Nel Paese dell’Africa orientale migliaia di giovani vengono impiegate come domestiche in condizioni di schiavitù e sono numerosi i minori, soprattutto maschi, vittime di violenza. Per il loro riscatto operano associazioni e guide spirituali locali, sia cristiane che musulmane

Ultimo aggiornamento: 15/03/2024 11:45:51

L’ampio capannone aperto sui due lati e coperto di lamiere ripara appena dal sole che la mattina picchia forte sui cieli di Bagamoyo. Una ventina tra giovani donne e ragazze ancora minorenni si sono riunite al suo interno per una giornata di formazione sui propri diritti di lavoratrici domestiche. A chiamarle, tramite visite personali e passaparola, Huba, una Community Justice Facilitator (CJF) che nei villaggi delle zone orientali del Saadani National Park è conosciuta dalle autorità e dalle comunità locali per il suo impegno in favore della tutela dei diritti umani dei minori, dei disabili e delle donne. Intorno a lei le giovani impiegate anche da anni nelle case di famiglie che si avvalgono dei loro servigi senza firmare contratti, senza dare loro un salario, orari e turni di riposo, senza neanche concedere il diritto di frequentare la scuola. «Non sapere di avere dei diritti e non rendersi conto di essere lavoratrici, con la stessa dignità di insegnanti, medici, operai, significa lasciarsi sfruttare e non averne piena consapevolezza. Quando diciamo a queste giovani che anche loro hanno diritto a uno stipendio dignitoso, versato su un conto intestato, spesso ci guardano incredule», racconta Huba.

 

 

Una lotta per la dignità

 

Alcune prendono appunti, persino sulle loro stesse mani, altre non sanno scrivere perché non hanno potuto accedere nemmeno all’istruzione elementare. Nel suo incontro Huba è affiancata da Debora, una ex lavoratrice domestica che oggi è membro dello staff tanzaniano della Comunità dei Volontari per il Mondo (CVM), una piccola associazione marchigiana che da anni opera tra la Tanzania e l’Etiopia in favore delle lavoratrici domestiche, nella lotta all’HIV e all’analfabetismo, e anche sostenendo la costruzione di sistemi idrici in piccoli villaggi. Debora ha iniziato a lavorare a soli quindici anni, dopo la morte prematura del padre, sostenendo con il suo impiego, pur senza avere un contratto, la madre e la sorellina più piccola. Con emozione racconta il suo percorso di riscatto e speranza alle presenti, senza nascondere i momenti di stanchezza, sconforto e paura di non farcela. Il destino della giovane è cambiato proprio grazie al suo incontro con un membro locale del CVM, che l’ha invitata a partecipare a un training formativo dedicato proprio alle lavoratrici domestiche. «Ascoltavo le parole di quell’uomo ed ero come incredula», racconta alle altre. «Per la prima volta ho capito di avere anch’io un valore, di potere e dovere essere considerata al pari di ogni altra donna o uomo che si dedica al lavoro e cerca di portarlo a termine nel migliore dei modi. Ho capito di avere diritti, che il contratto non era solo un sogno e che avrei potuto e dovuto affrontare il mio datore di lavoro e rivendicare tutto quello che mi spettava». Debora prende in mano la sua vita, completa gli studi, fonda l’associazione Initiative for domestic workers e con il CVM gira tra i villaggi e le città tanzaniane per portare la sua testimonianza e incoraggiare le altre donne a lottare per diventare padrone delle loro vite e dei loro sogni. Debora le sprona, le esorta a parlare dei loro sogni, a pensare a cosa faranno da grandi o una volta che saranno libere di decidere del proprio destino, quando non saranno cioè le condizioni ostili in cui vivono ad obbligarle ad abbassare la testa. Alcune, specie tra le più giovani, si emozionano, raccontano di voler fare le imprenditrici, di essere determinate a diventare avvocate, medici, giornaliste. «Se un giorno diventerò datrice di lavoro e avrò altre persone alle mie dipendenze, voglio trattarle con umanità e rispetto», racconta la giovane Hope. «Prima dell’incontro con Huba dormivo sul pavimento della cucina e i padroni di casa mi davano da mangiare i loro avanzi. Il giorno in cui lei è entrata nella casa dove lavoro è stato come vedere un angelo. Huba ha affrontato i miei datori di lavoro e il loro approccio con me è cambiato completamente. Non solo mi hanno fatto un contratto e hanno stabilito un salario che ricevo sul conto a me intestato, che proprio Huba mi ha aiutato ad aprire, ma mi hanno permesso di dormire su un letto nella stanza dei figli e di andare a scuola la mattina», aggiunge. Quelle che agli occhi di molti potrebbero sembrare cose di poco conto, per molte minori nel sud del mondo sono vere e proprie conquiste. Tra le donne che la CJF Huba incontra ce ne sono anche alcune che hanno subito violenza e abusi da parte dei loro datori di lavoro. A volte si tratta di percosse e vessazioni, altre di abusi sessuali reiterati. Situazioni in ogni caso difficili da affrontare, specie quando si è da sole. «Creare una rete e soprattutto normare il lavoro domestico ridurrebbe i rischi per queste donne e creerebbe un quadro legale per tutelarle», aggiunge Huba, che con altri suoi colleghi spende la propria vita per cercare di far emergere le situazioni in cui i diritti dei più deboli sono calpestati.

