Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 29/07/2022 17:33:39

Questo è l’ultimo focus attualità prima della pausa estiva. Torniamo a settembre e vi auguriamo buone vacanze!

 

Come ampiamente previsto, la Costituzione voluta dal presidente tunisino Kais Saied è stata approvata a larga maggioranza dal referendum tenutosi il 25 luglio scorso. Secondo i risultati ufficiali, timidamente contestati dall’opposizione, il 94% dei votanti si è espresso a favore di una Carta che amplia a dismisura i poteri del presidente delle Repubblica. Tuttavia, complice il boicottaggio dei maggiori partiti politici, quasi il 70% degli aventi diritto al voto non si è recato ai seggi. Il dato mina la legittimità del progetto portato avanti da Saied per rigenerare una Tunisia stremata da malgoverno e disagio economico-sociale, ma in assenza di quorum non impedisce il ritorno del Paese a un sistema dominato dal capo dello Stato.

 

La chiave di lettura che prevale sulla stampa internazionale, e in particolare quella americana, è il “requiem” per l’unica democrazia del mondo arabo, la «sola superstite della Primavera araba», come ha titolato il Wall Street Journal. L’esito del referendum era talmente scontato che Monica Marks, esperta di Tunisia e professoressa alla New York University di Abu Dhabi, ha scritto il suo personale necrologio a seggi ancora aperti. «È vero – ha affermato la politologa americana – che i governi post-rivoluzionari della Tunisia non sono mai riusciti a creare un’economia più funzionante, a riformare uno Stato corrotto o a istituire una Corte costituzionale. Nonostante significativi fallimenti, però, i passi avanti della Tunisia nella libertà di espressione e nel governo democratico l’hanno catapultata in cima alle classifiche sulla democrazia come Polity IV e Freedom House. L’importanza simbolica di tutto questo – il fatto cioè che una democrazia costruita dal basso sia possibile nel mondo arabo – ha rappresentato un importante confutazione delle autocrazie regionali e degli estremisti violenti. L’esempio tunisino ha dato speranza a un’intera regione. Ora Saied – un semi-sconosciuto professore di diritto che ha vinto le elezioni nel 2019 da outsider populista – sembra determinato a invertire i progressi fatti». Resta da vedere, conclude Marks, se «lo stesso popolo che un tempo si è levato in modo così suggestivo a favore di un governo inclusivo si alzerà in piedi per rovesciare un’altra dittatura, di cui è il tragico artefice».

 

Sulla stessa lunghezza d’onda, e con lo stesso tono vagamente accusatorio verso i tunisini, Shadi Hamid su Dawn (acronimo di Democracy for the Arab World Now): «La rivoluzione del 2011, come tutte le rivoluzioni, ha portato con sé grandi aspettative. Queste aspettative non hanno trovato una risposta, in parte perché non era possibile che la trovassero. Le democrazie, in media, danno risultati economici migliori nel lungo periodo. I cittadini, tuttavia, non vivono nel lungo periodo. Per oltre dieci anni, mentre l’economia tunisina arrancava e soffriva, anche i tunisini hanno sofferto a loro volta. Kais Saied ha promesso loro una vita migliore. Che cosa avevano da perdere? Purtroppo la risposta è: molto. L’economia non è qualcosa cui un uomo può rimediare da solo. La democrazia però è qualcosa che un uomo può distruggere se un numero sufficiente di persone glielo lascia fare».

