La visita di Papa Leone nel Paese nordafricano ha rilanciato il tema dell’incontro con i musulmani, richiamando al tempo stesso l’eredità di Sant’Agostino e la testimonianza di grandi figure cristiane del Novecento
Ultimo aggiornamento: 23/04/2026 15:57:22
Si è svolta all’insegna di Sant’Agostino e del dialogo con il mondo musulmano la visita di Papa Leone in Algeria, il primo vero viaggio del suo pontificato dopo quelli già programmati o almeno voluti dal suo predecessore in Turchia e in Libano, e prima tappa di un lungo itinerario africano che è proseguito in Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Se il desiderio di visitare la patria del grande Padre della Chiesa poteva risultare scontato per il primo pontefice agostiniano della storia, l’opzione a favore del dialogo islamo-cristiano è la conferma di un impegno della Chiesa cattolica che può variare nelle forme e nello stile, ma non nella sostanza. In questo senso l’Algeria ha rappresentato una scelta particolarmente significativa. Non si tratta soltanto di un Paese a stragrande maggioranza musulmana, bensì della terra in cui sono stati gettati e sono poi giunti a maturazione alcuni dei semi più fecondi del dialogo tra Chiesa cattolica e Islam. A dissodare il terreno fu in particolare Charles de Foucauld, l’apostolo del Sahara che, colpito dalla fede dei musulmani, tornò al Cattolicesimo e scelse di stabilirsi tra i Tuareg dell’estremo sud algerino, concependo la sua opera come un’imitazione della «santa Vergine nel Mistero della Visitazione», per portare «come lei, in silenzio, Gesù e la pratica delle virtù evangeliche» in mezzo a una popolazione ignara del Cristianesimo.
De Foucauld morì il 1° dicembre del 1916, ucciso da una banda di predoni. Le sue intuizioni hanno generato una ricca famiglia spirituale, ma hanno ispirato anche il pensiero di alcuni orientalisti, tra cui Louis Massignon e Louis Gardet, destinati a svolgere un ruolo decisivo nel rinnovamento dello sguardo cattolico nei confronti dell’Islam, poi sancito dalla dichiarazione conciliare Nostra Aetate. Alcuni decenni più tardi, ancora in Algeria, 19 tra religiosi e religiose, molti dei quali profondamente legati alla figura di Charles de Foucauld, incarnarono pienamente la svolta conciliare scegliendo di non lasciare il Paese nel momento del violentissimo confronto tra esercito e gruppi armati islamisti, pagando con la vita la fedeltà alla propria vocazione e al popolo algerino.
Nel suo incontro presso la Basilica di Nostra Signora d’Africa, Papa Leone ha ricordato proprio de Foucauld e i 19 martiri, menzionando in particolare Fratel Luc, il monaco medico del monastero Notre Dame de l’Atlas di Tibhirine rapito e poi assassinato nel 1996 insieme a sei confratelli. Accanto a questi nomi non sono naturalmente mancati i riferimenti a Sant’Agostino, una figura che, dopo un lungo oblio, negli ultimi 25 anni è stata valorizzata anche dai suoi “compatrioti” algerini.
Risale infatti al 2001 il primo convegno internazionale sul Vescovo d’Ippona tenutosi nella sua terra natale, a cui ne sono poi seguiti altri. La data non è casuale: si tratta infatti degli anni in cui andava chiudendosi il “decennio nero”, che a sua volta aveva rappresentato l’epilogo cruento di trent’anni di sistema a partito unico. Con la riscoperta di Sant’Agostino, il presidente Abdelaziz Bouteflika sembrava voler ribadire agli islamisti che la storia culturale del suo Paese non poteva essere confinata alla sola epoca islamica e allo stesso tempo dimostrare agli europei che l’Algeria era in grado di dialogare alla pari con il Vecchio continente.
Commentando per la rivista Esprit il convegno del 2001, il filosofo Jean-Claude Eslin ricordava che già negli anni ’70 lo storico del Cristianesimo Henri-Irenée Marrou aveva affermato davanti a una platea di algerini che i loro «antenati africani (Cipriano, Tertulliano, Sant’Agostino)» avevano «fecondato l’Europa». La notazione rimane senza dubbio valida. Si potrebbe però aggiungere che oggi tocca all’Europa riscoprire questa eredità, e lasciarsi allo stesso tempo provocare dalle straordinarie testimonianze che anche nel Novecento sono giunte dall’Algeria.