La guerra a Gaza, la parabola dell’islamismo, la situazione del Marocco e la questione linguistica nel Maghreb. Una conversazione con Hassan Aourid

Ultimo aggiornamento: 02/07/2024 09:35:57

Politologo, romanziere, saggista, autore di libri in francese e in arabo, oltreché alto funzionario marocchino per più di vent’anni, Hassan Aourid è un intellettuale impegnato del dibattito panarabo e un osservatore qualificato dei rapporti tra le due sponde del Mediterraneo. L’abbiamo incontrato nel suo studio di Rabat e gli abbiamo chiesto una valutazione sulle implicazioni culturali e politiche del conflitto in Medio Oriente e sulla situazione del suo Paese.

 

Intervista a cura di Michele Brignone

 

Lei è l’autore di un libro che è stato tradotto in arabo con il titolo Ufūl al-Gharb, il crepuscolo dell’Occidente. Qualche anno fa abbiamo visto la foto del Grande Imam di al-Azhar intento a leggere il suo libro. È questo il tema di oggi?

 

Credo sia fondamentale specificare il titolo esatto. Il libro è stato scritto originariamente in francese e poi tradotto in arabo. Il suo vero titolo è Regards sur l’Occident [Sguardi sull’Occidente, NdR]. Per la cronaca, la parola “ufūl”, che significa “declino”, non era mia, ma dell’editore. Tutto ciò mi ha un po’ infastidito, perché sono rimasto prigioniero di un titolo che non ho scelto io. Un occidentale può parlare di tramonto o di declino in relazione all’Occidente, non io. Per quanto mi riguarda, posso solo avere uno sguardo critico. È vero che c’è una crisi. È innegabile, anche se la cosa non è nuova, ma ricorrente. È cominciata all’indomani della Prima guerra mondiale, come testimoniano gli scritti di Spengler e altri. Poco prima della caduta del muro di Berlino ci sono stati libri come quello di Paul Kennedy sulla genesi degli imperi. Non è un fenomeno nuovo. La novità sta nel fatto che a pensare l’Occidente non è un occidentale, anche se è influenzato dal pensiero occidentale. La mia tesi è che la crisi del 2008 non è stata soltanto economica o finanziaria, ma anche epistemologica. Non posso però parlare di decadenza o declino.

 

Perché ha voluto di interrogarsi sull’Occidente?

 

Innanzitutto, c’è un dato oggettivo: sono quattro secoli che l’Occidente guida il mondo. Per misurare le distanze utilizziamo il metro e il chilometro, due concetti nati in Occidente. E anche per misurare i rapporti di potere usiamo nozioni come “democrazia” ed “elezioni”, emerse in Occidente. L’Occidente è produttore di norme. È del tutto normale porsi la questione della locomotiva che guida il mondo. E poi c’è il lato soggettivo: io non vedo le cose in termini di confronto. L’ho detto nella versione francese del libro, Regards sur l’Occident, non sono un fautore dello scontro di civiltà. L’Occidente fa parte di noi, storicamente, geograficamente, epistemologicamente e anche antropologicamente. Pensi alla nostra gente che vive da voi. Mi sembra che l’Occidente abbia bisogno di una prospettiva diversa. È un modo per “salvarlo”. Nel mio libro ho ricordato un fatto storico: quando la filosofia greca cominciò a entrare in crisi, ripiegò su Cirene, in una parte dell’attuale Libia. La stessa cosa accadde ad alcuni giuristi e pensatori dell’antica Roma, che si stabilirono nel Nord Africa. Il Nord Africa ha un passato condiviso con la sponda settentrionale del Mediterraneo, i nostri destini sono intimamente legati. Il mio libro è uno sguardo sull’Occidente, non per regolare i conti, ma forse per salvarlo. È uno specchio. L’Altro serve da specchio.

 

Secondo lei la guerra a Gaza rappresenta un punto di svolta nei rapporti tra il mondo musulmano e l’Occidente?