 

Su Middle East Eye, anche il giornalista francese Thierry Brésillon, che vive in Tunisia dal 2011, si è chiesto a quale prezzo i tunisini abbiano deciso di punire i fallimenti della transizione democratica. Ma la sua analisi esplora molto più in profondità le cause del disagio della popolazione tunisina, le fratture interne al Paese e la contraddizione fondamentale del progetto di Saied, il quale «rimette al centro della scena politica l’antagonismo che sta al cuore del modello tunisino. Ma lo fa “dall’alto”, con una promessa di “democrazia dal basso”». Brésillon, inoltre, non si limita a registrare il fallimento dell’esperimento democratico, ma evidenzia le difficoltà con cui dovrà fare i conti il presidente: «a differenza dell’epoca di Ben Ali, sembra essere la debolezza più che la forza del campo politico (Kais Saied compreso) a spingere l’apparato di sicurezza, mai riformato dopo il 2011 e rilegittimato dalla lotta antiterrorismo, a estendere il proprio controllo sullo spazio pubblico. Come reagirà questo dispositivo istituzionale quando sarà a ogni costo necessario mettere in atto le riforme economiche sulle quali il governo si è impegnato con il Fondo Monetario Internazionale, che questa volta non è più disposto all’indulgenza verso le autorità tunisine? Come reagiranno le istituzioni e ciò che resta del sostegno a Kais Saied quando a sua volta questi si scontrerà con la fitta trama d’interessi […] di giustizia, media, Stato, partiti, ecc., che hanno fatto fallire la transizione democratica per riciclarsi? Queste dinamiche fanno temere un’escalation nella volontà di emarginare gli attori considerati responsabili del fallimento della transizione e nuove delusioni. Quale sarà questa volta la sanzione?».

 

In un’interessantissima intervista a Le Monde, un altro francese, il politologo Michel Camau, è ancora più esplicito sui limiti, anche personali, del presidente tunisino e sul fallimento cui va incontro il suo progetto: «Credo che Kais Saied abbia due nemici principali: sé stesso e il “popolo”. Sé stesso perché è un uomo che corrisponde alla metafora del riccio. La metafora è del filosofo Isaiah Berlin, che distingueva tra la volpe e il riccio. Le volpi sono personalità che s’interessano a vari ambiti […]. I ricci hanno un unico principio organizzatore. È il caso di Kais Saied che, avendo un solo principio organizzatore, perde contatto con la realtà. E vediamo chiaramente come si scontra costantemente con la crudeltà del reale. È quello che succede con tutte queste promesse di benessere, di giustizia, di redistribuzione delle ricchezze, che non vengono realizzate neanche in parte». Per questo, afferma Camau, «Kais Saied è solo un anello in una serie di eventi che scandiscono la rivoluzione tunisina. Quest’ultima non è conclusa. Kais Saied corrisponde a un momento di questa rivoluzione, apparentemente un momento di rigenerazione; in realtà un momento di regressione».  

 

Tra un mega-progetto e l’altro, MbS in viaggio in Europa

A cura di Claudio Fontana

 

Negli ultimi giorni l’Arabia Saudita è stata al centro dell’attenzione soprattutto per un nuovo, futuristico, mega-progetto presentato dal Regno nell’ambito della Vision 2030. Parliamo di “The Line”: una linea, appunto, lunga circa 170 chilometri e alta più di 480 metri che partirà (anche se forse il condizionale sarebbe più appropriato del futuro) dalla città, anch’essa in divenire, di Neom.

 

I bordi esterni di “The Line” sono composti da specchi, e all’interno si sviluppa una città che secondo i piani di Muhammad bin Salman sarà «car-free» e scalerà tutte le classifiche che misurano la vivibilità degli agglomerati urbani. Questo, tuttavia, non basta per rendere l’idea di quanto sia ambizioso il piano di MbS. Secondo la ricostruzione del Wall Street Journal, il principe ereditario ha richiesto un’opera paragonabile «alle piramidi egizie». Secondo Rory Jones il progetto «si basa su un precedente annuncio di un piano di MbS per creare una comunità lineare [corsivo nostro] e ci si aspetta possa costare fino a mille miliardi di dollari per ospitare, quando completato, cinque milioni di persone». Come ha riportato al-Monitor, uno degli obiettivi della Vision di cui The Line fa parte è l’incremento della popolazione saudita fino a 50 milioni di abitanti entro il 2030 (a fronte degli attuali 34 milioni). Secondo Robert Mogielnicki (Arab Gulf State Insitute) la cosa difficile per i piani sauditi sarà soprattutto convincere i cittadini a trasferirsi a Neom e dentro a The Line, perché MbS sta «chiedendo alle persone di essere parte di un esperimento per vivere e lavorare nel futuro».