 

Il lavoro domestico in Tanzania non è ancora regolamentato e il Paese non ha ratificato la Convenzione ILO 189 sullo stesso. Succede così che migliaia di giovani donne e ragazze minorenni si trovino in una condizione di schiavitù. Il sindacato Chodawu è nato proprio per dare voce a queste professioniste del lavoro domestico, che è anche lavoro di cura, visto che oltre che occuparsi delle pulizie e di preparare i pasti, spesso le giovani donne sono coloro che assistono anziani e bambini che vivono in famiglia. Il Chodawu sta facendo un lavoro capillare per creare connessioni tra le sempre più numerose associazioni di donne lavoratrici domestiche e per portare le loro istanze ai tavoli di negoziato. La legge tanzaniana attuale pone, come unici limiti, che il lavoro minorile non inizi prima dei quattordici anni e che non sia logorante, requisito quest’ultimo che non rispecchia la natura dell’impegno a cui sono costrette le domestic workers. A spingerle a impegnarsi presso famiglie facoltose o comunque meno povere delle loro sono generalmente le condizioni di estrema necessità in cui versano e l’impossibilità di trovare altri impieghi. La manodopera femminile a costo zero o a un basso costo è molto richiesta, sia in Patria, sia all’estero, in particolare in Libano – fino al momento in cui la pandemia e la crisi economica non hanno spinto migliaia di famiglie ad abbandonare letteralmente le proprie collaboratrici in strada – e nei ricchi Paesi del Golfo. Quando le partenze avvengono attraverso canali legali, i problemi che queste donne affrontano e di cui spesso sono totalmente inconsapevoli, sono legati alla mancata conoscenza della lingua e della cultura locali, che provocano non pochi problemi di comunicazione con i datori di lavoro, anche considerando il fatto che non tutte le donne in partenza conoscono l’inglese. I problemi più gravi, tuttavia, si riscontrano quando le lavoratrici domestiche si affidano a trafficanti e partono senza documenti legali. Non di rado finiscono nella tratta di esseri umani o vengono arrestate. Il ritorno a casa per loro rappresenta spesso non tanto una liberazione, ma una sorta di pubblica sconfitta e mortificazione.

 

Bambini che indossano la divisa che si dirigono a piedi verso la sede della loro scuola elementare
Alcuni membri dello Zapha Plus insieme alla direttrice di CVM Marian Lambert (a sinistra)
Donne tanzaniane che comprano e vendono i prodotti della terra
L'imam Abdallah all'ingresso della moschea Al'Masjidil Istigaama
Lo staff di Comunità Volontari per il Mondo CVM a Morogoro

 

Preti e imam per i diritti di tutti

 