 

L’ho pensato e scritto in un articolo sul sito di Al Jazeera. Penso che in Occidente la situazione sia piuttosto sfumata. Non siamo più nel rifiuto totale dei palestinesi o degli arabi, o nella logica racchiusa nella famosa frase di Huntington “l’Occidente e il resto”, l’Occidente e gli altri. Siamo in un contesto più sfumato. Non penso più che ci troviamo in una versione aggiornata dello scontro di civiltà. C’è innegabilmente uno sguardo critico nei confronti dell’Occidente, in particolare nei confronti degli Stati Uniti, perché, per riprendere un’espressione di Régis Debray, “l’indirizzo dell’Occidente è la Casa Bianca”. E quando parliamo di Occidente, parliamo innanzitutto della NATO e del G7, non della filosofia illuminista. L’Occidente stesso guarda alla politica degli Stati Uniti in maniera molto critica, non più attraverso la lente dei doppi standard, ma attraverso quella di una certa schizofrenia, di un discorso che non è coerente con i fatti. Di chi dice una cosa e fa il contrario.

 

Questa idea più sfumata dell’Occidente è condivisa?

 

Penso di sì. Sono uno che segue ciò che si scrive nel mondo arabo, in particolare negli organi e nei mezzi di comunicazione più influenti – al-Quds al-‘Arabī, Aljazeera.net... Credo che la situazione attuale abbia diverse sfumature. Non siamo più in una visione semplicistica, che consiste nel buttare il bambino con l’acqua sporca. Nel discorso palestinese e, in generale, arabo, si parla degli “ahrār al-‘ālam” – “gli spiriti liberi del mondo”. L’immolazione del pilota americano Aaron Bushnell, diventato una sorta di eroe sulla stampa e agli occhi dei decisori nel mondo arabo, ha senza dubbio contribuito a questa visione sfumata. Non siamo più nel rifiuto categorico, ma nella sfumatura.

 

Venendo al suo Paese, il Marocco è cambiato molto negli ultimi vent’anni. Adesso, per esempio, è ripreso il dibattito sulla riforma del Codice della Famiglia e quindi sull’effettiva parità tra uomo e donna. Come valuta questi cambiamenti? È un processo tutto sommato lineare o crea delle tensioni?

 

Ho seguito questo dibattito, iniziato 25 anni fa. All’epoca lo chiamavano “l’integrazione della donna nello sviluppo”. Oggi ci troviamo in un cantiere diverso, ovvero la revisione del Codice della Famiglia. Confrontando i due momenti, ho l’impressione che oggi il dibattito sia più sereno. Non c’è più quell’acrimonia che in passato aveva contraddistinto i diversi schieramenti. All’epoca, l’islamismo era una parabola ascendente, aveva il vento in poppa. Non conosco i dettagli della nuova riforma, ma mi sembra che nel complesso il Marocco sia cambiato in positivo, nella qualità e nei toni del dibattito, per esempio. Ma ci sono anche aspetti che non sono cambiati molto, o che hanno addirittura subito una regressione. Abbiamo per esempio un problema di élite. Un po’ come accade nel resto del mondo arabo, siamo una società in cerca di élite. In fin dei conti, la vecchia élite ha fatto il suo tempo. È del tutto normale che venga sostituita da una nuova élite più rappresentativa. Abbiamo poi un problema serio in campo politico. Non so nemmeno se possiamo ancora parlare di partiti politici in senso stretto o se invece dovremmo parlare di macchine elettorali. E infine abbiamo molti problemi a livello universitario. Sono vent’anni che parliamo di riforma dell’istruzione. Io insegno alla facoltà di Rabat e conosco un po’ i problemi dell’università dall’interno. Abbiamo una macchina guasta. La macchina che “fabbrica” le élite, che dà un senso, lo strumento di trasmissione della memoria, è in crisi. Su questo siamo tutti d’accordo.

 

Questa crisi è specifica del Marocco o è generale di tutto il mondo arabo?

