Nella sua celebre Autocritica dopo la sconfitta, pubblicata dopo la Guerra dei Sei Giorni, il filosofo siriano Sādiq al-‘Azm traccia una diagnosi impietosa dei mali che decretarono il fallimento dei regimi arabi progressisti, condannando i popoli del Nord Africa e del Medio Oriente a una crisi profonda e ancora irrisolta

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Ultimo aggiornamento: 18/06/2024 14:36:08

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[Il complottismo]

 

Tra i terribili errori in cui sono caduti gli arabi riguardo la loro propria Causa, il primo è la grande sottovalutazione delle forze del nemico. Il secondo […] è la sopravvalutazione di quelle stesse forze e della loro influenza fino al punto di ascrivere loro capacità mitologiche superiori, che le renderebbero padroni del regime capitalista e comunista e dell’intero corso della storia. Naturalmente ingigantire la forza del nemico e la potenza della sua influenza in questi termini fantastici è uno dei modi per giustificare il nostro fallimento e far ricadere la responsabilità della sconfitta su cause che sfuggono alla nostra volontà, perché collegate a realtà che vogliamo credere così potenti da rendere vano tutto il nostro coraggio. […]

 

La diffusione di questo modo di pensare nel giustificare le sconfitte arabe di fronte al sionismo e alle forze coloniali che lo sostengono dimostra che la ragione araba (o per meglio dire l’immaginazione araba) continua a preferire la spiegazione più semplice e più ingenua degli avvenimenti storici. Il modo più semplice per capire un fenomeno complesso come la politica estera di una realtà quale gli Stati Uniti è di attribuirla a una persona o a un gruppo di persone (i Savi di Sion, per esempio), ritenerli responsabili di ogni suo aspetto, gettare su di loro la colpa e concluderne che se quelle persone scomparissero, il corso degli avvenimenti cambierebbe completamente.

 

In altre parole, cerchiamo sempre una spiegazione degli avvenimenti che li riconduca alla fine a una «potenza volitiva» nascosta dietro di essi o a «intenzioni e finalità» per l’avvenire proprie di persone che controllerebbero lo svolgimento dei fatti come loro piace, avvolti in un segreto totale. Per dire, l’ultimo secolo, secondo questa logica, non sarebbe altro che la messa in atto minuziosa dei piani e della volontà dei Savi di Sion, tramanti nel segreto. La ragione araba non si è ancora abituata a spiegare gli avvenimenti secondo criteri scientifici moderni che non si basano su causalità oscure e non riconducono i fatti a volontà nascoste e forze personali, ma a considerazioni economiche oggettive, ad esempio, o a forze sociali che esercitano pressioni meccaniche o a un’interazione dialettica tra di esse.

 

[La prevalenza del furbetto]

 

Dopo aver analizzato alcune manifestazioni della tendenza a distogliere la responsabilità da noi stessi per farla ricadere sugli altri, tendenza apparsa chiaramente dopo la sconfitta nella Guerra dei Sei Giorni, vorrei ora insistere sul fatto che questa tendenza, legata a elementi fondamentali, ha a che vedere con la struttura della società araba tradizionale e non è estranea alle caratteristiche della personalità sociale che l’ambiente arabo educa e fa crescere e che ciascuno di noi eredita. Senza potermi dilungare su questo tema, voglio ricondurre il fenomeno dell’autogiustificazione araba a un tipo di comportamento sociale studiato dal noto sociologo Hamed ‘Ammar[1]. Egli lo chiama «la prevalenza del furbetto» (al-shakhsiyya al-fahlawiyya, lett. “la personalità furba”). È chiaro che quella del furbetto è solo un’astrazione ideale, che non esiste nella realtà se non nella forma di caratteristiche, modi di comportamento, reazioni, sentimenti e percezioni dei singoli all’interno di ambienti sociali determinati e in misure diverse, maggiori o minori da un individuo all’altro, secondo le circostanze e le situazioni.

