Nei quasi quarant’anni trascorsi in Pakistan, il missionario francescano olandese realizzò un’opera senza pari di traduzioni bibliche e liturgiche che permisero alla nascente Chiesa cattolica locale di entrare in un dialogo profondo con la spiritualità musulmana del Paese. Un’intervista con lo studioso americano Charles Ramsey

Ultimo aggiornamento: 07/07/2026 16:46:49

Il 6 e 7 giugno scorsi si è tenuto all’Istituto di Studi Orientali del Cairo (IDEO) il convegno Of Priests and Sufis: Revisiting Catholic Scholarship on Islamic Mysticism. Organizzato nell’ambito del progetto SEMENSUF (Seminal Sufism in Motion) da Riccardo Paredi, Marie Skłodowska-Curie Global Fellow presso l’Università Cattolica di Milano, il convegno ha indagato il contributo di sacerdoti e religiosi cattolici allo studio del sufismo. Tra i relatori c’era Charles Ramsey, cappellano della Baylor University, che ha presentato una relazione dal titolo “Liberius Pieterse (1905-1993) and the Sufic Roots of the Urdu Bible”, dedicata alla figura di un missionario francescano olandese che trascorse quasi quarant’anni in Pakistan e la cui sensibilità teologica fu plasmata dalle culture devozionali e mistiche del Paese asiatico. A Ramsey abbiamo chiesto di raccontarci questa figura straordinaria e di spiegarci come è nata la sua traduzione in urdu della Bibbia.

 

Intervista a cura di Claudia Catanzaro

 

Chi era Liberius Pieterse? Che cosa l’ha spinta ad occuparsi di lui e cosa rende la sua esperienza missionaria tanto eccezionale?

Ad attirarmi in Liberius Pieterse è stato qualcosa di simile a quando si sente nell’aria un profumo e ci si chiede da dove venga. Nato Simon Carel, Pieterse si convertì al cattolicesimo da giovane. Assunse questo nome e diventò sacerdote, ma rimase una figura di cui sappiamo relativamente poco. Adottò quella che potremmo definire una spiritualità nascosta. Non che nascondesse qualcosa; piuttosto, voleva farsi veramente servo della Chiesa, servo del popolo, e vivere tra i poveri. Penso che questo fosse al centro della sua spiritualità, e in questo era fedele alla sua tradizione religiosa francescana.

Avevo sentito parlare molte volte della Bibbia cattolica tradotta da Pieterse. Io sono protestante e battista, quindi era una Bibbia che consultavo di tanto in tanto, non quotidianamente. Ma chiunque studi l’urdu, la teologia urdu e la tradizione biblica urdu concorda sul fatto che la Bibbia cattolica sia migliore. Siamo tutti d’accordo che il testo suoni bene e suoni in qualche modo più naturale e più letterario rispetto alla versione protestante. Esiste una traduzione della Bibbia in urdu preparata perlopiù in epoca moderna da missionari protestanti, soprattutto britannici, americani e tedeschi. I cattolici romani arrivarono piuttosto tardi nel Punjab, l’odierno Pakistan. Tra le varie cose Padre Liberius Pieterse si rivolse a una comunità che si stava formando. Era una Chiesa che stava nascendo e che utilizzava la Bibbia preparata dai protestanti, alla quale mancavano le parti deuterocanoniche, che possono essere importanti nella liturgia.

All’epoca non esisteva ancora una liturgia formale in urdu, né un innario o un libro di canti, e le persone dovevano usare quello c’era. Liberius Pieterse partì proprio da quel materiale e, grazie a una profonda comprensione della comunità e al suo amore per il popolo, migliorò la Bibbia in urdu, integrò i libri deuterocanonici mancanti e, attraverso un profondo coinvolgimento con i testi biblici e la tradizione della Chiesa, unito alla conoscenza della poesia e della musica, intrecciò canto, poesia, inni e la musica del popolo con le Scritture del popolo, la Bibbia del popolo.

È un fatto davvero singolare: normalmente non funziona così. Di solito ci vogliono centinaia di anni e molte persone diverse. Pieterse non era un uomo solo che lavorava per conto proprio, era un uomo che lavorava in comunità, con altri sacerdoti e studiosi della comunità, uomini e donne, perlopiù pakistani. È lui che li aiutò e li guidò, creando un terreno favorevole per chi doveva tradurre i testi nella cultura e nella lingua locale. Una cultura sufi, ma anche legata alla Chiesa.