Per favorire il reinserimento sociale di queste donne viene chiesto dagli stessi Community Justice Facilitator l’intervento delle guide spirituali locali, imam e preti. La loro presenza e i loro interventi nei percorsi di formazione dedicati alle lavoratrici domestiche e agli stessi datori di lavoro risultano efficaci, perché nel Paese è ancora molto sentito il rispetto per le parole dei rappresentanti delle rispettive fedi. «Quando un imam o un prete parlano di rispetto della vita e della dignità di una lavoratrice e definiscono questi comportamenti doveri religiosi, le comunità locali li ascoltano. Per questo non esitiamo mai a coinvolgerli nelle nostre iniziative pubbliche», racconta Mashi, una donna di mezza età che ormai da anni è impegnata come Community Justice Facilitator a Morogoro. In Tanzania la convivenza tra religioni diverse è armonica e all’interno delle comunità locali il dialogo e il rispetto sono consolidati e forti. «Il senso di appartenenza al Paese, ma ancor più alla grande famiglia umana, detta tutti i nostri comportamenti. Ognuno rispetta la diversità dell’altro e ne fa tesoro, senza rinunciare ad esprimersi e manifestare liberamente il suo credo, anche con i rispettivi simboli, negli spazi pubblici, come in quelli privati», spiega l’imam Abdallah, a capo della moschea di Alistiqama. «Come musulmani abbiamo dei doveri nei confronti della nostra spiritualità, come singoli e come comunità di credenti, ma abbiamo anche doveri nei confronti delle sorelle e dei fratelli delle altre confessioni. Siamo un Paese giovane, composto per la maggior parte da giovani e dobbiamo prestare grande attenzione affinché le future generazioni mantengano e rafforzino lo spirito di fratellanza, che è una premessa imprescindibile per preservare e rafforzare la pace», aggiunge il religioso. «Non esistono problemi dei musulmani e problemi dei cristiani. Se un bambino o un innocente subiscono un’ingiustizia siamo chiamati tutti ad assumerci le nostre responsabilità e noi religiosi in questo dobbiamo essere in prima linea. La fede non si può separare dal comportamento civico», conclude.

 

I religiosi cristiani sono anch’essi impegnati in Tanzania su più fronti. Oltre a guidare le rispettive comunità secondo i propri riti, hanno una capillare presenza nel sociale, che li rende un riferimento indispensabile per la popolazione. Scuole, orfanotrofi, centri per l’accoglienza di bambini svantaggiati si trovano in tutte le città e i villaggi del Paese. I leader religiosi, per la maggior parte cattolici (circa il 31% rispetto al 29% di protestanti), sono anche al fianco delle giovani donne tanzaniane impegnate nel lavoro domestico. «Queste nostre figlie affrontano sfide grandi, di cui spesso si sottovaluta il peso. Lavorare nelle case altrui quando si è molto giovani, a volte senza alcuna esperienza, e senza avere coscienza dei propri diritti e doveri è molto difficile. Come religiosi non possiamo fingere di non vedere la sofferenza e gli abusi che troppo spesso vivono queste giovani ed è nostro dovere proteggerle e impegnarci per migliorare le loro vite», racconta Pastor Nzan Nyomi. «Quando i CJF ci segnalano casi ci attiviamo per parlare con i datori di lavoro e far comprendere anche a loro la necessità di cambiare le cose.  Ci sono poi casi che definire drammatici è riduttivo, come quando ad essere segnalati sono casi di minori ridotti in schiavitù sessuale. A volte sono bambini sequestrati in strada, in altri casi sono orfani o disabili abbandonati. Le porte dei nostri istituti sono sempre aperte per loro, non importa se i mezzi sono ridotti o limitati, troviamo una sistemazione per tutti». Il religioso parla poi della collaborazione tra religiosi e della sua importanza in un Paese che oggi ha una leadership islamica, una presidente donna, Samia Suluhu Hassan, e un parlamento dove la presenza di uomini e donne risulta equilibrata. «La Tanzania ha una tradizione di rispetto e uguaglianza di lunga data. Ai vertici, come nelle realtà più piccole, è importante continuare a lavorare per consolidare lo spirito di amicizia e l’impegno per preservare la pace, che non è solo l’assenza di guerra, ma si manifesta nella protezione dei più deboli e nelle loro tutela. La priorità è per noi salvare quanti più bambini possibili. Il vero investimento che, come Paese, stiamo facendo è quello nell’istruzione. Più bambine e bambini vengono portati a scuola, meno rischi abbiamo. L’istruzione è gratuita, ma certe famiglie hanno bisogno dei soldi che i figli portano a casa, oppure, avendo più di un figlio, sono costrette a scegliere, favorendo generalmente i maschi o i più giovani», conclude il religioso, che ricopre anche il ruolo di Chair person del CVM a Morogoro.