 

Una delle caratteristiche del furbetto enumerate dal dottor ‘Ammar è la costante ricerca della strada più breve e più rapida per conseguire un obbiettivo o uno scopo, evitando la fatica e la serietà che normalmente si richiedono per superare gli ostacoli e arrivare al risultato. Il furbetto scansa i mezzi naturali, perché quello che gli preme non è realizzare il lavoro nel migliore dei modi, ma portarlo a termine in modo che non si dica di lui che non è capace, «non è in grado» o «nun gliela fa». L’essenziale per lui è portare a termine il lavoro in un modo che preservi la propria rispettabilità personale. Lo studente “furbo” nei nostri ambienti è quello che passa gli esami senza mai affrontare la fatica di uno studio serio e costante, e ne va fiero, prendendo in giro il povero compagno che si isola per studiare giorno e notte, apostrofandolo in vari modi: «secchione», «impara tutto a memoria senza capirci niente», «bestia da studio» etc. Lo studente “furbo” ha come unico interesse il successo esteriore e le apparenze che ne conseguono. E per questo lo vediamo ricorrere a tutti i trucchi e gli stratagemmi illeciti per riuscire, come adulare il professore e a volte comprarlo, copiare agli esami e scervellarsi in ogni modo circa le domande che gli verranno fatte all’esame. Il suo chiodo fisso infatti è riuscire a procurarsi in anticipo le domande dell’esame, con gli altri comportamenti che ben conosciamo, perché siamo stati tutti studenti o lo sono i nostri figli oggi. […]

 

Ma la tragedia è quando questo studente “furbo” si fa strada e diventa un ufficiale nell’esercito o un importante responsabile dell’apparato statale, portando con sé questi stili di comportamento e applicandoli con la massima spontaneità nel suo nuovo lavoro. Che cosa succede quando questo ufficiale “furbo” cerca le vie più brevi, quali che siano, perché si dica di lui che è un ufficiale di successo, risparmiandosi quella che considera la massima vergogna, cioè riconoscere un fallimento e cercare di superarlo? Che cosa succede alla nazione quando questo ufficiale fa carriera e sale di grado in grado con sistemi analoghi a quelli con cui è passato di classe in classe fino a estorcere il diploma di scuola secondaria o la laurea? Che cosa succede alla nazione quando questo ufficiale fa credere ai suoi superiori, con l’adulazione, di essere in possesso di conoscenze e competenze di cui in realtà è completamente digiuno, proprio come faceva credere ai suoi professori, con l’adulazione, di conoscere a fondo l’oggetto del suo studio, mentre in realtà aveva copiato da un compagno o da un bigliettino che s’era portato all’esame? Questa tendenza tradizionale a nascondere i difetti e a mostrarsi agli altri in un modo diverso da quello che siamo realmente (secondo la tradizione profetica «se vi capita una disgrazia, tenetela nascosta») è ciò che rende particolarmente importanti le parole del Presidente Nasser, pronunciate in un discorso tenuto in una base militare. Sottolineando questo punto, egli ha detto: «[…] Non nascondiamoci, perché se nascondiamo oggi i nostri difetti, come potremo correggerli?»[2]. […]

 

Un’altra caratteristica della prevalenza del furbetto, come descritta dal dottor ‘Ammar, è la tendenza a slanci di ardore improvviso, estrema audacia e sottovalutazione delle difficoltà all’inizio di un’impresa, seguiti da un altrettanto improvviso spegnimento e perdita d’entusiasmo quando il furbo in questione si rende conto che la questione richiede costanza, pazienza e lavoro organizzato, che darà frutto solo lentamente e in modo cumulativo. Chi tra di noi non ha presente il tipo di giovane arabo impegnato che al culmine della battaglia implorava che gli si dessero delle armi, che lo si mettesse alla guida di un aeroplano da guerra o di un carro armato, anche se le sue competenze in fatto di armi non andavano oltre il fucile da caccia? Era pronto a sacrificarsi per la causa. Ma lasciamo la battaglia lì dove ferve e torniamo con questo giovane alla vita di tutti i giorni e alla sua routine. È un impiegato in un ente statale e lavora sei ore al giorno, dalle otto del mattino alle due del pomeriggio.