 

Per quel che riguarda il finanziamento dell’opera, una parte dei fondi necessari per la realizzazione del progetto deriva naturalmente dagli introiti petroliferi, particolarmente elevati nel periodo successivo allo scoppio della guerra in Ucraina, ma secondo il Wall Street Journal il Regno dovrà attrarre importanti risorse anche dall’estero, ciò che dall’omicidio Khashoggi in avanti è stato complicato dalla diffidenza con cui l’Occidente si è approcciato a MbS. Tuttavia, la visita di Biden della settimana scorsa e la sete di petrolio a basso costo del mondo occidentale hanno cambiato tutto e segnato il «ritorno sulla scena internazionale di MbS». Subito dopo la svolta di Biden il principe ereditario si è recato in Europa, per la prima volta dall’uccisione di Khashoggi. L’accoglienza «lussureggiante» di cui ha beneficiato bin Salman sarebbe stata impensabile solo fino a pochi mesi fa.

 

La prima tappa europea è stata in Grecia, dove MbS ha incontrato il primo ministro Kyriakos Mitsotakis, con il quale ha firmato 17 accordi bilaterali in materia di energia, tecnologia, sanità e lotta alla criminalità. Come riporta il Financial Times, MbS e Mitsotakis hanno anche siglato un accordo di partnership strategica per la posa di cavi che connettano l’Europa all’Asia passando attraverso l’Arabia Saudita (con il coinvolgimento cipriota). Secondo MbS i progetti previsti dagli accordi permetteranno alla Grecia e all’Europa di ottenere energia a prezzi molto più bassi di quelli attuali. Stando alla ricostruzione fornita dal portale greco iefimerida (citato dal Guardian), la visita di MbS in Grecia ha evidenziato non solo la sfarzosità del principe (che ha richiesto 350 limousines per la sua delegazione composta da 700 persone), ma anche i timori per la sua incolumità, ciò che l’hanno portato a declinare quasi tutti gli inviti a cenare al di fuori dell’hotel, a viaggiare accompagnato da un aereo-ospedale e a installare enormi pannelli di vetro antiproiettile nella sua stanza d’hotel.

 

Dop Atene, Muhammad bin Salman si è recato a Parigi, dove è stato ricevuto con tutti gli onori da Macron, ciò che ha scatenato le ire degli attivisti per i diritti umani. Dopo l’incontro all’Eliseo, la stampa saudita in lingua inglese ha sottolineato che il principe ereditario ha illustrato a Macron «il desiderio espresso da una serie di nazioni, inclusa l’Arabia Saudita, di diversificare la cooperazione con il resto del mondo, anche in aree tradizionalmente riservate all’America».

 

L’audience di Lavrov

 

Mentre i Paesi europei guardano a quelli del Golfo per far fronte agli effetti della guerra in Ucraina, i russi si rivolgono all’Africa e ai Paesi arabi per aggirare le sanzioni e aumentare la propria influenza.

 

Come ha scritto la BBC, il ministro degli Esteri della Federazione Russa Sergej Lavrov ha iniziato «un’offensiva diplomatica» in Egitto e in Africa. Il primo dato significativo del viaggio di Lavrov emerge dall’incontro con i rappresentanti dei Paesi della Lega Araba svoltosi al Cairo. Come mostra il video che riproponiamo di seguito, Lavrov stringe calorosamente la mano a tutti i diplomatici, un’immagine che colpisce se si pensa a quanto distante essa sia dalle modalità con cui i diplomatici occidentali segnalano la propria distanza dai russi.