 

Una delle problematiche più gravi e meno evidenti che affronta la Tanzania è quella che riguarda i minori vittime di violenza sessuale, femmine, ma soprattutto maschi. «A volte, purtroppo, quando facciamo visite a sorpresa in certe case che ci vengono segnalate, scopriamo bambini e bambine resi schiavi sessuali di cui nessuno reclama l’assenza perché spesso sono orfani o sono stati abbandonati. Alcuni pedofili fingono che questi minori siano lavoratori domestici, ma la nostra esperienza ci permette di riconoscere le diverse situazioni e intervenire per salvarli», racconta Mgama un CJF che opera a Morogoro. I CJF hanno il sostegno delle autorità locali, ma non sempre gli abusatori vengono arrestati e portati a processo perché fuggono per tempo o corrompono qualcuno. «Non ci si abitua mai a vedere il dolore e quello patito dai più indifesi fa ancora più male», racconta con lo sguardo abbassato Mgama. «Recentemente abbiamo scoperto in una cantina un bambino sui dieci anni, disabile, che era stato ridotto in schiavitù sessuale e che subiva le angherie di diversi uomini. Il caso ci era stato segnalato da una persona del posto che aveva notato strani movimenti. Siamo intervenuti e lo abbiamo salvato, ora è in ospedale e gli stanno facendo diversi accertamenti, tra cui i test sulle malattie sessualmente trasmissibili», racconta Ashura, collega di Mgama.

 

La piaga dell’HIV

 

L’HIV in Tanzania è stato affrontato in passato con sforzi congiunti delle autorità sanitarie, delle comunità religiose, delle associazioni di volontariato e del governo centrale. Un impegno nella creazione di una cultura della prevenzione e della consapevolezza che ha contribuito a ridurre i contagi, ma che oggi sembra necessario ravvivare. «L’AIDS qui non viene mai chiamato per nome. Lo definiscono “new disease”, perché resta forte il tabù di parlare di questa malattia e chi ne soffre non di rado viene stigmatizzato», racconta Wilson Oli Seraj, tra i fondatori, insieme a volontari locali e al CVM di Zaphia Plus Center per la cura e il sostegno di adulti e bambini colpiti da HIV. Si tratta di un centro che oggi ha partnership importanti, come quella con Save the Children e con il Programma delle Nazioni Unite per l’HIV e l’AIDS (UNAIDS) e che quando è stato fondato, in un momento in cui i contagi erano davvero molto numerosi, sembrava pionieristico. All’epoca, una trentina di anni fa, si sottovalutava la gravità di questo virus e della malattia. Oggi, grazie ad anni di lavoro nelle scuole, sui mezzi di informazione e persino nei luoghi di culto, la situazione è migliorata. «Bisogna però fare attenzione a una controtendenza, quella che sta spingendo le persone ad abbassare la guardia, specie dopo la pandemia, come se l’insorgere di nuovi virus avesse fatto dimenticare che l’HIV non è stato debellato, che non esiste ancora un vaccino», spiega Selma Suri, program officer di Zapha Plus. «Tra le persone più colpite ci sono purtroppo donne e bambini vittime di abusi sessuali. Questi innocenti non possono certo essere biasimati o accusati di non aver fatto prevenzione. Noi cerchiamo di aiutarli, soprattutto quando si tratta di bambini, affinché seguano le terapie. Non è facile naturalmente, ma non li lasciamo soli, come non lasciamo sole le donne, che finiscono vittime di discriminazione e stigmatizzazione da parte dei loro stessi familiari. Sono molti i casi in cui chiediamo l’intervento dei religiosi locali perché sensibilizzino e richiamino le persone al rispetto delle vite altrui», spiega la CJF Suri, che in vent’anni a servizio degli altri ha conosciuto e aiutato molte persone, salvandole da una solitudine che spesso diventa essa stessa una nuova, silenziosa, malattia.

 

 

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