 

È generalizzata, ma non sono titolato a parlare del mondo arabo. So che, secondo alcuni indicatori, il mondo arabo è in ritardo in tutto ciò che riguarda l’istruzione in termini di classifiche. Per esempio non è presente tra le 500 università considerate le migliori del mondo. Non do molta importanza a queste classifiche e agli indici che vengono utilizzati, ma conosco abbastanza bene il caso marocchino per parlare di crisi dell’università, e della scuola in generale. Penso che sia stato privilegiato l’approccio quantitativo. Quando, per esempio, un ministro parla dello stato dell’istruzione, o della situazione della scuola, parla di cifre: “abbiamo tot studenti, abbiamo tot promozioni…”. Ma l’istruzione non è questo, è la qualità dell’insegnamento. Noi pensiamo ancora secondo degli standard dell’Ottocento. Credo sia fondamentale riflettere su quella che viene chiamata l’ingegneria dell’educazione. Ma la questione più importante, che non abbiamo ancora risolto e che è problematica in un Paese come il Marocco, è quella linguistica. Su questo ho una mia visione, ma non so se sono rappresentativo. Non metto in dubbio che l’arabo sia la lingua di una certa fascia della società, ma non penso sia un buon motivo per farne la lingua madre di tutti i marocchini, sarebbe ingiusto. Imparare l’arabo è un plus. È sicuramente la lingua affettiva per alcuni settori della popolazione marocchina, ma non per tutti i marocchini. Il rapporto con la lingua francese non deve essere dettato da fattori come la religione o il passato coloniale. La lingua francese come tale non è il colonialismo. È una lingua moderna, che rappresenta una risorsa e uno strumento di lavoro. Non penso sia molto intelligente fare il parallelo tra il francese e il passato coloniale. Purtroppo, questo problema viene affrontato attraverso una lente ideologica. Il Marocco condivide questo problema linguistico con l’Algeria. Per quanto paradossale possa sembrare, noi e gli algerini siamo molto simili. Siamo separati politicamente, ma soffriamo praticamente degli stessi mali, delle stesse tare, socialmente e culturalmente. Condividiamo lo stesso retroterra culturale.

 

In Algeria l’insegnamento dell’inglese come lingua straniera è in ascesa e si sta discutendo di sostituirlo al francese.

 

Non possiamo rifiutare l’inglese, è la lingua franca. Ma sostituire il francese con l’inglese non è molto intelligente. Non potremo mai avere lo stesso rapporto con l’inglese: il francese fa parte della psiche collettiva. È una lingua che, in un certo senso, ha arricchito anche il marocchino o l’algerino. Basta guardare e ascoltare come i marocchini e gli algerini prendono in prestito dal francese quando parlano. Non si può sostituire il francese, ma ciò non significa che non ci si debba aprire all’inglese. La lingua francese ha un certo status, così come lo spagnolo in alcune regioni del nord del Marocco. Quando in Marocco si esce per strada, si trovano riviste in francese. Il francese fa parte del panorama culturale, l’inglese no, e non è qualcosa che può essere creato o decretato a tavolino. È il frutto di un lungo processo storico. In ogni caso, credo si stiano cominciando a sollevare i veri problemi dell’istruzione: i piani di studio, i programmi... Dobbiamo aspettare i risultati, ma mi sembra che stiamo ponendo le domande giuste.

 

Rispetto alla lingua, quale sarebbe la soluzione?

 

Non sono a favore di un modello giacobino che invochi “uno Stato, una nazione, una lingua”. Sappiamo bene che ci sono nazioni con più lingue, la Svizzera, il Canada… Dobbiamo accettare la diversità, ma una diversità dinamica. Non sono per un modello a mosaico, in cui alla fine ognuno resta al proprio posto, dove non ci sono ponti. Sono quelli che in Francia chiamano “arcipelaghi”. No, è pericoloso. Devono esserci dei prestiti, delle interazioni. Chi è francofono deve conoscere la lingua araba, chi è arabofono deve conoscere l’amazigh. Riconoscere la diversità non è sufficiente. E su questo credo che siamo tutti d’accordo. La diversità va gestita. E non è semplice.

 

Prima ha menzionato il periodo in cui l’Islam politico aveva il vento in poppa. Adesso l’islamismo è in una fase di declino?