 

Dopo pranzo fa la siesta, va a giocare a carte o a tric-trac e discorre di politica al suo caffè preferito. Poi guarda la televisione o si svaga in altro modo alla sera e il giorno successivo torna alla stessa routine. Proviamo adesso a fargli capire che l’orario di lavoro settimanale sarà aumentato a nove ore al giorno per la necessità di edificare il Paese secondo la nuova programmazione socialista o che da questo momento in avanti dovrà restare in ufficio anche al pomeriggio per smaltire gli arretrati. Proviamo a chiedergli di essere più preciso con l’orario o a dirgli che ci aspettiamo da lui un incremento sensibile nella produttività o che si assuma alcune responsabilità per la sua azione individuale e le sue iniziative personali, proviamo a convincerlo a cambiare la sua routine giornaliera, dato che di fatto butta via gran parte della giornata, inclusa una parte del tempo lavorativo, proviamo a persuaderlo a dedicarsi nelle lunghe ore di tempo libero a qualcosa di utile e proficuo: come risponderà il nostro giovane? […] Nonostante questo giovane viva una rivoluzione a livello politico, troviamo che i suoi rapporti sociali e i suoi legami familiari, il modo con cui giudica le realtà private e pubbliche, il suo atteggiamento di fondo verso il lavoro e il suo immediato ambiente circostante, tutto questo deriva da componenti della società gerarchica e da valori, comportamenti e norme reazionarie che pure si illude di aver rifiutato considerandosi in rivolta contro di esse. […]

 

Non ho dubbio che la prevalenza del furbetto, con il costante discredito degli altri da un lato e l’affermazione di sé su questa base negativa dall’altro, abbia avuto un grande peso nella tendenza degli arabi prima della guerra, come ho ricordato all’inizio della mia analisi, e persino dopo di essa, a sottovalutare la forza del nemico e le sue capacità e a indulgere nell’affermazione di sé, questo sé così insicuro nel suo intimo, a suon di slogan altisonanti, limitandosi a considerare gli aspetti esteriori e formali delle cose. Così ad esempio abbiamo pensato che il fatto di possedere i MIG ci mettesse al riparo come quelle perline azzurre che si indossano per proteggersi dal malocchio.

 

Il furbetto ha un sentimento reale di inferiorità verso gli altri, ma non può dichiararlo perché per lui il pudore e la paura dello scandalo sono più importanti del realismo, dell’oggettività e della necessità di riconoscere apertamente la mancanza per potervi rimediare. Per questo vediamo il furbetto eccellere nel conformismo superficiale e nei complimenti passeggeri con cui mira a coprire la situazione reale e dissimulare i suoi veri sentimenti, come nelle nostre espressioni colloquiali «vabbè, niente di grave, tutto bene, siamo tutti fratelli»[3]. Sappiamo tutti a che punto i rapporti tra gli Stati arabi si lascino descrivere da queste espressioni superficiali e da questi complimenti passeggeri. [….]

 