Pieterse voleva che la Bibbia fosse chiaramente ed evidentemente collegata a Roma e alla sua tradizione, ma autenticamente e veramente pakistana. Sottolineo pakistana perché lui visse nell’attuale Pakistan prima e durante il periodo violento e caotico della Partition. Visse tra la gente e imparò le loro lingue. Quando ci fu la Partition, a differenza di qualsiasi altro missionario a noi noto lui divenne cittadino pakistano. Era così devoto alla terra, al popolo e al futuro di questa nuova nazione che visse tra loro fino alla morte. Morì durante una visita a Roma, dove si trovava per una conferenza, stroncato da un infarto in aeroporto. In quel momento viveva in Pakistan da quasi quarant’anni, e possiamo presumere che ci sarebbe rimasto fino alla morte.

Liberius Pieterse era un uomo molto speciale: non molto conosciuto, qualcuno che non attirava l’attenzione su di sé. La maggior parte delle cose che scrisse non portava il suo nome e sono servite ulteriori ricerche per rintracciarlo, ma la sua voce e la sua influenza sono state molto fedeli e feconde.

 

Quali elementi del sufismo si riflettono più chiaramente nella traduzione in urdu della Bibbia di Pieterse? E quali scelte linguistiche rivelano più chiaramente l’influenza del contesto sufi?

Comincerei dalla cultura. Da persona che viveva in quella terra e tra quella gente, l’Islam che Pieterse sperimentò e conobbe era quello sufi. Lui stava nel Sindh rurale, in un’area nota ancora oggi per essere il cuore del sufismo in Pakistan. Era quasi un centro ribelle, perché subiva forti pressioni da parte del mondo arabo e dalle correnti modernizzatrici per abbandonare queste antiche tradizioni e questa spiritualità.

Nella mia relazione ho poi sottolineato due aspetti, un aspetto teologico e un aspetto sociologico. L’aspetto teologico riguarda l’importanza dei santi viventi, gli awliyā’, figure spirituali dotate di autorità. Nella cultura locale è attraverso di loro che giunge la grazia di Dio: guarigione, salute, fertilità, protezione dai demoni – tutto ciò che riguarda il mondo spirituale e interiore –, ma anche l’accesso al potere divino attraverso quella che viene chiamata shafā‘at, la capacità di una persona di intercedere per te. In gran parte del Sindh, non avere un legame di fedeltà verso gli awliyā’ sufi e verso la catena della benedizione sarebbe visto come un difetto della personalità. L’idea di fondo è che questa catena di benedizione si tramanda in modo che i santi possano intercedere. L’aspetto teologico è molto importante. Queste persone occupano un posto d’onore.

Da una prospettiva sociologica, gli awliyāʾ hanno un potere sociale notevole. Sono in grado di riunire le persone e dare loro indicazioni, possono ampiamente influenzare le elezioni e hanno accesso a risorse finanziarie e fondiarie considerevoli. Possiedono sia capitale sociale sia capitale finanziario. Ancora oggi, molte elezioni in Pakistan sono decise dall’autorità, dal sīfārish, di questi grandi leader. Uno dei più famosi è Pir Pagara, che visse proprio nell’area in cui viveva Liberius, in un periodo di disordini sociali, quando la gente voleva che i britannici se ne andassero. Di fatto, una delle ultime persone giustiziate fu il padre del leader sufi che viveva nell’area dove si trovava Liberius, impiccato dai britannici per insurrezione.

Liberius visse all’interno di questo mondo di sufismo teologico, culturale e politico. Capiva il ruolo che queste autorità spirituali avevano nella vita della gente. Comprendeva i ritmi delle feste, degli ‘urs, e la musica. Il sufismo del Sindh è molto musicale: i santuari ospitano regolarmente eventi canori. È una cultura vivace, vitale e molto colorata. È lì che conobbe l’Islam e imparò la lingua, e furono le conversazioni che ebbe in quei luoghi a dare forma alla sua visione del mondo e delle persone.

In secondo luogo, era un’epoca in cui il Pakistan si stava definendo come terra per i musulmani. Chi traduceva la Bibbia o lavorava come missionario prima della Partition aveva sempre lavorato con un uditorio multireligioso. Lavorava a qualcosa che doveva essere compreso da indù, sikh, buddisti e musulmani. Le domande erano molte: che lingua e quali codici usare per chiarire e comunicare la nostra visione del divino e il significato della Scrittura in un modo comprensibile per la gente?

