri leader che potranno realizzarla fino in fondo. Non sono però sicuro che questo avverrà. Il suo sistema riesce benissimo a soffocare il dissenso e a unire le persone attorno a narrazioni mitiche, ma non è altrettanto efficace nelle questioni di governo che richiedono maggiore cooperazione. Cose come le arti, le scoperte scientifiche, la finezza diplomatica, continueranno a eludere le maglie del suo regime. Non è poi chiaro se Erdoğan sarà in grado di risolvere il problema della propria successione. Tutte le volte che il suo nome non compare sulla scheda elettorale, come alle elezioni del giugno 2015 o alle municipali del 2019, i suoi candidati perdono. Deve passare a qualcuno il mantello del “reis”, come lo chiamano i suoi seguaci, ma non è chiaro se ciò sarà possibile.

 

 

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