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Siria: dieci anni di conflitto

La città di Ras al-Ayn, al confine con la Turchia dopo un bombardamento nel 2013 [fpolat69 - Shutterstock]

Rassegna stampa ragionata sul Medio Oriente e sul mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 19/03/2021 16:51:01

Sono passati dieci anni dall’inizio della rivoluzione siriana. I numeri della crisi sono agghiaccianti: 700.000 i morti finora, 100.000  le persone che si stima siano decedute in prigione a seguito delle persecuzioni del regime, 13 milioni i siriani costretti a fuggire dall’inizio della guerra, 5 milioni i bambini nati e cresciuti senza aver mai sperimentato un periodo di pace. Ad oggi il 70% il territorio è tornato sotto il controllo di Bashar al-Assad e  il costo di un decennio di guerra è stimato in 1.700 miliardi di dollari.

 

Newlines Magazine ha dedicato diversi articoli di approfondimento sulla Siria, concentrandosi in particolare sulla nascita della rivoluzione e il governo della famiglia Assad. Da un anno il conflitto è in una situazione di impasse, dopo la tregua siglata tra Russia e Turchia per mettere fine ai combattimenti nella zona di Idlib. La città è sotto il controllo di Hayat Tharir al-Sham, un’organizzazione terroristica che sta cercando di ripulire la propria immagine espellendo gli elementi più radicali così da poter continuare a mantenere il controllo di una piccola area nel nord-ovest della Siria.

 

Sebbene quindi esistano ancora sacche ribelli nella parte settentrionale del Paese, secondo Dareen Khalifa dell’International Crisis Group, non c’è un vero vincitore in questa guerra. Bashar al-Assad gode del supporto della Russia e dell’Iran, ma la Turchia e gli Stati Uniti hanno ancora una certa influenza nelle aree a nord. Il controllo totale sul Paese è ancora lontano per il raìs, e una recrudescenza di attacchi da parte dello Stato islamico è sempre dietro l’angolo. In realtà, come è spiegato in questo video, lo Stato islamico non esiste più come organizzazione territoriale, ma persistono dei vuoti di potere che potrebbero essere occupati dai terroristi, soprattutto se questi riuscissero ad ottenere la fiducia della popolazione locale in luoghi come il campo di Al-Hol o Deir Ez-zor.

 

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Il Washington Post racconta in particolare la storia di Mazen al-Hamada, attivista che una volta arrivato in Europa ha denunciato i crimini  di Assad, e che, sebbene sia stato torturato durante la prigionia in Siria, ha poi deciso di tornare nel suo Paese. Da un anno circa si sono perse le sue tracce, e amici e parenti sono convinti che Mazen, psicologicamente fragile, sia stato persuaso a tornare da persone vicine al regime.

 

Ma perché in Siria le rivolte del 2011 sono evolute in questa sanguinosa guerra? Christian Sahner sul Wall Street Journal analizza il problema in profondità e mostra come gli elementi che hanno portato al fallimento della rivoluzione fossero già presenti nel 2011. Sahner confronta il caso siriano con alcune rivoluzioni “di successo”, come quella iraniana del 1979 o quella tunisina del 2011, e attraverso la comparazione spiega cosa ha permesso ad Assad di prevalere.

 

Anche la testimonianza del cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, ci parla della sofferenza della popolazione e del fallimento della diplomazia internazionale nel risolvere la crisi: «Recentemente l’inviato Speciale Onu per la Siria, Geir O. Pedersen, lo ha detto chiaramente: a meno che non ci sia una diplomazia internazionale animata da spirito costruttivo non si andrà avanti. Da sole le parti in conflitto non riescono, è muro contro muro». Da un anno si è aggiunta la pandemia a complicare la situazione: «Tanti sacerdoti e presuli con cui mi trovo spesso a parlare mi raccontano che oramai le persone sono arrivate a rubare anche la poca biancheria messa al sole ad asciugare, rubano le batterie delle auto e dei mezzi agricoli per produrre un po’ di energia. L’enorme svalutazione della lira siriana sta impoverendo la gente ogni giorno che passa. La situazione è insostenibile e bisogna trovare una soluzione dopo 10 anni di guerra».

 

Il jihadismo in Africa

 

Nell’ultima settimana si sono verificati alcuni attacchi jihadisti in diversi Paesi africani. In Mozambico, Save the children ha documentato le atrocità compiute dai terroristi e le ha messe per iscritto in un rapporto uscito nei giorni scorsi. Intervistando le famiglie di sfollati scappati dalla provincia di Capo Delgado l’ONG è venuta a sapere che i terroristi hanno decapitato svariate persone, tra cui bambini di 11 e 12 anni. Il gruppo responsabile è conosciuto con il nome di al-Shabaab, da non confondere con l’omonimo somalo. Viene chiamato anche Ahlu Sunna wa Jama (ASWJ) e solo nel 2020 ha condotto 570 attacchi tra Mozambico e Tanzania uccidendo almeno 2.000 civili.

