close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito

Privacy policy

Sostienici
Newsletter
Focus attualità

Tensioni tra al-Azhar e il regime di al-Sisi

Shawki Allam, Gran Mufti egiziano [Ahmed Abo El-Azm - CC BY-SA 4.0]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 28/08/2020 14:41:26

Dopo un mese di crescenti tensioni, lunedì 24 agosto il parlamento egiziano ha bloccato la proposta di legge che avrebbe ridimensionato i poteri di al-Azhar, la prestigiosa istituzione dell’Islam sunnita. Lo scorso 19 luglio la Camera dei deputati aveva approvato infatti un progetto legislativo che avrebbe riorganizzato il funzionamento della Dar al-Ifta’, un organo legato al Ministero della Giustizia deputato all’emissione di fatwe, ma il cui vertice, il Gran Mufti, è nominato direttamente da al-Azhar. La proposta è stata tuttavia rinviata questa settimana alla Commissione per gli Affari Religiosi della Camera bassa del Parlamento, dopo che il Consiglio di Stato l’aveva dichiarata incostituzionale.

 

Il disegno di legge avrebbe cambiato radicalmente i meccanismi interni della Dar al-Ifta’, rendendola del tutto autonoma da al-Azhar per sottoporla direttamente al controllo dell’esecutivo. Il progetto prevedeva ad esempio che il Gran Mufti venisse scelto dal presidente della Repubblica, il quale avrebbe potuto anche prolungarne l’incarico o sostituirlo. Inoltre, come spiega al-Monitor, in seno all’istituzione sarebbe stato creato un centro di formazione per giuristi, generando un dualismo con al-Azhar.

 

Il progetto di legge ha suscitato la reazione immediata della moschea-università del Cairo. «La legge è un’evidente violazione dell’autonomia di al-Azhar. Dar al-Ifta’ deve essere parte di al-Azhar, non un’istituzione parallela o rivale» ha affermato Mohamed al-Duweini, un membro del Consiglio dei Grandi Ulema di al-Azhar. I vertici della moschea hanno inoltre sottolineato come questa riforma andrebbe a violare la stessa costituzione egiziana, che definisce la moschea un’istituzione islamica indipendente con competenze esclusive sulle questioni religiose.

 

Le discussioni tra al-Azhar e il Parlamento sono continuate sino a quando nella sessione parlamentare di lunedì, cui ha voluto prender parte l’imam di al-Azhar Ahmad al-Tayyeb, la proposta è stata bloccata per essere sottoposta nuovamente al Consiglio di Stato. In una dichiarazione di lunedì sera la leadership di al-Azhar ha accolto con favore la decisione, lodando persino il dibattito avvenuto a riguardo: «Le discussioni riguardo al progetto di legge su Dar al-Ifta’ sono salutari per la vita parlamentare egiziana. L’Egitto è noto per la sua capacità di discutere tutte le opinioni e aprire le porte al dibattito sociale su diverse questioni, dimostrando che il Paese promuove il valore della Costituzione, il rispetto delle istituzioni e le pratiche che arricchiscono la vita politica».

 

L’acceso dibattito sulla questione della Dar al-Ifta’ getta luce sulle relazioni travagliate tra al-Azhar e il regime egiziano. Dopo aver inizialmente sostenuto al-Sisi in occasione del colpo di Stato nel 2013, al-Azhar ha ben presto cominciato a opporre una certa resistenza alle politiche intraprese dalla leadership, che, adducendo la necessità di contrastare la minaccia dei gruppi jihadisti, ha tentato a più riprese di imporre riforme alla moschea. Come spiega Sarah Feuer, la strategia di reciproco sostegno perseguita da entrambi nella prima fase del periodo post-2013 comincia a essere poco sostenibile: il supporto fornito da al-Azhar a un governo autoritario ne erode sempre di più l’autorevolezza, ma per il governo di al-Sisi opporsi frontalmente a un’istituzione religiosa storica che gode di un vasto sostegno in Egitto potrebbe rivelarsi problematico.

 

Il cessate il fuoco in Libia

 

Venerdì 21 agosto i rappresentanti delle due forze che si contendono il controllo della Libia hanno annunciato, con dichiarazioni separate, un cessate il fuoco su tutto il territorio nazionale, lasciando sperare in una distensione e un accordo. Fayez Sarraj, presidente del Governo di accordo nazionale libico (GNA) di Tripoli ha affermato di voler rilanciare il processo politico e indire nuove «elezioni presidenziali e parlamentari per marzo su una base costituzionale che benefici del consenso di tutti i libici». Allo stesso tempo, Aguila Saleh, presidente del parlamento di Tobruk, ha ribadito la necessità di nuove elezioni, chiedendo a tutte le parti di osservare un cessate il fuoco immediato e di interrompere tutti i combattimenti sul territorio libico.

 

Nel corso della settimana i termini del negoziato hanno cominciato a prendere forma, sebbene la strada per la definizione di un accordo complessivo sia ancora lunga. Sia Sarraj che Saleh hanno dichiarato di voler porre fine al blocco petrolifero imposto all’inizio dell’anno da Haftar, costato 8 miliardi di dollari sino ad ora. Come garanzia, spiega il Washington Post, entrambe le parti promettono che i proventi del petrolio, la risorsa principale del Paese, verranno trasferiti nel conto all’estero della National Oil Corporation sino a che non verrà raggiunto un accordo politico. Il principale punto di contesa sarà però la proposta di Sarraj di creare una zona smilitarizzata a Sirte, città costiera in mano a Haftar intorno alla quale i diversi attori hanno dispiegato le proprie forze nelle ultime settimane. Saleh non è entrato nel merito della questione della demilitarizzazione dell’area, ma ha proposto Sirte come sede del nuovo governo libico. Sia il presidente di Tripoli che quello di Tobruk hanno insistito, scrive al-Monitor, sulla necessaria espulsione dei mercenari stranieri per restaurare la sovranità nel Paese.

