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Religione e società

Arabia Saudita: l’esclusione della donna è l’altra faccia del fanatismo

Una donna saudita a Medina [Abd. Halim Hadi - Shutterstock.com]

Violenza, terrorismo e operazioni suicide raccontano lo stesso estremismo che mantiene la netta divisione tra i sessi nel regno saudita

Ultimo aggiornamento: 26/11/2019 10:53:00

Per lungo tempo le donne in Arabia Saudita sono state una minoranza silenziosa nonostante, in termini numerici, superassero gli uomini. Alle donne è impedito l’accesso ai posti pubblici e il voto alle elezioni locali. Il governo ha imposto severe restrizioni ai loro movimenti e alla loro occupazione. L’esclusione e la discriminazione delle donne è legata a molti fattori, tra cui le interpretazioni islamiche wahhabite ottuse, le consuetudini tribali e la tendenza al conservatorismo in generale.

 

 

Mentre questi fattori sono presenti anche nei vicini Paesi del Golfo, solamente in Arabia Saudita esistono forme estreme di separazione dei sessi, la poligamia non regolamentata, e limitate opportunità di carriera e presenza in ambito pubblico. Nonostante in tutti i Paesi del Golfo alle donne non sia consentito partecipare alle elezioni nazionali e locali, alcune di loro hanno ottenuto posti di lavoro ministeriali, per esempio in Kuwait. In passato lo Stato saudita ha applicato severe restrizioni alla donna per promuovere il rispetto da parte di quest’ultima delle norme islamiche e della sharia.

 

 

Le donne sono diventate i simboli del timore di Dio e della devozione della leadership, e indicatori dell’impegno dello Stato per l’Islam. Le donne sono state un indicatore dell’ondata di islamizzazione promossa dal governo negli anni Ottanta del secolo scorso in risposta alla sfida interna lanciata dalla tendenza islamista, in occasione, per esempio, dell’occupazione della Grande Moschea di Mecca nel 1979 da parte di Juhayman, e della protesta islamista negli anni Novanta. In ogni caso nel Ventunesimo secolo e sotto l’influenza del linguaggio riformista, lo Stato ha adottato un approccio alla questione più aperto.

 

 

Questo ha incoraggiato le donne saudite a vedere nella leadership un difensore dei diritti delle donne e di una liberalizzazione graduale, senza che questa degenerasse in una pericolosa deviazione dalle norme generali della legge islamica. La leadership, in particolare re ‘Abdallah, ha consentito alle donne una maggiore presenza, per esempio nella sfera economica, educativa e sociale. A proposito del sostegno alla liberazione della donna il ministro degli Esteri Sa‘ud al-Faysal e il fratello Turky, ex ambasciatore a Washington, hanno sottolineato come la società saudita conservatrice non sia ancora pronta a intraprendere cambiamenti sostanziali, capaci di suscitare ostilità e avversione di una parte importante della società. Entrambi prevedono che in futuro alle donne sarà consentito guidare, ma solo quando la collettività sarà pronta a un passo rivoluzionario di questa portata.

 

 

Allo stesso tempo, il principe Nayef, ministro degli Interni, si è opposto a qualsiasi cambiamento improvviso volto a far diventare le donne saudite come le donne occidentali e ha confermato come le donne saudite godano pienamente dei diritti che l’Islam stabilisce per loro. Parole di questo tipo appaiono talvolta tra gli ulema e i rappresentanti del Comitato per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio. Molte donne hanno elogiato re ‘Abdullah per aver accolto le loro aspirazioni.

 

 

In ogni caso quelle donne desiderano che il re ponga un limite al raggio d’azione degli ulema wahhabiti fanatici, che si oppongono a qualsiasi apertura nei confronti delle donne ed emettono fatwe invitando a confinare la donna nei ruoli tradizionali legati alla casa, e all’educazione e all’istruzione dei figli. Le donne saudite hanno ricevuto segnali ambigui rispetto al cambiamento sociale condotto dallo Stato. Oltre a ciò, non tutte sono fautrici di una maggiore liberazione della donna, alcune infatti si sono unite agli islamisti fanatici che immaginano un ruolo tradizionale per la donna nonostante un’agenda moderata di liberazione sia stata proposta da alcuni islamisti.

 

 

Ad esempio il giudice ‘Abdul ‘Aziz al-Qasim e lo sheykh Salman al-‘Awda hanno discusso sul fatto che l’esclusione della donna in Arabia Saudita è un fatto sociale più che una norma islamica. L’eredità e le pratiche tribali hanno interferito con la norma islamica, e ciò ha portato a interpretazioni fuorvianti dei testi islamici. Agli ulema è stato chiesto di distinguere ciò che è sociale da ciò che è religioso al fine di raggiungere una migliore comprensione della situazione della donna nell’Islam. Al-Qasim e al-‘Awda concordano sul fatto che non esistono testi islamici evidenti che vietano alla donna di guidare l’auto.

 

 

Ma altri islamisti fanatici come Safar al-Hawali, fedeli alle interpretazioni rigide, contribuiscono a incatenare ed escludere le donne. […] Secondo molti l’esclusione della donna è l’altra faccia del fanatismo che produce il terrorismo e le operazioni suicide. Molte accademiche e scrittrici hanno gettato luce sulla correlazione tra la violenza e la separazione dei sessi che è ancora in vigore in Arabia Saudita e durante gli incontri di dialogo nazionale, in particolare nell’incontro che verteva sulle questioni della donna, hanno fatto luce sulla necessità di eliminare le restrizioni in materia di occupazione femminile. Molte donne hanno continuato a rivendicare il diritto alla libertà di movimento e la fine del dominio maschile sulle donne. Esse hanno inoltre richiamato alla mente le violazioni ingiuste nei tribunali nei casi di divorzio e della custodia dei bambini. […]

 

 

 

 

 

Traduzione di Chiara Pellegrino

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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