 

 

Il messaggio è stato colto dal New York Times, che ha sottolineato quanto sia «ricettiva» l’audience a cui si rivolge Lavrov.

 

Durante la permanenza sul continente africano Lavrov ha portato avanti la linea russa secondo cui non è Mosca ad aver generato l’aumento globale dei prezzi dei beni alimentari, bensì i Paesi occidentali, che sono dunque i veri responsabili di una crisi che colpisce duramente l’Africa. Davanti ai rappresentanti arabi e africani, Lavrov ha opportunisticamente stuzzicato i sentimenti anticoloniali presenti nella regione, sottolineando in particolare l’ipocrisia dell’Occidente che dichiara di volere un «ordine mondiale basato sulle regole» ma definisce queste regole in maniera tale da poter risolvere a proprio favore ogni situazione.

 

Prima di recarsi in Etiopia, Uganda e Congo-Brazzaville, Lavrov ha incontrato il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, con il quale sono stati sottolineati gli interessi comuni. Lavrov ha ribadito a Shoukry che la Russia rispetterà i contratti relativi alla fornitura di grano, ha scritto Deutsche Welle. Il giornale tedesco ha però sottolineato come la Russia stia puntando sull’Africa soprattutto per accrescere i legami in termini di sicurezza. Infatti negli scorsi mesi Mosca ha firmato «vari accordi politici e militari nel continente», il più noto dei quali con il Mali, dove i russi di Wagner hanno preso il posto dei militari francesi. Deutsche Welle ha fatto però notare anche che negli ultimi anni si sono verificati colpi di Stato in Sudan, Ciad, Guinea Conakry e Guinea Bissau, Paesi accomunati dal fatto che le loro forze di sicurezza «hanno ricevuto addestramento militare sponsorizzato dalla Russia». Secondo Irina Filatova (Alta scuola di Economia di Mosca) l’obiettivo della Russia in Africa è imporsi come fornitore di sicurezza e creare una narrazione della Russia come Stato che «difende l’Africa» contro gli interessi occidentali. Nel porsi come partner, ha sottolineato Jason Burke sul Guardian, Mosca può sfruttare i legami storici costruiti durante il periodo dell’Unione Sovietica.

 

JCPOA: si può rianimare un morto?

 

Joseph Borrell l’ha detto chiaramente in una lettera indirizzata al Financial Times: dopo mesi di negoziati e colloqui, il testo che è stato redatto per il ripristino del JCPOA è il massimo a cui si può aspirare. O si trova un accordo sulla base di quella bozza, oppure si va incontro a una «pericolosa crisi nucleare». Il pessimismo la fa da padrone. Persino Robert Malley, generalmente uno dei più ottimisti sulla possibilità di raggiungere un accordo con Teheran, ha affermato parlando del ripristino dell’accordo nucleare «che non si può rianimare un corpo morto».

 

Come hanno spiegato Esfandyar Batmanghelidj ed Ellie Geranmayeh su Foreign Policy, tutti gli attori hanno molto da perdere dal fallimento dei negoziati: l’Occidente, farebbe i conti con il fallimento della politica di non proliferazione in Medio Oriente e rischierebbe un’escalation militare che spingerebbe in alto i prezzi energetici; l’Iran subirebbe l’iniziativa militare guidata da Israele e dagli Stati Uniti e sarebbe ancora più isolato. Al contrario, secondo le stime dei due ricercatori, l’Iran guadagnerebbe moltissimo dal ripristino dell’accordo: solo togliendo le sanzioni secondarie americane, l’export di greggio iraniano arriverebbe facilmente a 1 milione di barili al giorno, ciò che, ipotizzando un prezzo di 80 dollari al barile (contro gli attuali 100-110), significherebbe per la Repubblica Islamica incassare 800 milioni al giorno. Probabilmente un motivo in più agli occhi di Washington per temporeggiare.