E quando il furbetto si trova alle strette in una situazione che mette inevitabilmente a nudo la sua incapacità e inadeguatezza, raggiunge vette di genialità nello scaricare la responsabilità su forze esterne grazie a cui giustificare le conseguenze negative della sua azione. Come lo studente “furbo” non incolpa sé stesso per essere stato bocciato all’esame, ma la sorte, il professore, le domande difficili, lo Stato, il regime, l’essenza divina, così la nazione incolpa il nemico, il colonialismo, il tradimento, la sorte e tutto quello che le passi per la testa pur di alleggerire le proprie responsabilità, salvare la faccia e le apparenze, non ferire i sentimenti e tener alto il morale, invece di andare diritta alla radice del male ed estirparla. Per questo in apertura abbiamo osservato che l’ammissione della responsabilità araba nella Guerra dei Sei Giorni è stata tardiva ed è stata formulata in termini estremamente cauti, reticenti ed esitanti, evitando di spingersi oltre le generalità che non rimettono in discussione e non turbano le buone maniere tradizionali. Ed è altresì chiaro che la prevalenza del furbetto è legata indissolubilmente a quei concetti cavallereschi di virilità, onore, rispettabilità, ardimento e coraggio che ho ricordato nelle pagine precedenti. […]

 

[La condizione femminile]

 

Si sa che i popoli e gli Stati emergenti che hanno adottato il socialismo scientifico come via per il progresso e un rapido sviluppo si sono basati sulla più ampia mobilitazione possibile di tutte le energie umane disponibili, mettendole al servizio dei loro obiettivi nazionali e progressisti e impegnandole nella lotta contro il sottosviluppo, la dipendenza, la debolezza e lo sfruttamento coloniale, qualsiasi forma essi assumano. In altre parole queste società e questi Stati rivoluzionari sono riusciti a trasformare la crescente materia umana di cui disponevano da annoso problema (il problema della crescita demografica) a risorsa naturale di primaria importanza, energia materiale, intellettuale e tecnica in tutti i campi della produzione e dell’edificazione. Al riguardo non possiamo non constatare che il movimento rivoluzionario arabo, quale ha preso forma nei regimi progressisti, ha ottenuto ben magri risultati in questo campo e non ha seriamente cercato di trasformare le masse arabe in risorse umane e intellettuali efficaci, ordinate ad affrontare le odierne sfide culturali o il bruciante confronto militare con il sionismo. E la più importante di queste risorse arabe completamente trascurate è l’esatta metà del popolo arabo: la donna araba. […]

 

La Dichiarazione del 30 marzo nella Repubblica Araba Unita[4] afferma che «la Costituzione riconosce l’importanza del lavoro come unico criterio del valore umano»[5]. Questo è un grande principio progressista, che il regime rivoluzionario socialista avrebbe dovuto adottare fin dall’inizio, non dopo la sconfitta. Comunque sia, quando misuriamo le cose sulla base di questo principio, vediamo che la donna nella società araba attuale non ha alcun valore umano, neppure nelle società arabe più progredite e progressiste. E a nulla servirà questo principio finché non sarà declinato in legislazioni specifiche che organizzino la vita sociale e la pratica quotidiana così che questa metà del popolo arabo acquisti il suo valore umano attraverso il lavoro e la produzione. A nulla ci servirà questo importante principio finché non vada a completarsi con altri principi socialisti che continuano a essere disapplicati nei Paesi arabi progressisti, benché siano di assoluta evidenza per i regimi socialisti in ogni parte del mondo. Per dirla altrimenti, la legislazione, gli usi e i costumi dominanti nei Paesi arabi che hanno adottato il socialismo restano totalmente estranei alla prospettiva che guarda la donna secondo il principio per cui «il lavoro è l’unico criterio del valore umano», cioè sulla base dell’indipendenza economica, sociale e culturale, considerandola come elemento attivo nella società e forza produttiva. In realtà gli stessi socialisti arabi continuano a guardare alla donna secondo idee romantiche di maternità e accudimento delle generazioni e valori tribali che ruotano attorno all’onore e al rispetto, all’obbedienza del marito, e al fatto che «gli uomini sono preposti alle donne» (Cor. 4,34) e «stanno un gradino più in alto» (cfr. Cor. 2,228).