Pieterse, tuttavia, scriveva per un pubblico che si era definito musulmano. La sua era una Bibbia per la Chiesa di lingua urdu del Pakistan. C’era già una certa influenza islamica nelle traduzioni della Bibbia in urdu, che risaliva all’opera di protestanti come William Carey, Henry Martyn e altri. Questi si erano rivolti ai musulmani perché occupavano posizioni di rilievo nella società, esercitavano una grande influenza ed erano anche specialisti dell’urdu. L’urdu aveva così tante radici persiane e arabe che aveva senso rivolgersi a interlocutori musulmani.

Quando Pieterse lavorava alla sua traduzione lo faceva attraverso una lente particolare, plasmata dagli strumenti linguistici e culturali disponibili nella cultura sufi che lo circondava. Il pubblico che l’avrebbe ricevuta, ascoltata e letta era musulmano. Inoltre, la maggior parte delle persone tra le quali viveva era povera e analfabeta, sia i musulmani, sia i nuovi cristiani che erano entrati a far parte della Chiesa. Chi sapeva leggere apparteneva probabilmente alle classi sociali medie o alte; era probabilmente musulmano e aveva ricevuto un’istruzione molto particolare, attraverso la tradizione persiana kitābī. Essere istruiti significava aver memorizzato e imparato la poesia persiana, aver imparato a leggere l’arabo e a recitare il Corano. Però, gran parte della formazione culturale, della poesia, e di ciò che plasmava la visione del mondo era in realtà persiana. Chi sapeva leggere leggeva quella tradizione. Chi non sapeva leggere recitava la poesia sufi. Questi erano dunque gli strumenti che Pieterse aveva a disposizione. Quando si metteva a lavorare alla sua traduzione in urdu, la leggeva in compagnia di amici, sia cristiani sia musulmani. Mentre la leggeva, lavorava sulle frasi e sul linguaggio per assicurarsi che loro lo comprendessero. Cercava di renderla quanto più possibile radicata nel contesto locale.

Per esempio, molti dei libri deuterocanonici contengono molta poesia. Pieterse prese l’ebraico esistente, e in parte il siriaco, e, osservando le strutture poetiche presenti, cercò di trovarne un corrispettivo nella lingua poetica locale, con una rima che fosse familiare e, come mi piace dire, «pregabile». È un testo che, quando è viene letto, può essere pregato. C’era un ritmo, c’era una cadenza. Era naturale non solo comprenderne il significato, ma sentirsi coinvolti e pregare con quelle parole.

La natura poetica del linguaggio si ritrova nell’aspetto teologico dell’intercessione. Pieterse inserì una parola chiaramente sufi, che troviamo ripetutamente nella poesia: wajd. È l’idea di sperimentare lo Spirito Santo, di essere pervasi dallo Spirito, di entrare nello Spirito. Lui viveva in una cultura molto estatica, dove le persone desideravano coltivare quel tipo di esperienza. Così indicò l’esperienza dello Spirito Santo e la sua venuta attraverso una parola con dirette connotazioni sufi, mai usata in nessun’altra traduzione della Bibbia, e certamente non in quella urdu.

 

E quando non esisteva un equivalente nel lessico sufi?

In effetti Pieterse creò alcune nuove categorie. Cercava di dire: possiamo portare l’ebraico in urdu, ma alcune idee semplicemente non hanno un corrispettivo univoco. Anche quando parliamo di amore: qual è la definizione di amore? Come si presenta l’amore? Come si prende un termine come agápē, amore, e lo si rende in urdu? Non era stato facile per i traduttori precedenti passare dall’ebraico al greco, e non è stato facile nemmeno per lui rendere queste idee in urdu senza alterarne il significato. È la difficoltà della traduzione. Deve essere comprensibile e in qualche modo digeribile, ma senza sminuire il valore di ciò che si sta dicendo. Il lettore deve confrontarsi con un’idea nuova, o con un nuovo modo di comprendere la parola stessa.