 

Secondo Walter Russell Mead (Wall Street Journal) la scelta più difficile spetta a Biden: ha detto che non tollererà un Iran dotato di arma atomica, ma cosa significa concretamente? Firmare un accordo ha enormi costi politici, ma l’alternativa è essere pronti a una nuova guerra in Medio Oriente che tra le altre cose polarizzerebbe ulteriormente l’opinione pubblica americana.

 

L’Iran al governo a Baghdad?

 

In Iraq i sostenitori di Moqtada al-Sadr hanno invaso il parlamento iracheno (non erano presenti i deputati) per protestare contro la nomina a nuovo primo ministro di Mohammed al-Sudani, la cui forza politica si basa su ex membri del partito di Nouri al-Maliki e sull’alleanza pro-iraniana Fatah. Le forze di al-Sadr sono uscite vincitrici dalle elezioni di nove mesi fa, ma non sono in grado di formare un governo, ciò che ha portato a diversi mesi di stallo. Si prefigura ora uno scontro intra-sciita, con al-Sadr che si oppone alla crescente influenza iraniana nella regione, impersonificata in questo frangente da al-Sudani. Tuttavia, come ha scritto il Guardian, è sempre più probabile che i curdi iracheni scelgano di sostenere la candidatura di al-Sudani per far sì che finalmente si formi un governo. L’Iran ne uscirebbe vincitore.

 

Tensioni politiche e code davanti alle panetterie in Libano

A cura di Michele Brignone

 

Si teme che la guerra in Ucraina provocherà una carestia in diversi Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. La carenza di pane si sta già facendo sentire da alcuni mesi in Libano, dove le lunghe code davanti alle panetterie ricordano quelle dell’estate 2021 davanti alle pompe di benzina. Come scrive L’Orient le Jour, tuttavia, «più ancora che per il carburante, la carenza di pane, derrata essenziale per eccellenza, esaspera la popolazione in diverse regioni del Libano». A ciò si aggiungono i tanti problemi di un Paese che tra pochi giorni ricorderà i due anni dall’esplosione del porto di Beirut. Dopo quella catastrofe, il patriarca maronita Béchara Rai ha più volte richiamato la classe politica alle sue responsabilità, invitandola a farsi carico dei problemi dello Stato e della società e puntando spesso il dito contro Hezbollah. Lo scontro tra il potente partito milizia sciita e il Patriarca si è acuito dopo che la settimana scorsa l’Arcivescovo maronita di Haifa e della Terra Santa, mons. Moussa al-Hage è stato arrestato mentre faceva la spola tra Israele e il Libano per portare soldi e medicinali a persone bisognose. Come riporta Asia News, nella sua omelia di domenica 24 il Patriarca Rai ha affermato che quanto è successo è «un insulto» alla Chiesa maronita, al patriarcato e a lui personalmente, denunciando la pericolosa deriva del Libano verso uno «Stato di polizia».

 

Rassegna dalla stampa araba, a cura di Mauro Primavera

Le “lezioni” dal referendum tunisino

 

Anche sulla stampa araba il fatto principale della settimana è stato senza dubbio l’approvazione della nuova Costituzione tunisina voluta dal presidente della repubblica Kais Saied, che ha diviso la stampa nazionale e panaraba in due correnti di pensiero contrastanti. La prima si oppone fermamente alla Carta, sostenendo che il testo, scritto male e privo dei necessari pesi e contrappesi che garantiscono il corretto funzionamento di un sistema liberal-democratico, segna la fine del percorso di democratizzazione iniziato con la Primavera araba del gennaio 2011. La seconda, facendo leva sulla vittoria quasi plebiscitaria del sì, non solo ha espresso parere favorevole alla riforma, ma la considera anche un passaggio necessario per la stabilità del Paese (dopo anni di impasse) di fronte alle nuove sfide regionali e internazionali.

