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Religione e società

Algeria, nuova Costituzione e antico status quo

La riforma della Carta fondamentale arriva in un momento difficile per l’economia del Paese e cruciale per la successione al presidente Bouteflika

Membri del Parlamento algerino votano per alzata di mano. Foto: Fayez Nureldine, AFP

Attorno alla nuova Costituzione algerina, approvata dal Parlamento per alzata di mano e a grande maggioranza il 7 febbraio 2016 (499 voti a favore, due contro, 16 astenuti), c’è stato un dibattito acceso, ma più sulla stampa e in rete che nelle sedi istituzionali. In realtà, le consultazioni ufficiali promosse dal “potere” erano state avviate già nel 2011, l’anno delle Primavere arabe.

 

 

Da allora, le discussioni, gli incontri, i dialoghi per un “cambiamento” ordinato e pacifico, sia quelli promossi dal governo (e da molti boicottati), ma soprattutto quelli organizzati tra le fila della “vera” opposizione, si erano in parte arenati, vittime di tempi lunghissimi, se non morti, e soprattutto della ricandidatura e della vittoria – da molti vissuta come antitetica proprio rispetto a un percorso di “transizione” alla democrazia – di Abdelaziz Bouteflika, presidente della Repubblica in carica dal 1999.

 

 

Non essendo passata per il referendum che molti si attendevano, la Carta costituzionale è stata semplicemente consegnata (o imposta?) ai cittadini, i quali, per la stragrande maggioranza, l’hanno recepita senza particolari entusiasmi o critiche, quasi come un documento da aggiungere alla già lunga lista dei testi fondativi della Repubblica prodotti o modificati dall’indipendenza (1962) a oggi. Sui mezzi di comunicazione, tra le fila degli intellettuali, degli attivisti o degli espatriati, il dibattito si è concentrato su alcuni articoli che introducono novità comunque non di poco conto: l’ufficializzazione della lingua amazigh (il tamazight), il limite di due mandati alla presidenza della Repubblica, il divieto di candidatura alle alte cariche dello Stato per i “bi-nazionali”.

 

 

Una concessione alla popolazione berbera

 

 

Le rivendicazioni per il riconoscimento della lingua della popolazione di origine berbera, parlata da circa un quarto della popolazione residente per lo più nella regione della Cabilia, sono state per decenni al centro di manifestazioni, spesso sfociate in scontri violenti e mortali. Mobilitazioni popolari come la “primavera berbera” del 1980 e la “primavera nera” del 2001-2002 (126 morti), che chiedevano l’ufficializzazione della lingua, ma anche una maggiore apertura democratica e più partecipazione politica. Se nella nuova Carta la lingua amazigh assurge al rango di “ufficiale” e non più soltanto “nazionale”, è anche vero che l’arabo resta “la lingua ufficiale dello Stato” (art.3) e per ottenere tale status di ufficialità il tamazight dovrà attendere il lavoro degli “esperti” di una nuova Accademia algerina di lingua amazigh, posta sotto la presidenza della Repubblica (art.3 bis).

 

 

L’articolo che permette al Capo dello Stato di essere rieletto una sola volta dopo il primo mandato quinquennale (art. 74), norma alla base di qualsiasi ordinamento che si possa definire democratico, è una disposizione che era stata eliminata dallo stesso Bouteflika nel 2008. L’attuale presidente, al suo quarto mandato, con la stessa disarmante facilità con la quale aveva emendato la Costituzione per prolungare la sua permanenza al vertice dello Stato oltre i dieci anni previsti dalla legge – una disinvoltura peraltro propria di molti suoi omologhi africani – reinserisce ora il limite. Questa volta però, secondo l’articolo 178-8, questo limite non potrà più essere rimosso. Bouteflika potrà dunque terminare l’attuale quinquennio, che si chiude nel 2019, e comunque presentarsi ancora per la quinta e ultima volta. Questo accade in un momento in cui la crisi del prezzo del greggio mondiale non aiuta un’economia algerina già in difficoltà, e un paese in cui crescono il malessere sociale e l’irrequietezza della popolazione.

 

 

La dissoluzione dei servizi segreti

 

 

Il requisito della “nazionalità algerina esclusiva” per accedere alle alte cariche dello Stato e delle funzioni politiche (ministri, capi di partito, funzionari) contenuto nell’articolo 51, è stato bollato come una disposizione rivolta contro milioni di algerini-francesi e più in generale di quella consistente diaspora algerina tra cui ci figurano molti oppositori politici. L’articolo 73, che riguarda i criteri di eleggibilità del presidente della Repubblica, impone una svolta ancora più “identitaria”: il candidato può essere soltanto musulmano e di nazionalità algerina “pura”, non deve cioè averne mai posseduta un’altra, deve essere stato residente in Algeria nei dieci anni precedenti la candidatura, e i suoi genitori debbono anch’essi essere algerini dalla nascita, così come il coniuge. Ristrettezze e chiusure patriottico-identitarie che sono sintomo di un acutizzarsi della “sindrome da complotto” (delle potenze straniere che vogliono usurpare la sovranità algerina) oppure della necessità di escludere possibili papabili alla successione di Bouteflika, sulla quale, dall’ischemia che l’ha colpito nel 2013, ci sono continue manovre e congetture di palazzo. Sono macchinazioni di cui è difficile cogliere il significato reale, ma che stanno evidentemente preparando il terreno a un cambio ai vertici che non generi troppe scosse alle fondamenta del “sistema”. Non bisogna dimenticare, infatti, che la revisione costituzionale è stata preceduta dalla storica dissoluzione del Département du Renseignement et de la Sécurité, il famigerato DRS, cioè i servizi segreti, considerato “uno Stato nello Stato”, unico contraltare al potere (pur sempre di natura militare) del “clan Bouteflika”. D’ora in poi sarà sostituito da strutture poste anch’esse direttamente sotto l’autorità della presidenza.

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