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Magistero

Tre parole incise nel destino di Venezia

Visita pastorale a Venezia e ad Aquileia, Incontro con il mondo della cultura, dell’arte e dell’economia, Discorso di S.S. Benedetto XVI, Studium Generale Marcianum, Polo della Salute, Venezia 8 maggio 2011.

Questo articolo è pubblicato in Oasis 13. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 10/06/2019 10:35:14

Cari amici, […] Vorrei lasciarvi alcuni spunti molto sintetici, che spero vi saranno utili per la riflessione e per l’impegno comune. Questi spunti li traggo da tre parole che sono metafore suggestive: tre parole legate a Venezia e, in particolare, al luogo in cui ci troviamo: la prima parola è “acqua”; la seconda è “Salute”, la terza è “Serenissima”. Cominciamo dall’acqua – come appare logico per molti versi. L’acqua è simbolo ambivalente: di vita, ma anche di morte; lo sanno bene le popolazioni colpite da alluvioni e maremoti. Ma l’acqua è anzitutto elemento essenziale per la vita. Venezia è detta la “Città d’acqua”. Anche per voi che vivete a Venezia questa condizione ha un duplice segno, negativo e positivo: comporta molti disagi e, al tempo stesso, un fascino straordinario. L’essere Venezia “città d’acqua” fa pensare a un celebre sociologo contemporaneo, che ha definito «liquida» la nostra società, e così la cultura europea: una cultura “liquida”, per esprimere la sua “fluidità”, la sua poca stabilità o forse la sua assenza di stabilità, la mutevolezza, l’inconsistenza che a volte sembra caratterizzarla. E qui vorrei inserire la prima proposta: Venezia non come città “liquida” – nel senso appena accennato –, ma come città della vita e della bellezza. Certo, è una scelta, ma nella storia bisogna scegliere: l’uomo è libero di interpretare, di dare un senso alla realtà, e proprio in questa libertà consiste la sua grande dignità. Nell’ambito di una città, qualunque essa sia, anche le scelte di carattere amministrativo culturale ed economico dipendono, in fondo, da questo orientamento fondamentale, che possiamo chiamare “politico” nell’accezione più nobile e più alta del termine. Si tratta di scegliere tra una città “liquida”, patria di una cultura che appare sempre più quella del relativo e dell’effimero, e una città che rinnova costantemente la sua bellezza attingendo dalle sorgenti benefiche dell’arte, del sapere, delle relazioni tra gli uomini e tra i popoli. Veniamo alla seconda parola: “Salute”. Ci troviamo nel “Polo della Salute”: una realtà nuova, che ha però radici antiche. Qui, sulla Punta della Dogana, sorge una delle chiese più celebri di Venezia, opera del Longhena, edificata come voto alla Madonna per la liberazione dalla peste del 1630: Santa Maria della Salute. Accanto ad essa, il celebre architetto costruì il Convento dei Somaschi, diventato poi Seminario Patriarcale. «Unde origo, inde salus», recita il motto inciso al centro della rotonda maggiore della Basilica, espressione che indica come sia strettamente legata alla Madre di Dio l’origine della Città di Venezia, fondata, secondo la tradizione, il 25 marzo del 421, giorno dell’Annunciazione. E proprio per intercessione di Maria venne la salute, la salvezza dalla peste. Ma riflettendo su questo motto possiamo coglierne anche un significato ancora più profondo e più ampio. Dalla Vergine di Nazaret ha avuto origine Colui che ci dona la salute. La salute è una realtà onnicomprensiva, integrale: va dallo “stare bene” che ci permette di vivere serenamente una giornata di studio e di lavoro, o di vacanza, fino alla salus animae, da cui dipende il nostro destino eterno. Dio si prende cura di tutto ciò, senza escludere nulla. Si prende cura della nostra salute in senso pieno. Lo dimostra Gesù nel Vangelo: Egli ha guarito malati di ogni genere, ma ha anche liberato gli indemoniati, ha rimesso i peccati, ha risuscitato i morti. Gesù ha rivelato che Dio ama la vita e vuole liberarla da ogni