 

Cominciamo dai commenti della stampa tunisina. Al-Sabāh, uno dei principali quotidiani arabofoni del Paese, pubblica nella prima pagina della versione cartacea del 27 luglio un editoriale a firma di Rafiq bin ‘Abd Allah, dal titolo “lezioni dal referendum”. L’autore, dopo aver ricordato che l’esito della votazione era da tempo scontata, analizza le ragioni che hanno portato a una vittoria così schiacciante.

 

Lezione numero uno: «è palese che coloro che hanno apposto il sì sulla scheda hanno in realtà rinnovato la fiducia a Saied, niente di più; a loro non importa nulla del contenuto della bozza costituzionale, tema di dibattito e di infinite critiche tra politici e intellettuali». Proprio la frattura presente tra la classe dirigente e la popolazione, poco interessata alle questioni giuridiche (come confermato dal forte astensionismo), delusa dal sistema politico e alle prese con una grave crisi economica, costituirà, senza dubbio, un tema cruciale per la definizione dei futuri rapporti tra stato e società.

 

Lezione numero due: d’ora in avanti «le responsabilità di Saied verso i tunisini saranno doppie», considerando gli ampi poteri che gli conferirà la Carta. «Il futuro sarà ancora più difficile rispetto a prima», continua ‘Abd Allah: oltre ai numerosi problemi socioeconomici da risolvere, il prossimo dicembre si terranno le elezioni legislative, primo banco di prova per valutare il nuovo sistema repubblicano dominato dalla figura del capo dello Stato.

 

Lezione numero tre: il fallimento dei partiti ha facilitato il compito del presidente nel costruire una narrazione populista volta a screditare i politici, considerati incapaci e corrotti. Quindi, tanto Saied quanto il parlamento dovranno analizzare i risultati finali in maniera razionale, poiché i numeri «permettono letture e interpretazioni da angolature diverse, e ognuno può vederci quello che vuole e trarne le sue conclusioni».   

 

Anche altri articoli di al-Sabāh mettono in evidenza la debolezza del fronte del sì: «Saied ha vinto col 25% o ha perso col 75%?» domanda provocatoriamente l’articolo a pagina 3, facendo riferimento alla forte astensione. Di fianco, un altro commento: «un voto al presidente, non al testo costituzionale». Ben diversamente si pronuncia al-Shurūq, vicino al ra’īs: «la fiducia [della popolazione] in Saied ha deciso la tornata»; il referendum sarebbe addirittura «l’alba di una nuova repubblica», creando un fil rouge tra il 25 luglio 2022 e il 25 luglio 1957, quando Habib Bourguiba proclamò la nascita della repubblica.

 

Per quanto riguarda la stampa panaraba, al-‘Arabī al-Jadīd ha pubblicato in particolare due articoli di approfondimento, entrambi accompagnati, nello stile del giornale, da caustiche vignette. Il primo stigmatizza la riforma, parlando apertamente di ritorno all’autoritarismo, con un presidente dotato di «poteri faraonici», o da ancien régime. Secondo l’articolo, il referendum è stato un vero e proprio colpo di Stato (inqilāb) il cui successo, però, rimane fragile, pericolosamente esposto alla profonda crisi economica: «la Tunisia, nonostante la scarsa affluenza alle urne, avrà una nuova costituzione […] ma essa non risolverà i problemi del Paese, anzi contribuirà ad esacerbarli […] nessuno sta facendo attenzione al folle aumento dei prezzi e alla scarsità delle materie prime per via della guerra russo-ucraina». In copertina, la caricatura del ra’īs che, dopo aver “perforato” il testo della Carta, la cancella e la riscrive a suo piacimento.