Penso che Liberius fosse molto consapevole di questo. Fece scelte precise per rendere il Vangelo attraente per un lettore musulmano che lo ascoltasse o lo leggesse per la prima volta. Voleva che risultasse familiare, ma allo stesso tempo non voleva che fosse esattamente quello che i locali già avevano. Sarebbe stata una conferma che avevano ragione e che potevano semplicemente andare a avanti senza cambiare. Li invitò a riflettere su certe parole, come “chiesa” e “battesimo”. La Bibbia protestante aveva reso “chiesa” con jamā‘at, assemblea, congregazione. Pieterse decise invece di attenersi al greco e usare ekklēsía. Poi rifletté su cosa significasse far parte della Chiesa, perché voleva introdurre l’ecclesiologia in cui si riconosceva. Voleva che si comprendesse l’importanza di essere innestati nella struttura più ampia della Chiesa universale, la Chiesa romana. L’altra parola era “battesimo”. C’erano molte opzioni, ma anche in questo caso scelse di usare il termine greco, báptisma. A volte, invece di fornire un significato più immediatamente comprensibile, lasciò la parola opaca, in modo che la persona dovesse riflettere sul suo significato.

 

Quali sono i vantaggi o i rischi potenziali di tradurre il Cristianesimo attraverso un vocabolario strettamente associato alla spiritualità islamica?

Direi che non è più pericoloso che tradurre la Bibbia in tedesco e collocarla all’interno di una spiritualità tedesca preesistente. Anche quello fu molto difficile. Le persone avevano già un proprio modo di intendere le cose. Prima che qualcuno come Martin Lutero traducesse la Bibbia in tedesco, le persone avevano già una Bibbia nella propria lingua, esisteva già una spiritualità. C’erano cose che avevano sentito e cose che avevano letto. Il traduttore aveva perciò a che fare con il testo, con la lingua e con la spiritualità della gente. C’è sempre un contesto, un pretesto e un testo.

Non penso che dobbiamo temere di avvicinarci troppo alla spiritualità islamica. Non penso che sia più pericoloso o più difficile di tradurre la Bibbia in qualsiasi altra spiritualità culturale. Ci sono certamente punti di contatto, echi, e un linguaggio molto ricco e pieno di significato.

Se pensiamo alla storia delle relazioni islamo-cristiane, la Bibbia è stata un punto di disaccordo e conflitto. Non abbiamo visto la comunità musulmana confrontarsi in modo approfondito o serrato con le Scritture, nemmeno gli studiosi. È un fenomeno piuttosto moderno vedere questo tipo di coinvolgimento consapevole. Abbiamo molti esempi di esegeti musulmani che hanno studiato la Bibbia e l’hanno inclusa nei loro commentari al Corano, abbiamo anche molti detti di Gesù. Ma confrontarsi con il messaggio cristiano e biblico, è sempre stato molto controverso. E non penso che abbiamo reso le cose più facili. In Pakistan, con il succedersi delle nuove edizioni la traduzione è diventata meno accessibile ai musulmani, non di più. Il linguaggio ha cominciato a mutare, con meno parole arabe o persiane e frasi più semplici, in modo che un lavoratore comune o un lettore poco istruito potessero comprenderlo. Oggi la Bibbia, quella protestante più di quella cattolica, ha una sorta di urdu “cristianizzato”: un linguaggio che conoscono solo i cristiani ed è usato solo in chiesa. È una scelta che mirava a proteggere la comunità. Era la Bibbia della loro comunità; non era per la maggioranza delle persone. Non credo fosse questa l’intenzione di Liberius. Penso che lui volesse creare una Bibbia accessibile a tutti, perché noi non sappiamo chi, alla fine, entrerà a far parte della Chiesa. Oggi la maggior parte della Chiesa proviene da un particolare segmento della società. Solitamente sono persone originarie del Punjab, sono piuttosto povere, provengono da un contesto particolare che non entra facilmente in relazione con i loro vicini musulmani o di “status più elevato”. È una divisione che ha una storia di 5.000 anni e che precede l’epoca moderna. Queste persone costituiscono oggi la maggioranza della Chiesa e l’identità culturale preesistente influisce sul modo in cui viene recepita la traduzione attualmente in uso. Liberius stava creando qualcosa di accessibile a tutti e ha dovuto usare un linguaggio comprensibile, un linguaggio intriso di sufismo.