negazione, fino a quella radicale che è il male spirituale, il peccato, radice velenosa che inquina tutto. Per questo, Gesù stesso si può chiamare “Salute” dell’uomo: Salus nostra Dominus Jesus. Gesù salva l’uomo ponendolo nuovamente nella relazione salutare con il Padre nella grazia dello Spirito Santo; lo immerge in questa corrente pura e vivificante che scioglie l’uomo dalle sue “paralisi” fisiche, psichiche e spirituali; lo guarisce dalla durezza di cuore, dalla chiusura egocentrica e gli fa gustare la possibilità di trovare veramente se stesso perdendosi per amore di Dio e del prossimo. «Unde origo, inde salus». Questo motto richiama molteplici riferimenti; mi limito a ricordarne uno, la celebre espressione di sant’Ireneo: «Gloria Dei vivens homo, vita autem hominis visio Dei [est]» (Adv. haer. IV, 20, 7). Che si potrebbe parafrasare così: gloria di Dio è la piena salute dell’uomo, e questa consiste nello stare in relazione profonda con Dio. Possiamo dirlo anche con i termini cari al neo-beato Giovanni Paolo II: l’uomo è la via della Chiesa, e il Redentore dell’uomo è Cristo. Infine, la terza parola: “Serenissima”, il nome della Repubblica Veneta. Un titolo davvero stupendo, si direbbe utopico, rispetto alla realtà terrena, e tuttavia capace di suscitare non solo memorie di glorie passate, ma anche ideali trainanti nella progettazione dell’oggi e del domani, in questa grande regione. “Serenissima” in senso pieno è solamente la Città celeste, la nuova Gerusalemme, che appare al termine della Bibbia, nell’Apocalisse, come una visione meravigliosa (Ap 21,1 – 22,5). Eppure il Cristianesimo concepisce questa Città santa, completamente trasfigurata dalla gloria di Dio, come una meta che muove i cuori degli uomini e spinge i loro passi, che anima l’impegno faticoso e paziente per migliorare la città terrena. Bisogna sempre ricordare a questo proposito le parole del Concilio Vaticano II: «Niente giova all’uomo se guadagna il mondo intero ma perde se stesso. Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo» (Cost. Gaudium et spes, 39). Noi ascoltiamo queste espressioni in un tempo nel quale si è esaurita la forza delle utopie ideologiche e non solo l’ottimismo è oscurato, ma anche la speranza è in crisi. Non dobbiamo allora dimenticare che i Padri conciliari, che ci hanno lasciato questo insegnamento, avevano vissuto l’epoca delle due guerre mondiali e dei totalitarismi. La loro prospettiva non era certo dettata da un facile ottimismo, ma dalla fede cristiana, che anima la speranza al tempo stesso grande e paziente, aperta sul futuro e attenta alle situazioni storiche. In questa stessa prospettiva il nome “Serenissima” ci parla di una civiltà della pace, fondata sul mutuo rispetto, sulla reciproca conoscenza, sulle relazioni di amicizia. Venezia ha una lunga storia e un ricco patrimonio umano, spirituale e artistico per essere capace anche oggi di offrire un prezioso contributo nell’aiutare gli uomini a credere in un futuro migliore e ad impegnarsi a costruirlo. Ma per questo non deve avere paura di un altro elemento emblematico, contenuto nello stemma di San Marco: il Vangelo. Il Vangelo è la più grande forza di trasformazione del mondo, ma non è un’utopia, né un’ideologia. Le prime generazioni cristiane lo chiamavano piuttosto la “via”, cioè il modo di vivere che Cristo ha praticato per primo e che ci invita a seguire. Alla città “serenissima” si giunge per questa via, che è la via della carità nella verità, ben sapendo, come ci ricorda ancora il Concilio, che non bisogna «camminare sulla strada della carità solamente nelle grandi cose, bensì e soprattutto nelle circostanze ordinarie della vita» e che sull’esempio di Cristo «è necessario anche portare la croce; quella che dalla carne e dal mondo viene messa sulle spalle di quanti cercano la pace e la giustizia» (ivi, 38). © Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

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