 

[Rivoluzione e scienza]

 

Scrive Heikal[6] tirando le fila del suo ragionamento: «Siamo di fronte a un nemico colto e moderno, e non abbiamo altra via per resistervi se non essere noi pure colti e moderni»[7]. […] Questo tipo di ammissione araba di responsabilità non ha a mio avviso ancora superato il livello delle generalità che non scomodano nessuno e continua a strizzare l’occhio alle figure retoriche dell’allusione, del doppio senso e della cautela reticente che non va al cuore del problema e non lo esamina da vicino per come esso è. Rileggiamo le parole di Heikal: «Dobbiamo essere noi pure colti e moderni» […] Come è impossibile imbattersi in un arabo che non si consideri un difensore della bontà e della mamma, un campione del comandare il bene e proibire il male, così non si troverà un arabo che non si veda come un partigiano della scienza, della modernità e del progresso. A questo livello di generalizzazione siamo tutti d’accordo e l’assenso è obbligato.

 

Ma questo discorso è totalmente inutile se non ci facciamo certe domande scomode sulla scienza e la modernità e sui cambiamenti che esse richiedono in noi, nelle nostre società, nel nostro stile di vita! Siamo pronti ad accettare questi cambiamenti e a rinunciare a tutto quello di cui andavamo fieri in passato se dovesse apparire che esso è chiaramente in conflitto con la scienza e la modernità? Per esempio scienza e modernità significano laicità e separazione della religione dallo stato. Quale tra i nostri responsabili ha avuto il coraggio di parlare chiaramente al riguardo invece di avviluppare la verità con verbosità roboanti e generiche?

 

Sāqid Jalāl al-‘Azm, Al-Naqd al-dhātī ba‘d al-hazīma. Prima edizione: Dār al-Talī‘a, Bayrūt 1968. Nuova edizione con prefazione dell’autore: Dār Mamdūh ‘Adwān, Dimashq 2007; pp. 42-43 (il complottismo); 50-57 (la prevalenza del furbetto); 94-95 (la condizione femminile); 26-27 (rivoluzione e scienza). I numeri di pagina si riferiscono all’edizione 2007. Traduzione dall’arabo di Martino Diez.

 

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Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Testo di Sādiq al-‘Azm, Anatomia di una disfatta, «Oasis», anno XVI, n. 31, dicembre 2020, pp. 122-128.

 

Riferimento al formato digitale:

Testo di Sādiq al-‘Azm, Anatomia di una disfatta, «Oasis» [online], pubblicato il 10 dicembre 2020, URL: /it/anatomia-di-una-disfatta

 


[1] Hāmid ‘Ammār, Fī binā’ al-bashar. Dirāsāt fī l-taghayyur al-hadārī wal-fikr al-tarbawī [Sulla costruzione degli uomini. Studi sul cambiamento culturale e il pensiero educativo], Markaz tanmiyat al-mujtama‘ fī l-‘ālam al-‘arabī, Sirs al-Layyān [al-Manūfiyya, Egitto] 1964, pp. 80-91.
[2] «Al-Anwār» (Beirut), 30 aprile 1968.
[3] In arabo ma‘lēsh, basīta, māshī l-hāl, kullenā ikhwān [N.d.T.].
[4] Si tratta di un programma sottoposto a referendum in Egitto il 2 maggio 1968 e approvato con il 100% di consensi (i voti contrari furono 798 in tutto il Paese, l’affluenza del 98%) [N.d.T.].
[5] «Al-Anwār», 31 marzo 1968.
[6] Mohammad Hassanein Heikal (1923-2016) fu direttore del più importante quotidiano egiziano, al-Ahrām, dal 1957 al 1974. Ammiratore di Nasser, divenne una delle voci più influenti del pan-arabismo. La sua rubrica settimanale “Parlando francamente” era letta in tutto il mondo arabo. Nominato ministro dell’informazione nel 1970, fu arrestato da Sadat per la sua opposizione alla normalizzazione con Israele. Critico del regime di Mubarak, dopo la presa di potere di Morsi si avvicinò a Sisi [N.d.T.].
[7] Mohamed Hassanein Heikal, «Al-Ahrām», 20 ottobre 1967.

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