 

Era la mia idea fino a pochissimo tempo fa, l’avevo anche scritto. Gli eventi di Gaza però cambiano la situazione. Non voglio fare l’indovino, non so che cosa succederà domani, ma constato che alcune sensibilità islamiste cercano di cavalcare questo evento per tornare in scena. È evidente nel caso del Marocco. Ciò che sta accadendo a Gaza è indubbiamente “pane benedetto” per le sensibilità islamiste. E il campo politico nel mondo arabo è cambiato. Credo che nel mondo arabo ci siano state delle sequenze decisive. La Guerra del Golfo del 1991 ha cambiato il panorama culturale, con le sue implicazioni in Algeria, per esempio, o l’ascesa dell’islamismo in Marocco. E penso che il campo politico e culturale cambierà per effetto della guerra in corso a Gaza. Non so dirle in ​​quale direzione, non ho un distacco sufficiente, ma niente sarà più come prima.

 

Anche se, in generale, i partiti islamisti non hanno superato il test del governo?

 

Non penso che quegli islamisti possano tornare. Si tratterà piuttosto di islamisti di un’altra tonalità, non i “pragmatici” o i cosiddetti “moderati”. Hanno talmente tante passività che a mio modesto parare faranno fatica a blandire la sensibilità popolare. Potrei sbagliarmi, non ho indizi, ma temo che vedremo una nuova forma di radicalismo, al di fuori del quadro istituzionale.

 

Qual è la percezione della popolazione marocchina rispetto alla guerra a Gaza?

 

Credo ci sia un sentimento di indignazione. Non voglio dire che le persone si identificano necessariamente con Hamas. Siamo in un gioco di sfumature. Ma le immagini dei civili, dei bambini e degli edifici bombardati trasmesse da Al Jazeera creano un sentimento di profonda indignazione e di rifiuto verso un ordine internazionale che non riesce a fermare la guerra. I più sfumati criticano il governo Netanyahu, i meno sfumati criticano lo Stato di Israele, mentre altri rifiutano gli ebrei. Credo che sia fondamentale, ancora una volta, distinguere tra i palestinesi e Hamas.

 

L’ebraismo peraltro è una componente importante della storia marocchina…

 

Il Marocco ha indubbiamente un passato e una presenza ebraica, e non possiamo ignorare questa dimensione. Ci sono stati concittadini di fede ebraica che hanno convissuto con i loro connazionali musulmani e che erano presenti anche nei momenti importanti, durante il protettorato, per esempio, e che hanno combattuto per l’indipendenza del Paese. Antropologicamente parlando, anche quando si analizzano i santi ebrei e quelli musulmani alla fine la grammatica è la stessa. Si ritrovano tutti nella marocchinità. Alcuni ebrei marocchini hanno scelto di andare in Israele, ma hanno mantenuto un legame con il Marocco. È giusto che lo Stato marocchino riconosca questa dimensione, fa parte della storia. Ma quello che è stato costruito da entrambe le parti rischia di andare in crisi. Praticamente ogni giorno c’erano voli da Tel Aviv a Marrakech o Casablanca, ora non ci sono più. Non credo che tutto questo verrà veramente messo in discussione, ma sta di fatto che c’è una crisi. Credo sia fondamentale distinguere tra Israele e il governo israeliano. Molti marocchini fanno questa distinzione.

 

Un’ultima domanda: lei è un professore e uno scrittore che scrive sia in francese che in arabo, si considera un intellettuale arabo?

 

Marocchino. Scrivo in arabo, ma mi considero un intellettuale marocchino e potrei forse aggiungere maghrebino. Condivido molte cose con un algerino o un tunisino. Non ci sono barriere tra di noi. Ma a partire dall’Egitto c’è un modo diverso di vedere le cose, che non è solo linguistico e forse dipende da quella che i tedeschi chiamano “visione del mondo” – “Weltanschaaung”. Non abbiamo la stessa visione delle cose. Si dice che l’Inghilterra e gli Stati Uniti sono Paesi separati dalla stessa lingua, così come il Belgio non è necessariamente la Francia, o la Francia non è necessariamente il Canada o il Québec. Capisco il mondo arabo – l’arabità fa parte del Marocco – mi identifico con quelle che considero cause umane, con il mondo arabo condividiamo molte cose a livello culturale e sociale, oltre a diversi problemi, come ad esempio quello relativo al rapporto tra governanti e governati, ma credo che il Nord Africa abbia una propria identità, è la mia ancora identitaria, anche se non mi piace il discorso sulle identità. Tutto è in divenire.

 

 

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