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Religione e società

Arabia Saudita: i diritti delle donne passano anche dalle palestre

Un gruppo di donne a Riyadh (foto: Flickr, Tribes of the World)

La nomina della principessa Rima Bint Bandar Ibn Sultan alla vicepresidenza dell’ente ufficiale per lo sport femminile è un passo che fa sperare

Ultimo aggiornamento: 29/05/2018 11:21:53

Traduzione di Michele Brignone

 

 

 

 

 

La nomina della principessa Rima Bint Bandar Ibn Sultan alla vicepresidenza dell’ente ufficiale per lo sport femminile in Arabia Saudita, un’istituzione che è sempre stata un monopolio maschile, è un passo che fa ben sperare per il miglioramento della condizione della donna in Arabia saudita, una questione molto complessa a ogni livello, popolare e ufficiale. La condizione della donna è un problema che data dalla fondazione del Regno, quasi un secolo fa, e che l’ha accompagnato in tutte le sue fasi, da quando una società prevalentemente beduina e agricola ha iniziato a trasformarsi in una società civile moderna. Le vecchie tradizioni continuano a dominare sia dentro sia fuori casa, nell’istruzione e sul lavoro.

 

 

Per raccontare questa lunga storia basta un esempio: solo recentemente è stato permesso alla donna di avere una carta d’identità, perché prima l’identità di una donna era una riga sulla carta del padre o del marito. Da tre anni a questa parte invece la carta d’identità è diventata obbligatoria anche per le donne a partire dai 15 anni. In quel momento alcuni si sono opposti, ma poi la cosa è diventata normale.

 

 

Recentemente è stato concesso alle donne divorziate e alle vedove di richiedere la carta d’identità per i propri figli, in modo da poterli iscrivere a scuola e registrarli all’assistenza sanitaria e, a differenza di quanto avveniva in precedenza, le strutture sanitarie che rifiutano di curare le donne senza il consenso dei loro tutori sono sanzionate. Nel corso degli ultimi tre anni sono state create o riformate molte istituzioni. La donna può ora occupare posizioni lavorative che prima le erano precluse, come per esempio quello di avvocato nei tribunali. Dopo lunghi dibattiti e controversie le donne hanno potuto realizzare il proprio desiderio, e non solo per i casi che riguardano la donna. Così oggi esse hanno il diritto, al pari degli uomini, di adire un tribunale per qualsiasi tipo di fattispecie giuridica, dallo statuto personale, agli arbitrati commerciali, ai litigi, ai crimini.

 

 

In tre anni il numero delle avvocatesse è diventato di circa 100, mentre oggi altre 600 stanno facendo pratica. Dal punto di vista politico, per le donne è ora possibile partecipare, sia come elettrici sia come candidate, alle elezioni municipali. È stato un grande evento quando più di 100.000 donne saudite hanno potuto partecipare al voto. Purtroppo il diritto delle candidate vincenti è leso dal fatto che esse possono partecipare ai consigli solo attraverso un collegamento video. Si tratta di un provvedimento interno inventato dal ministero che non trova applicazione nelle altre assemblee dello Stato. […] Da quando alla donna è stato permesso di avere una carta d’identità è venuta meno tutta una serie di misure discriminatorie, come per esempio l’obbligo di essere accompagnate da un tutore per poter essere alloggiate in un hotel. Il diritto delle donne ad avere un passaporto rimane una questione controversa.

 

 

Da quanto io ho capito, per ottenerlo la donna non ha bisogno del consenso del suo tutore, ma nei fatti le cose sono più complesse, perché il consenso del tutore è necessario per viaggiare. Una volta ho chiesto a una donna con responsabilità pubbliche perché il Consiglio della Shura o il governo non provvedano a far emendare questo provvedimento, tanto più che una revisione sarebbe conforme alle altre misure già adottate. Lei ha evidenziato il fatto che le questioni più controverse non dipendono dalla complessità delle leggi o degli istituti, ma dal modo in cui questi sono applicati […]. Tutte queste questioni mettono in luce la vecchia filosofia del governo, ormai inadeguata per la società contemporanea. Essa si fonda sul fatto che lo Stato svolga lo stesso ruolo che padri e mariti svolgono in famiglia e che gli imprenditori svolgono con i loro dipendenti. […]

 

 

Rimane molta strada da fare per correggere leggi e sistemi che riguardano la donna saudita, e ancora di più ne resta per riformare le tradizioni sociali che talvolta impediscono alla donna di esercitare i propri diritti legittimi. La società è ancora segnata da molte contraddizioni: per esempio le donne sono incoraggiate a studiare, ma non possono lavorare, e tutto questo mentre il numero delle ragazze che ricevono un’istruzione, compresa quella universitaria, supera quello dei maschi.

 

 

Secondo il Global Gender Gap Report redatto dal World Economic Forum nel 2015, la posizione dell’Arabia Saudita rispetto alle opportunità educative delle donne è molto migliorata (85° Paese su 185), ma rimane al 138° posto per le opportunità economiche e lavorative. La situazione della donna è migliorata in molti ambiti, dal diritto all’eredità e alla proprietà della terra, al divieto delle mutilazioni genitali femminili, alla penalizzazione delle violenze fisiche, al diritto all’aborto per ragioni di salute, alla definizione di un’età minima per il matrimonio, alla possibilità di chiedere il divorzio, al congedo di maternità. Ma molte altre cose possono essere migliorate, per esempio riconoscendo alle donne li diritto di guidare l’automobile e incrementando le opportunità di lavoro.

 

 

Articolo pubblicato su Al-Sharq al-Awsat il 4 agosto 2016

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