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Classici

Come fallisce una rivoluzione

Introduzione ad Autocritica dopo la sconfitta di Sādiq al-‘Azm

Questo articolo è pubblicato in Oasis 31. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 20/08/2021 17:01:48

Questo articolo è l'introduzione a Anatomia di una disfatta

 

Cinque giugno 1967: il trentenne Sādiq al-‘Azm, all’epoca professore di Filosofia all’Università americana di Beirut, viene svegliato da una telefonata di Adonis, il poeta siriano suo conterraneo: la guerra è scoppiata – gli annuncia l’amico riferendogli le notizie ascoltate alla radio – gli aerei israeliani cadono uno dopo l’altro e gli eserciti arabi avanzano su tutti i fronti. La realtà è ben diversa: in sei giorni le forze arabe sono completamente annientate. «Penso – scrive al-‘Azm nel 2007 – che nessuno della mia generazione si sia veramente ripreso da questa improvvisa caduta dalle vette inebrianti dell’entusiasmo al fondo dell’abisso della sconfitta più nera»[1].

 

Mentre altri si affannano a rialzare il morale dei vinti, il collasso militare del 1967 diventa in lui l’occasione per una Autocritica dopo la sconfitta, il titolo del saggio che lo renderà insieme famoso e detestato. Con un linguaggio che ancora oggi ferisce per la sua durezza, al-‘Azm denuncia il fallimento dei regimi progressisti che, cominciando con Nasser in Egitto, si erano posti alla guida ideale del mondo arabo. La sua tesi di fondo, da marxista convinto, è che essi hanno fallito non per insufficienze personali ma perché hanno tentato un’impossibile conciliazione tra il socialismo e i valori tradizionali arabi. Le implicazioni di questa tesi saranno ulteriormente sviluppate in Critica del pensiero religioso (1969), che gli varrà un processo in contumacia in Libano e un arresto di due settimane.

 

Nato nel 1934 da una delle più importanti famiglie dell’aristocrazia siriana – il palazzo avito a Damasco, divenuto sede museale, si poteva ancora visitare prima dell’ultima guerra – educato all’Università americana di Beirut e a Yale, al-‘Azm è certamente un pensatore controverso. Nei brani che presentiamo si noterà ad esempio la caratterizzazione manichea del conflitto arabo-israeliano, presentato come una lotta tra bene e male – anche se su questo punto il suo pensiero conoscerà una certa evoluzione – o l’esaltazione del lavoro come «unico criterio del valore umano». Onestà intellettuale vuole che si riconosca come la critica all’uso politico della religione sia in lui, ateo, solo un aspetto di una più ampia critica alla religione in quanto tale. Al-‘Azm inoltre non vede la contraddizione tipicamente marxista tra invocare valori universali (ad esempio l’uguaglianza e la giustizia sociale) e il considerarli storicamente determinati e quindi ultimamente relativi. Tuttavia è anche vero che il filosofo siriano ha il coraggio di farla finita con il concordismo superficiale che esige risposte facili a domande difficili –  si veda il brano sulla scienza – e non teme di denunciare sindromi vittimiste come il complottismo, ancora oggi così diffuso in Medio Oriente.

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