Dopo di lui, e ancora oggi in Pakistan, ci sono cristiani e musulmani che lavorano insieme e si cimentano con gli studi biblici in un urdu che accoglie prontamente la spiritualità musulmana e i termini sufi. Chi si è formato in questo contesto ha studiato nel seminario fondato dai francescani, e noi vediamo ancora parte di quell’eredità e di quell’insegnamento. Oggi è in corso un cammino: non è una storia chiusa, ma una comunità fiorente. È una comunità di relazioni crescenti e di influenza crescente nella società. Lo vediamo nelle arti, nella musica e in tanti ambiti della cultura pakistana. È bello quando si vedono studiosi musulmani leggere la Bibbia con cura e interesse, che vogliono studiare l’ebraico, il greco e l’aramaico e dedicarsi autonomamente allo studio. Per me questo fa parte dell’eredità e dell’opera di Liberius Pieterse. Lui è conosciuto tra la gente come Āzād, che è la traduzione di Liberius, e significa “uomo libero” o “l’uomo che è stato liberato”. La sua spiritualità viene portata avanti ancora oggi anche da alcuni studiosi e pensatori musulmani.

 

Se Pieterse lavorasse nel Pakistan di oggi, un Paese profondamente diverso dal Pakistan del primo anno di indipendenza, adotterebbe ancora lo stesso approccio?

Non posso fare a meno di paragonare Padre Liberius ad alcuni dei missionari cattolici che conosco oggi. Due vengono dall’Irlanda, uno dai Paesi Bassi, e hanno fatto un lavoro straordinario. Loro stessi hanno adottato una forma di abbigliamento e uno stile molto locali, molto pakistani. Quando camminano, con i loro abiti, le barbe bianche e l’affetto che la gente nutre per loro, sembrano santi sufi. Le persone vanno da loro per la preghiera e la benedizione; sono considerati persone sante nella comunità. C’è qualcosa di molto sufi nel modo in cui si comportano. Ma penso che siano anche molto delicati e attenti a rimanere sotto l’autorità della Chiesa locale, dei vescovi e dell’arcivescovo. Nel contesto attuale, proteggere le persone dal pericolo e dalla persecuzione è molto importante. Nessuno vuole essere accusato di fingersi musulmano, o di cercare di convertire i musulmani, o di dire qualcosa di negativo sull’Islam; può essere estremamente pericoloso.

Il secondo elemento è che non si vuole che la Chiesa venga confusa o messa sotto pressione per diventare musulmana. Se Liberius arrivasse in Pakistan e iniziasse oggi il suo lavoro, penso che si guarderebbe intorno e direbbe: «C’è così tanto da fare, così tanti bisogni educativi, così tanta povertà. Non possiamo investire le nostre energie solo nell’evangelizzazione, o nel portare il Vangelo in altre lingue e comunità, abbiamo tanto altro da fare». Quindi non penso che adotterebbe lo stesso approccio. Penso che avrebbe amici musulmani e amerebbe comunque la musica e la poesia, ma penso che l’essere arrivato proprio allora gli abbia dato una prospettiva particolare, una comprensione particolare. Anche lui era un uomo dentro la storia. Viveva in un’epoca in cui la Chiesa non si era ancora formata. L’argilla era ancora molto umida, e direi che Dio l’abbia usato per aiutare a plasmare questa argilla, che è la Chiesa del Pakistan, e l’ha fatto in modo davvero splendido.

Però no, non penso che farebbe le stesse cose oggi. Penso che oggi la contestualizzazione del Vangelo all’interno della spiritualità musulmana sia opera dei musulmani. Mi pare ci siano curiosità e interesse, e coloro che oggi lo fanno tendono a essere musulmani. La bellezza sta nel fatto che incontrano amici cristiani, sacerdoti e missionari disposti a confrontarsi con loro e disposti ad aiutarli: «Ti serve un dizionario biblico? Vuoi che ti spieghi cosa significa questo? Sento infatti che vuoi farlo in modo autentico e fedele. Non stai cercando di sovvertire la Bibbia; stai cercando di comprenderla». In relazioni come questa, penso che accada qualcosa di speciale, ma c’è anche una sorta di cambiamento nei rapporti di potere. Liberius era quello che stampava la Bibbia, che faceva le scelte finali. Era autorizzato a decidere cosa andasse in una determinata pagina e cosa le persone avrebbero letto. Era lui ad avere il potere. Forse oggi la bellezza della Chiesa in Pakistan risiede nella sua vulnerabilità. Non è presente con la forza di un impero, o della Compagnia delle Indie Orientali, o del colonialismo, e può sopravvivere solo se la comunità la accoglie e la protegge. Nella relazione che ho presentato al Cairo, guardavo a un tempo in cui non c’erano cristiani cattolici, ora ce ne sono probabilmente oltre tre milioni. A volte do una stima più bassa, 2,5 milioni, ma probabilmente sono tre milioni. È una Chiesa in crescita e fiorente.

 

 

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