 

Tuttavia, i destini del Paese non verranno decisi solo in patria. Se infatti la maggior parte degli attori internazionali coinvolti in Libia ha accolto positivamente la notizia, Ankara rimane titubante. Quattro giorni dopo l’annuncio del cessate il fuoco, il portavoce della presidenza turca Ibrahim Kalin ha ribadito che la Turchia «non si oppone alla smilitarizzazione di Sirte e al-Jufra in linea di principio», aggiungendo però che «le forze [rivali] dovrebbero ritirarsi da Sirte e al-Jufra per muoversi verso Bengasi e Tobruk».

 

Benché sia ancora presto per affermare che questo nuovo cessate il fuoco sia l’inizio di un effettivo processo di pace, le dinamiche decisionali sul versante est della Libia rivelano dei cambiamenti importanti a Tobruk. Come sottolineano El Gomati e Fishman del Washington Institute, Saleh ha sostituito Haftar nei negoziati, rivelando delle divisioni profonde sul fronte orientale libico e sollevando dubbi su chi effettivamente guidi le forze del LNA. Haftar negli ultimi mesi ha perso la fiducia dei suoi sponsor principali, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, dopo il fallimento della lunga offensiva contro Tripoli dello scorso maggio. Ciononostante, Haftar ha risposto alle dichiarazioni di Serraj e Saleh definendole una grande trovata di marketing e rifiutandosi di abbandonare Sirte. Le attuali dispute suggeriscono quindi che a Sirte si giocherà la battaglia decisiva, militare o diplomatica, per il processo di riunificazione libico.

 

L’Europa interviene nel Mediterraneo, Ankara spera nel Mar Nero

 

Mentre il fronte libico mostra segni di distensione, rischia di incendiarsi quello del Mediterraneo orientale. Le tensioni tra Grecia e Turchia  per il controllo delle risorse sono aumentate dopo che il 14 agosto una fregata turca e una greca si sono scontrate in quella che è la più grave collisione dal 1996 tra i due membri della NATO, spiega The Economist. Alla collisione in mare è seguita, lunedì 24 agosto, la dichiarazione da parte di Ankara che la nave da ricognizione Oruc Reis avrebbe continuato le ricerche nelle acque contese fino al 27 agosto, scatenando in questo modo la reazione di diversi Paesi europei.

 

Mentre il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas è volato ad Atene per cercare di risolvere per via negoziale le dispute tra Grecia e Turchia, nelle acque del Mediterraneo si è passati alle dimostrazioni di forza. Mercoledì 26 agosto è cominciata “Eunomia”, un’esercitazione navale che coinvolge le unità di Grecia, Cipro, Francia e Italia. Il ministro della difesa greco Panagiotopoulos ha affermato in una dichiarazione che «l’iniziativa […] mira a dimostrare l’impegno di quattro paesi europei e mediterranei nel mantenimento dello stato di diritto come parte della politica per disinnescare le tensioni». Ma al rinnovato attivismo europeo nel tentativo di evitare lo scontro tra due paesi NATO continua a contrapporsi la determinazione di Erdoğan, il quale ha ribadito che non farà concessioni nel Mediterraneo e che Ankara è pronta a fare tutto il necessario per affermare i propri diritti nel Mar Nero, nell’Egeo e nel Mediterraneo.

 

L’escalation di tensioni tra Grecia e Turchia sarà al centro delle riunioni informali dei ministri degli esteri UE che si terrà venerdì, durante la quale la Grecia probabilmente insisterà per sanzionare Ankara. Tuttavia, mentre la disputa nel Mediterraneo sembra contrastare i progetti energetici della Turchia, il discorso alla nazione di Erdoğan di sabato scorso apre nuovi scenari geopolitici per il Paese. Il 22 agosto il Presidente turco ha infatti annunciato la scoperta di un giacimento di gas naturale nel Mar Nero pari a 320 miliardi di metri cubi. La scoperta potrebbe cambiare gli equilibri regionali sotto diversi punti di vista: come sottolinea Linkiesta, la nuova risorsa potrebbe sancire la fine della dipendenza energetica turca dai mercati esteri, permettendo alla Turchia di riscrivere i rapporti di forza con la Russia e l’Iran e rendendolo un Paese esportatore per i Paesi circostanti.

 

In una frase

 

Una nuova ondata di attacchi terroristici in Afghanistan tra il 24 e il 25 agosto rischia di compromettere i colloqui di pace tra il presidente Ashraf Ghani e i talebani. (Foreign Policy)

 

Mercoledì 26 agosto l’Iran ha autorizzato l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica ad ispezionare due siti nucleari nel Paese (LeMonde)

 

Il neo-incaricato primo ministro tunisino Mechichi ha formato il suo governo il 24 agosto, proponendo un’équipe insolita composta da funzionari statali e professori universitari politicamente indipendenti (Jeune Afrique).

 

L’ex presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keita è stato liberato dalla giunta militare il 27 agosto (New York Times)

 

Dopo la campagna lanciata dal Patriarca maronita Bechara Rai per promuovere la neutralità del Libano, cresce la tensione tra il Cardinale libanese e Hezbollah (L’Orient Le Jour)

Iscriviti gratuitamente alla newsletter per non perderti i nostri approfondimenti

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale