Intervista a Izzedin Elzir, imam di Firenze, sul conflitto a Gaza

Ultimo aggiornamento: 05/02/2024 14:20:35

Intervista a cura di Chiara Pellegrino

Quest’intervista fa parte della serie “I musulmani italiani e la guerra a Gaza”. Clicca qui per leggere le altre interviste

 

Partiamo dalle sue origini. Lei è originario di al-Khalil/Hebron; immagino che questo conflitto la tocchi molto da vicino. Qual è stata la sua esperienza di vita in Palestina?

 

Io sono nato e cresciuto ad al-Khalil, dove ho abitato fino a 19 anni. Poi nel 1991 sono venuto in Italia per studiare. Per 19 lunghi anni ho vissuto la sofferenza dell’occupazione e ricordo bene la prima Intifada nel 1987. Ma ricordo anche che cosa succedeva prima dell’Intifada, quando per colpa di 200 coloni fanatici ed estremisti impiegavo quasi due ore per arrivare a scuola, quando avrei potuto metterci cinque minuti a piedi. Dopo la prima Intifada, durante la scuola, bastava che un ragazzo lanciasse un sasso contro un blindato israeliano senza neppure toccarlo che questi cominciavano a sparare contro 800 studenti. La nostra unica colpa è che stavamo andando a scuola. Non si poteva andare tranquillamente a scuola, né a curarsi, né si poteva camminare liberamente. Quando si usciva con la famiglia ognuno andava per una strada diversa, perché usciti di casa si rischiava di non tornarci più. La situazione è questa: un’occupazione tragica. Io ho vissuto per 19 anni senza libertà. Ma se uno non prova sulla propria pelle non può capire che cosa significa.

 

Ha deciso di venire in Italia per fuggire da questa difficile situazione o per altre ragioni?

 

Sono venuto in Italia per studiare, volevo prendere la laurea e poi tornare a Hebron e creare là la mia attività. Ma cammin facendo il mio destino è cambiato e sono rimasto qui. Con grande piacere, devo dire.

 

Lei ha partecipato alla fiaccolata per la pace a Firenze. Com’è nata l’idea della fiaccolata?

 

Abbiamo voluto organizzare questa fiaccolata per la pace con la comunità islamica, la comunità ebraica e la Chiesa cattolica, rappresentata in quell’occasione da Padre Bernardo, priore dell’Abbazia di San Miniato al Monte. Abbiamo lasciato che fosse lui a guidarla, il discorso l’abbiamo concordato insieme, ma l’ha tenuto lui. Ha rivolto un piccolo saluto ai presenti. È stata la prima fiaccolata dopo il 7 ottobre a cui hanno partecipato musulmani, cristiani ed ebrei che volevano la pace. Comunque, non è stato facile. La comunità ebraica fiorentina, per esempio, ha dovuto avvisare che chi partecipava l’avrebbe fatto a titolo personale, non a nome della comunità. Da Roma è arrivata questa indicazione.

 

Quindi non c’erano i rappresentanti della comunità ebraica?

 

Il rabbino c’era, ma ha dovuto sottolineare che era presente a titolo personale. Il presidente della comunità purtroppo non ha potuto partecipare. C’erano però diversi ebrei.

 

Da molti anni lei è in ottimi rapporti con il Rabbino di Firenze. Il conflitto in corso a Gaza la mette in difficoltà nel suo rapporto con lui?

 

A livello personale non mi trovo in difficoltà. Dopo lo scoppio del conflitto ho incontrato sia il precedente rabbino Joseph Levy, sia l’attuale rabbino Gadi Piperno. La cifra del nostro rapporto è il fatto di essere cittadini italiani, io di fede musulmana, loro di fede ebraica. Questo ci ha aiutato ad incontrarci. Sul conflitto abbiamo opinioni diverse, opposte, ma siamo liberi di esprimere ognuno la propria idea perché partiamo dal presupposto che siamo cittadini italiani. Ognuno di noi dev’essere libero di esprimere la propria opinione senza che questo generi una frattura. Certo, ci incontriamo in forma privata, non pubblica, più che altro per loro. Io non ho nessun problema a incontrare i miei concittadini di qualsiasi fede religiosa siano. Per loro invece è diverso, sono un po’ più legati a logiche che io non condivido. Secondo me è un grande sbaglio legare l’ebraismo allo Stato di Israele. La religione è una cosa, gli Stati sono un’altra. Comunque, il dialogo e il rispetto che c’è fra di noi ci aiuta a superare gli ostacoli. Non a caso la prima fiaccolata è stata fatta a Firenze. Poi è stata replicata a Trieste, a Pitigliano, nel sud della Toscana, e a Bologna, con la partecipazione del Presidente dell’UCOII, Yassine Lafram, il Presidente della CEI, il Cardinal Matteo Zuppi, e i rappresentanti della comunità ebraica locale. Questo dimostra che quando il dialogo locale è attivo, le comunità religiose sono un valore aggiunto.

 

Quale ruolo possono giocare le religioni?

 

Penso che dovremmo essere tutti un pochino più coraggiosi. Quando in passato qualcuno ha commesso atti terroristici nel nome dell’islam, noi abbiamo condannato il terrorismo perché l’islam non permette a nessun musulmano di compiere atti di violenza. Io non posso scomunicare nessuno, non ho l’autorità per farlo, ma ho il diritto di condannare questi atti criminali. Oggi tutte le fedi devono essere coraggiose. Quando vengono uccise più di 25.000 persone, la maggior parte delle quali donne e bambini*, bisogna avere il coraggio di condannare, senza sé e senza ma. Altrimenti noi religiosi rischiamo di perdere la credibilità. Pensiamo a quello che è successo 60, 70 anni fa, negli anni bui dell’Italia e della Germania, con i rom, i disabili, gli ebrei. O a ciò che è successo in Bosnia. Tutto il mondo ha condannato il genocidio dei bosniaci. A Gaza è in atto un genocidio, un massacro di donne e bambini. Tanti di noi stanno a guardare. Se 70 anni fa il silenzio era giustificato perché le notizie non arrivavano, oggi non è più così, abbiamo la televisione, il telefonino, perciò non possiamo dire che non abbiamo saputo del massacro. A Gaza decine di moschee, chiese, ospedali, scuole sono stati distrutti. Questi sono crimini contro l’umanità, come li ha definiti Papa Francesco. Non si può rimanere indifferenti. Comunque, condannare non vuol dire cadere nell’antisemitismo. Su questo bisogna stare molto attenti.

 

Lei guida la comunità islamica di Firenze. È molto sentita la causa palestinese tra i musulmani che frequentano la sua moschea?

 

Sì, e lo è anche di più da dopo il 7 ottobre. Molti hanno partecipato alle manifestazioni. Noi abbiamo spiegato alla nostra comunità che questa non è una guerra di religione tra ebrei e musulmani. Ci sono dei criminali, che si professano di fede ebraica – ma a noi questo non riguarda – che occupano il territorio di un altro popolo, quello palestinese. Certo, la questione della moschea di al-Aqsa è religiosa, su questo non c’è dubbio, ma in generale la questione palestinese è una questione di diritto. E soprattutto non deve essere esportata al di fuori dei confini della Palestina. Noi dobbiamo dar voce a chi la voce non ce l’ha, come dicono le nostre fedi religiose. Non dobbiamo però essere tifosi, come le tifoserie allo stadio. Dobbiamo aiutarci l’uno l’altro. Il profeta Muhammad, la pace sia su di lui, dice di aiutare il fratello sia quando è nel giusto, sia quando è nel torto. Quando è nel giusto è facile aiutarlo, quando è nel torto è più difficile, ma gli va detto che sta facendo delle cose ingiuste. Se oggi Israele sta compiendo degli atti contro l’umanità, chi vuole bene a Israele deve avere il coraggio di dirgli di smettere, perché con queste azioni Israele fa male prima di tutto a sé stesso. Chi non dice nulla diventa complice del male, oppure è un’ipocrita che ha deciso di stare con il più forte. Oggi sta con Israele e domani starà con chi in quel momento sarà più forte. Ma noi sappiamo che nella vita le cose cambiano. Si nasce, si cresce e si invecchia. Israele ha ottant’anni, sta entrando nella vecchiaia. Il 7 ottobre ha dimostrato di non essere un Paese così potente come tutti pensavano. L’immagine di Israele forte è un mito che è stato costruito negli anni per impaurire la popolazione della zona.

 

Che cosa pensa di Hamas?