 

Quello in Mozambico è un gruppo che fa riferimento allo Stato islamico (anche se non è chiaro in che misura) e il 10 marzo è stato inserito da parte degli Stati Uniti nella lista dei gruppi terroristici, insieme a un’altra organizzazione, conosciuta a Washington con il nome di ISIS-DRC, cioè Stato islamico della Repubblica democratica del Congo. Anche in Congo questa settimana c’è stato un attacco in cui sono morti almeno 15 civili e si presume che i responsabili siano dei terroristi noti come Forze democratiche alleate (o ADF secondo l’acronimo inglese). Nonostante il nome scelto dagli Stati Uniti per riferirsi a questo gruppo, gli esperti delle Nazioni Unite non hanno trovato connessioni tra le ADF e lo Stato islamico, scrive Al Jazeera.

 

Secondo il Center for Strategic and International Studies, inserire l’ASWJ nella lista delle organizzazioni terroristiche è un’azione soprattutto simbolica. In questo modo si sostiene la narrazione del governo di Maputo che vuole dipingere il conflitto come «fomentato dall’esterno» e giustificare così un’azione militare repressiva. Ma, prosegue l’analisi, «una continua concentrazione sulla campagna militare a scapito di programmi sociali ed economici che favoriscano un maggiore sviluppo e stabilità probabilmente prolungherà il conflitto». Questa settimana le forze speciali americane hanno anche cominciato l’addestramento delle truppe mozambicane nel tentativo di contrastare l’avanzata dell’insurrezione, racconta il New York Times.

 

Nel Sahel invece continuano non solo gli attacchi (questa settimana ce n’è stato uno in Mali e uno in Niger) ma anche i rapimenti di studenti, che sono l’attività più redditizia per i gruppi jihadisti. In questo video Al Jazeera fa il punto sulla situazione in Nigeria. Il governo non riesce a garantire la sicurezza nelle scuole, e, nel tentativo di risolvere la situazione, tratta con i miliziani. Ma oltre a pagare i riscatti per gli studenti, il governo nigeriano rilascia prigionieri che riempiono le file delle organizzazioni jihadiste chiedendo in cambio che si ponga fine ai rapimenti.

 

Anche in Burkina Faso il governo tratta con i jihadisti, ma diversi timori restano nella popolazione. Da circa un anno sono in corso negoziati segreti tra gruppi di terroristi e il governo centrale. Gli attacchi sono effettivamente diminuiti, leggiamo su The New Humanitarian, ma senza una strategia generale di riconciliazione e di reinserimento dei jihadisti nella società, la tregua risulta fragile.

 

In un paragrafo

 

Tunisia e Libia

 

Il presidente tunisino Kais Said è il primo capo di governo a visitare la Libia dopo la formazione del nuovo governo ad interim guidato da Abdelhamid Dbeibah, che dovrebbe portare il Paese a elezioni a dicembre seguendo i piani stabili dall’ONU. Said ha dichiarato il «sostegno della Tunisia al processo democratico della Libia». Spiega Al Jazeera che prima della rivoluzione la Libia era un partner chiave per Tunisi: se ora lo scambio è di soli 363 milioni di dollari, prima del 2010 ammontava a 1,2 miliardi. Anche secondo Jeune Afrique la Tunisia può avere un ruolo importante nella ricostruzione libica: «Tunisi potrebbe continuare ad esportare la sua forza lavoro e il suo know-how in termini di costruzione», anche se a detta del diplomatico Walid Hajjem la cooperazione tra i due vicini riguarderà più settori. Le Nazioni Unite, coinvolte nel processo di ricostruzione della Libia, hanno inoltre recentemente dichiarato che l’embargo sulle armi in vigore dal 2011 è stato «completamente inefficace».

 

In una frase

 

In Giordania sette persone affette da Covid-19 sono morte per mancanza di ossigeno all’ospedale Al-Salt di Amman e il ministro alla Salute si è dimesso (Le Monde).

 

Il politologo algerino Mohamed Hennad parla del ritorno dell’Hirak in Algeria (Jeune Afrique).

 

Gli Emirati Arabi Uniti hanno sospeso un vertice con Israele per protesta contro la propaganda elettorale di Netanyahu (Axios).

 

L’Egitto sta cercando di contrastare la presenza turca in Ciad con una serie di accordi bilaterali (Al Monitor).

 

In Israele alcuni archeologi hanno ritrovato dei frammenti di rotoli biblici (Haaretz).

 

Un reportage sui pescatori di Mazara del Vallo e le relazioni di questa cittadina siciliana con la Libia (Al Jazeera).

 

L’attivista tunisina Rania Amdouni è stata rilasciata (Le Monde).

 

Per quanto riguarda il Senegal, di cui avevamo parlato la settimana scorsa, Foreign Policy parla di «crisi politica», mentre Jeune Afrique racconta di come ora i principali partiti di opposizioni si stiano schierando con Ousmane Sonko.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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