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Alla ricerca dell’anima di un capolavoro

Raffaello, Madonna Sistina

Nel film nel film You – story and glory of a masterpiece, la pittura di Raffaello e la scrittura di Grossman si mescolano per dar vita a una fiction

Ultimo aggiornamento: 28/12/2020 14:53:10

Si parla di un mistero, nel film You – story and glory of a masterpiece: il segreto della bellezza che ha fatto della Madonna Sistina di Raffaello un dipinto tra i più apprezzati al mondo. E si parla di uno scrittore, un investigatore dell’anima, che questo mistero ha voluto svelare. È Vassilji Grossman, l’autore di Vita e destino. Aveva visto il dipinto a Mosca nel 1955: ne era rimasto così colpito da dedicargli un racconto, La Madonna Sistina: «Nella sua Madonna Raffaello ha svelato il mistero della maternità e della sua bellezza. Ma non è da questo che dipende l’inesauribile vitalità del suo quadro. Dipende invece dal fatto che il corpo e il volto di questa giovane donna sono la sua anima, ed è questa la ragione per cui la Madonna è così bella». Il corpo e il volto di una giovane madre, quasi una bambina, con il figlio in braccio, sono l’anima stessa del soggetto, che è la Madonna ma anche la modella, Margherita, la figlia del fornaio di Trastevere che Raffaello amava. Che è la madre di Dio ma anche tutte le madri, testimone del dolore del Figlio e di tutti i figli. Una di noi, “contemporanea”, scrive Grossman: «Nella primavera del 1945, la Madonna ha visto il cielo del nord. È venuta da noi in visita, pur non essendo invitata, ma non come una straniera di passaggio, perché era accompagnata da soldati e da autisti, su strade sfondate dalla guerra, e perciò lei fa parte della nostra vita, è a noi contemporanea».

 

Non finisce qui, la storia del mistero. Ce n’è fino alla fine. Ma intanto, sembra dire il regista Nicola Abbatangelo, il bello comincia adesso. Questo trentenne del Molise ha prodotto un film molto particolare: intanto dura solo 40 minuti, ma non è un filmetto. Poi mescola interviste sulla pittura di Raffaello e sulla scrittura di Grossman (lo stesso sceneggiatore, Giovanni Maddalena, è direttore scientifico del Vasilij Grossman Study Center con sede a Torino) con la trama di una fiction. È qualcosa di nuovo nel cinema, che prima non c’era e adesso c’è: un esperimento, una provocazione, un modo intelligente per ributtare sullo spettatore tutte le domande suscitate nei secoli dall’incontro tra il dipinto e i luoghi, gli eventi, gli estimatori eccellenti: Dostoevskij, che ne tiene una riproduzione davanti alla scrivania, ma anche Stalin, che lo nasconde, e persino i maestri del sospetto, da Nietzsche a Freud. Se volessimo usare un linguaggio pop, potremmo dire che questo film ha un X-Factor, quel fattore misterioso che lo rende unico e urgente proprio nel suo essere così imperfetto e inattuale.

 

Lo spunto per la fiction è sottilissimo, quasi inconsistente. Un fotografo americano, Brandon, viene incaricato dall’agenzia per cui lavora di andare alla Gemäldegalerie di Dresda dove è esposto il dipinto La Madonna Sistina. Brandon ha appena saputo che la compagna aspetta un bambino che lui non vuole, ha il portafoglio vuoto e una gran voglia di scappare da tutto. Così vola in Germania dove il direttore del museo gli chiede di realizzare, in un solo scatto, il miracolo di riportare il dipinto di Raffaello ai fasti mainstream del passato. Per restituire al capolavoro la sua anima, Brandon dovrà passare una notte nel museo, a tu per tu con Lei. Dice così, il direttore, e non si capisce bene di chi parli. Brandon lo scoprirà durante la notte, complici una sorvegliante, l’uomo delle pulizie e la magia del quadro. E noi con lui, attraverso un viaggio nel tempo e nello spazio in cui incontreremo la storia incredibile di questo dipinto, i comprimari degli eventi, e anche, a guardar bene, qualcosa di noi.

 

Commissionato a Raffaello nel 1512 da Papa Giulio II, La Madonna Sistina rimase per due secoli a Piacenza, alla chiesa benedettina di San Sisto e Santa Barbara. Durante una notte lunga 500 anni, il fotografo rivive la storia dell’opera ritrovandosi, di volta in volta, nei panni dei personaggi che si materializzano nella sala deserta.  Monaco, soldato, dissidente, dovrà alla fine fare i conti con la propria vita. Nella prima visione, è l’acquirente tedesco che nel 1754 compra il dipinto dai frati in difficoltà per conto di Augusto III di Sassonia e lo porta a Dresda. Due secoli dopo, nel 1943, siamo nel bel mezzo della seconda guerra mondiale. Il dipinto viene nascosto in uno scantinato, poi nella Fortezza Albrecht, infine in un tunnel ferroviario in disuso. Ed eccoci nel vivo del testo di Grossman: «Mi è sorto nell’animo il ricordo di Treblinka, e di primo acchito non ho capito… Era lei che calcava coi suoi piedi nudi e leggeri la terra fremente di Treblinka, camminando dal luogo dove svuotavano i vagoni fino alla camera a gas. L’ho riconosciuta per l’espressione del volto e degli occhi».

 

Brandon si ritrova nei panni di un soldato nazista che strappa un bambino dalle braccia di una giovane madre. Hitler è davanti alla donna ma non riesce a guardarla negli occhi. Proprio come scriveva Grossman: «È giunto il tempo dei lupi, il tempo del fascismo. In questo tempo gli uomini vivono come fossero lupi, e i lupi vivono come fossero uomini. In questo tempo una giovane madre ha messo al mondo il suo bambino e l’ha fatto crescere. E Hitler, il pittore, è davanti a lei nell’edificio del museo di Dresda per decidere del suo destino. Ma il padrone d’Europa non può sostenerne lo sguardo, non può incrociare lo sguardo di suo figlio, perché loro sono esseri umani».

 

Passeranno dieci anni prima che Grossman, tornato a Mosca dopo la guerra, possa vedere da vicino lo sguardo della Madonna Sistina. Con i soldati russi, era arrivato a Mosca, infatti, anche il dipinto. Per dieci anni, gli unici a poter ammirare La Madonna Sistina furono Stalin e i pochi amici da lui invitati. Solo dopo la sua morte, nel 1955, il governo sovietico accettò di restituire l’opera. Una storica esposizione al museo Puskin salutò la tela. Tra le migliaia di persone corse a vederla, c’era anche Grossman. «Ed ecco che ora io potevo vedere la verità di quei volti, Raffaello li aveva disegnati quattro secoli prima: è in questo modo che l’uomo va incontro al suo destino».

 

Sono solo 40 minuti, che affastellano tante storie e ci portano lontano. Un intenso bianco e nero si occupa di dilatare a dismisura un tempo e uno spazio che sempre sa riportarci al centro, all’ordine e al senso racchiusi nei colori vivi del dipinto, al dolore che leggiamo negli occhi della Madonna, a quello che siamo. E non vorremmo staccarci perché qui si dice di noi, anche se i sottotitoli affaticano la narrazione, la fiction è troppo breve, il finale è un po’ facile, con quell’invito a correre. C’è un’ultima battuta di Grossman da memorizzare: ha a che fare con il mistero della salvezza del mondo. «Guardando la Madonna Sistina noi conserviamo la fede che la vita e la libertà sono una cosa sola e non c’è niente di più alto dell’umano dell’uomo. Che vivrà in eterno, e vincerà».

                                                                                                                

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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