 

Nel 2006 Hamas ha vinto l’unica elezione che è stata fatta in Palestina. Rappresenta una parte politica della società palestinese. Noi comunque siamo chiari e abbiamo il coraggio di dire che chi uccide un civile in maniera intenzionale è un criminale. Chiunque esso sia. Non abbiamo due pesi, due misure. Spero che anche altri religiosi trovino il coraggio di dirlo.

 

Secondo lei che cosa dovrebbe fare l’Italia in questo momento?

 

Mi spiace che il nostro governo, quando ha avuto l’opportunità di votare per il cessate il fuoco, si sia astenuto. Capisco la real politik, ma essere servi della politica di altri Paesi non è dignitoso né per la nostra politica italiana né per i partiti sovranisti che sono al governo. È nell’interesse del nostro Paese essere la voce di chi non ha voce. Il governo dovrebbe avere il coraggio di riconoscere lo Stato della Palestina.

 

Quale soluzione pensa ci possa essere al conflitto?

 

Prima di tutto bisogna che ci sia il cessate il fuoco perché la vita umana è più importante di tutto. Poi gli Stati Uniti dovrebbero costituire un tavolo, sincero e soprattutto giusto, per la pace. Perché come hanno detto diversi Papi, non c’è pace senza giustizia. Negli ultimi trent’anni Israele ha eroso sempre più il territorio palestinese e distrutto quel poco che c’era dell’Autorità Palestinese.

 

Lei ha fiducia nell’Autorità Palestinese?

 

Io sono il primo a criticare la mia Autorità Palestinese, perciò dico che bisogna fare delle elezioni democratiche simili a quelle che sono state fatte nel 2006.

 

In questo momento, secondo lei, i palestinesi riuscirebbero a esprimere una classe politica alternativa valida?

 

Il popolo palestinese è un popolo con una grande civiltà alle spalle, basti ricordare che lì sono nati Gesù e tantissime personalità nel corso della sua lunga storia. I palestinesi inoltre sono tra i popoli con la percentuale maggiore di laureati a livello mondiale, nonostante l’occupazione e i tentativi israeliani di impedire l’accesso alla formazione perché volevano che fossimo manodopera a basso costo. Io non ho dubbi che i palestinesi abbiano la capacità, come tutti i popoli del mondo, di esprimere un leader politico capace di rappresentare i loro interessi senza essere servo dei potenti. Io sono a favore di un unico Stato laico, democratico, libero, dove vivono tutti a prescindere dalla fede religiosa. Ho vissuto per 19 anni in Palestina. Non ho conosciuto l’antisemitismo, ho conosciuto il mio occupante. Se togliamo la questione dell’occupazione, noi non abbiamo problemi con gli ebrei. Siamo capaci di convivere con chiunque, anche con chi la pensa diversamente. Basta vedere i nostri fratelli cristiani in Palestina. Loro, giustamente, si sentono parte integrante del tessuto sociale palestinese. Anzi, loro sono palestinesi prima di me. Io, ai miei figli, la questione palestinese la spiego così: c’è una terra con un popolo, che si chiama popolo palestinese. Quando è arrivato l’ebraismo con Mosè, la pace sia con lui, una parte dei palestinesi ha abbracciato l’ebraismo; dopo diversi anni è nato Gesù e una parte dei palestinesi ha abbracciato il cristianesimo; poi è arrivato l’islam, e una parte dei palestinesi ha aderito all’islam. Ma rimangono tutti palestinesi. Purtroppo, negli ultimi anni va di moda chiedere uno Stato ebraico e uno Stato islamico.

 

Vede qualche spiraglio di speranza per la pace?

 

Non ho dubbi che arriveremo alla pace, ma spero che il prezzo in termini di vite umane non sia troppo alto. Tutte le occupazioni sono fallite, fallirà anche questa. I palestinesi per amore della pace hanno accettato due Stati, due popoli. Ma purtroppo gli israeliani non hanno accettato questo compromesso. Negli ultimi vent’anni i loro governi hanno fatto tutto il contrario. Perciò invito chi vuol bene a Israele ad aiutarli a ragionare. Noi che viviamo in Italia, in Europa, abbiamo la possibilità di ragionare, abbiamo il lusso di ragionare, ma chi vive là non ha questa possibilità. Allora tocca a chi è fuori aiutare i palestinesi e gli israeliani a ragionare.

 

* Questa frase è stata modificata il 5 febbraio 2024, di comune accordo con l’intervistato, dopo che una precedente versione riportava erroneamente la dicitura «di cui metà bambini e l’altra metà donne».

 

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