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No Woman, No Drive

La domanda sulla libertà in una società confusa. Quattro film di registi arabi recensiti da Emma Neri

Questo articolo è pubblicato in Oasis 27. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 25/10/2018 17:17:43

A-Hologram-for-the-King-.jpgCome sarà il Medio Oriente tra vent’anni? Per certe cose, è facile fare i profeti. Ad esempio, dovremo aspettare pochissimo per vedere le donne al volante in Arabia Saudita. Giusto il tempo di prendere qualche lezione. Non che sia la questione cruciale, in un Paese che contempla tortura, pene corporali e capitali, ma da qualche parte bisogna pur cominciare. Certo, le donne sono un buon biglietto da visita: si era capito anche prima delle promesse di riforma del principe ereditario Muhammad Bin Salman. Qualche anno fa, su Youtube, era diventata virale un’irriverente canzoncina dal titolo No Woman no drive, parodia della celebre canzone di Bob Marley. La cantava un attivista vestito in abiti tradizionali: intervistato, aveva minimizzato la portata di una protesta che in Arabia Saudita può costare cara. Ma poi è arrivato il giovane erede: le nostre donne – ha detto – potranno guidare senza la presenza di un accompagnatore, ma anche andare allo stadio e frequentare i cinema, che riapriranno dopo 35 anni di interdizione. E le bambine, forse, potranno persino andare in bicicletta, per la gioia della regista saudita Haifaa al-Mansour, che a questo e ad altri assurdi divieti aveva dedicato un film molto apprezzato, La bicicletta verde.

 

Nel frattempo, al festival di Berlino 2016 è spuntato un altro regista saudita (e sono due, su una popolazione di 27 milioni di persone), Mahmoud Sabbagh, con una commedia, Barakah meets Barakah, interpretata da Hisham Fageeh, il protagonista della burla su Youtube. Ambientato a Gedda, il film racconta, con linguaggio leggero, l’eccesso di regole, la mancanza di luoghi pubblici dove un uomo possa incontrare una donna, l’infelicità dei giovani. Si ride quando il grigio funzionario invita a cena Bibi, la bella indossatrice del marchio «Fianchi celestiali», famosa blogger, per scoprire però che non esiste un posto dove portarla: al ristorante manca un’area riservata alle coppie non sposate, sulla spiaggia può arrivare la polizia religiosa, gli spettacoli all’aperto sono aboliti. È vietato persino sedersi sui marciapiedi: «Credi di essere a Parigi?». Resta un panino in macchina, un incontro casuale in farmacia, una fuga sul tetto di casa. Si ride perché il colore del film è rosa, come i ridicoli reggiseni ostentati dai manichini: e perché il film, più che denunciare la cappa di integralismo religioso sotto cui vigono codici di comportamento rigidissimi, si limita a sottolineare la nostalgia per gli anni precedenti il 1979, quando la rivoluzione islamica in Iran e l’assalto alla Mecca hanno dato forza a quella che oggi è una cultura religiosa tra le più illiberali al mondo.

 

Qualche cosa in più la racconta un bizzarro film americano del 2016, Aspettando il re, diretto dal tedesco Tom Tykwer e interpretato da Tom Hanks. Un uomo d’affari viene inviato in Arabia Saudita: il suo matrimonio è finito, le finanze in rovina, brucia il rimorso per aver distrutto un’azienda scegliendo di delocalizzare in Cina. La storia inizia con la necessità di vendere al re un sistema di teleconferenze; finisce quando lui trova nel deserto, in mezzo al nulla, l’ultima, improbabile possibilità di essere felice grazie all’amore da mille e una notte di una matura dottoressa con il velo. Là dove dovrebbe sorgere Kmet, la città del futuro, c’è solo l’evanescente terra di nessuno, un tendone, un cantiere di sabbia e di noia. Il re non si vede da 18 mesi, la corrente elettrica va e viene, la crisi personale del protagonista s’intreccia con l’evidente fallimento di un Paese dove i giovani (il 70 per cento dei sauditi ha meno di 30 anni) non hanno futuro. Perché la ricchezza del petrolio – parola del tassista – non basta a far dimenticare la miseria delle pubbliche esecuzioni, la repressione femminile, la chiusura rispetto al mondo.

 

Non c’è niente di meglio che passare dalla luce spietata che illumina l’Arabia Saudita, privandola di chiaroscuri (persino in un film americano girato per necessità in Egitto e Marocco), alla notte egiziana di Omicidio al Cairo (The Nile Hilton Incident) o alle cinque storie che intrecciano destini diversi nel Marocco di Razzia, per raccogliere domande che più disparate non si può. Si tratta di Paesi che sulla carta s’identificano nell’appartenenza all’Islam sunnita. Ma nella realtà, tra Storia e storie, hanno identità profondamente diverse. E la ricerca di unico centro di gravità rischia soltanto di portare a individuare un nemico comune. D’altra parte, il marocchino Nabil Ayouch, che di Razzia è produttore e regista, è nato a Parigi e per sua scelta vive a Casablanca dal 1999. Regista di I cavalli di Dio (2012) sugli attentati di Casablanca, nel 2015 è costretto ad allontanarsi dal Marocco a seguito delle minacce ricevute per la presentazione a Cannes di Much Loved, un film che racconta la condizione amara delle prostitute in un Paese maschilista e strabico, soggiogato da un Islam intransigente. Due anni dopo, Ayouch ritorna al tema che gli è caro, la domanda di libertà in una società confusa. È accaduto qualcosa che ha cambiato il Paese – racconta – un’idea di educazione dispersa tra le montagne dell’Atlante. Negli anni ’80, vediamo un maestro che spiega ai bambini in lingua berbera il movimento dei pianeti intorno al sole. Un commissario presenzia alle lezioni, e portando a compimento una riforma partita nei lontani anni ’60, impone l’arabo come lingua d’insegnamento e il corso di Islam al posto delle scienze. «Che importa la fede, se togliete loro i sogni?», lamenta il maestro. Ma una risposta non c’è, neppure nella Casablanca di oggi, bella, sporca e vitale, divisa tra i modelli occidentali e i precetti religiosi, piena di figli senza padri e di donne senza uomini. Sullo sfondo, accompagnate dalla musica dei Queen, le giornate delle manifestazioni del 2011.

 

Anche in Egitto, il primo problema non sembra il fondamentalismo, ma le domande non dette. Che valgono per tutti, a cominciare dal regista di Omicidio al Cairo, Tarik Saleh, che è uno “straniero”, svedese di origini egiziane. Siamo agli inizi del 2011: sotto un cielo grigio che si riflette nella sporcizia delle strade, mentre alla televisione si parla di valori e scorrono le immagini di Mubarak, il poliziotto Nouredin Mustafa riscuote mazzette. E intanto indaga svogliato sull’ennesimo omicidio. La vittima è una cantante, le tracce portano a un uomo politico, c’è una testimone in fuga, un’immigrata sudanese che vive in un quartiere dormitorio. Tra soldi, sigarette consumate fino alla nausea, torture e vecchi apparecchi televisivi che trasmettono solo i canali europei o le prediche dei Fratelli musulmani, l’Egitto sembra in preda a un caos organizzato. Mentono i potenti del mondo, ritratti nelle gigantografie sui muri, e mente, in strada, il poliziotto anti-eroe, che giura su una giustizia alla quale, di sicuro, non crede più. Il finale è da brivido: il nuovo Egitto che sfila per la strada, con slogan e bastoni, non sembra meglio del vecchio.

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