 

Il secondo apre con una vecchia dichiarazione del capo dello Stato quando era ancora professore di diritto costituzionale: «i referendum sono uno degli strumenti delle dittature travestite [da democrazia]; il mio sogno è ricorrervi in uno Stato arabo in cui il popolo si esprima col no», visione contraddetta dall’attuale situazione. A Saied viene contestato il decisionismo e l’incapacità di ascoltare pareri e consigli della sua cerchia di collaboratori, come confermato da Sadek Beleid, membro della commissione costituente. Ma la questione più grave riguarda l’assenza di prospettive del ra’īs che, secondo il giornale, non avrebbe la più pallida idea su come rendere operativo il sistema da lui ideato: «nessuno può definire con precisione quale sia la forma di questa repubblica, nemmeno i suoi più stretti collaboratori […] ci troviamo di fronte a un presidente le cui decisioni e comportamenti sono difficili da prevedere». La critica coinvolge anche i suoi sostenitori, accusati di essersi schierati in maniera scriteriata con Saied al solo fine di contenere l’Islam politico e il Movimento Ennahda. Emblematica la vignetta di copertina che ritrae l’ex professore universitario in vestaglia da notte e disteso su un letto a forma di costituzione, intento a leggere ai microfoni della stampa le sue “favole della buona notte”.  

 

A sostenere “a spada tratta” il presidente sono i media emiratini, che vedono l’ascesa di Saied come una sconfitta degli islamisti, generalmente avversati dalle parti di Abu Dhabi. Al-Ittihād considera l’inquilino del Palazzo di Cartagine una figura «capace di sbloccare lo stallo che aveva oscurato l’orizzonte della politica tunisina dopo l’esilio di Ben ‘Ali» nel 2011, frase che scredita l’intero processo democratico della Primavera Araba che proprio in Tunisia aveva dato i maggiori frutti. Per quanto riguarda la bassa affluenza ai seggi, l’articolo ribalta la prospettiva di al-Sabāh e al-‘Arabī al-Jadīd: chi non si è recato alle urne non è «necessariamente contro la bozza, ma appartiene a una “maggioranza silenziosa” che potrebbe essere d’accordo o meno». Inoltre – prosegue l’articolo – il 94% delle preferenze costituisce una sorta di “campione casuale” «sufficientemente rappresentativo da esprimere il sentimento generale della nazione». La conclusione è tagliente: la Tunisia è una “democrazia” con riserva, in cui chi ha votato no e contesta il risultato non solo non è in grado di accettare la sconfitta, ma agisce per interessi personali, e non nel merito della riforma.  

 

Stessa linea adottata da un’altra testata degli Emirati, al-‘Ayn al-Ikhbāriyya. Per Muhammad Faysal al-Darusi «il popolo tunisino ha scelto il suo futuro politico […] lontano dallo stato di caos, dalla corruzione e dall’estremismo che hanno dominato il “decennio nero”, quando ha governato la Fratellanza», ma, allo stesso tempo, sottolinea le difficili sfide che dovrà affrontare il Paese. «Il piano di chi attacca il cambiamento in Tunisia è fine a sé stesso, perché questi sono buoni solo a diffondere malcontento e insoddisfazione, anche se, quando hanno avuto l’occasione di governare, si sono messi allo stesso livello dei politici caduti durante la cosiddetta Primavera Araba», chiosa Tariq al-Hamid.   

 

Più moderata, benché ugualmente filo-presidenziale, la linea di al-‘Arab, quotidiano con sede a Londra ma vicino alle posizioni emiratine: Kais Saied è diventato il più importante oppositore di Ennahda e del “vecchio” establishment, ma «non bisogna intendere questo processo come un “kaisisimo” sulla falsariga del nasserismo, una corrente politica solida ma poi dissoltasi […], quanto piuttosto come una figura capace di preservare e custodire lo spirito della nazione nella lotta alla corruzione». Ancora più tranchant la frase di chiusura di ‘Ali Qasim: «un dittatore difensore del popolo e che lavora per il suo bene è meglio di un politico democratico espressione dei partiti che agiscono per i loro interessi».

  

 

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