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Religione e società

Analisi di una giornata storica e i suoi imprevedibili sviluppi

La prima visita di un monarca saudita in Vaticano: Re Abdallah incontra Benedetto XVI

Il 6 novembre 2007, il Re dell’Arabia Saudita Abdallah II Ben Abdelaziz ben Abd al-Rahman Aal Saoud, rende visita in Vaticano al Papa Benedetto XVI. È la prima visita di un monarca saudita dal Papa e questo viene interpretato da tutto il mondo come un avvenimento storico. Tanto più che il Regno non intrattiene relazioni diplomatiche con il Vaticano, non autorizza la costruzione di chiese o cappelle sul suo immenso territorio nel quale si trovano più di un milione di cristiani e proibisce il minimo segno cristiano, come una piccola croce o una Bibbia. Certo, Abdallah aveva incontrato Giovanni Paolo II in Vaticano nel maggio del 1999, ma in qualità di vice-ministro della Difesa. Allo stesso modo, il ministro saudita degli Affari Esteri, Saud Aal Faisal, era stato ricevuto tre volte da Giovanni Paolo II e aveva anche incontrato Benedetto XVI a Castel Gandolfo il 6 settembre del 2007. Ma mai un re d’Arabia aveva compiuto un passo come questo.

 

 

Per quale motivo Abdallah II ha preso questa iniziativa? Non c’è dubbio che egli voglia aprire il suo Paese al mondo, tanto sul piano culturale quanto su quello religioso, e sottrarlo all’influenza del terrorismo. L’agenzia saudita Arab News scriveva quel giorno: «Ci aspettiamo che il colloquio sia centrato sul rapporto tra musulmani e cristiani e sulla necessità che i credenti di ogni religione lavorino insieme per la pace». La pace è sicuramente una delle priorità del re Abdallah. A cominciare dalla pace nella regione, tra israeliani e palestinesi, così come tra sciiti e sunniti in Iraq.

 

L’Arabia sostiene una soluzione giusta al conflitto israelo-palestinese, fondata sul principio del ritiro di Israele dai Territori palestinesi occupati da quarant’anni in cambio di una pace definitiva e della soluzione del problema di Gerusalemme e dei rifugiati. Le posizioni del Regno e del Vaticano non sono molto lontane.

 

 

Alla fine dell’incontro, durato trenta minuti, è stato pubblicato il seguente comunicato, ricco e denso pur nella sua concisione: «I colloqui si sono svolti in un clima di cordialità e hanno permesso di toccare temi che stanno a cuore agli interlocutori. In particolare, si sono ribaditi l’impegno in favore del dialogo interculturale ed interreligioso, finalizzato alla pacifica e fruttuosa convivenza tra uomini e popoli, e il valore della collaborazione tra cristiani, musulmani ed ebrei per la promozione della pace, della giustizia e dei valori spirituali e morali, specialmente a sostegno della famiglia».

 

Il testo aggiunge: «Nell’augurio di prosperità a tutti gli abitanti del Paese da parte delle Autorità vaticane, si è fatto menzione della presenza positiva e operosa dei cristiani. Non è mancato, infine, uno scambio di idee sul Medio Oriente e sulla necessità di trovare una giusta soluzione ai conflitti che travagliano la regione, in particolare quello israeliano-palestinese».

 

 

Quattro punti di questo breve comunicato meritano qui un commento. Li presenterò nell’ordine nel quali si trovano.

 

 

1. «Impegno a favore del dialogo interculturale e interreligioso». Come in tutti gli incontri con i musulmani, il dialogo è sempre «dialogo di culture e di religioni». È impossibile separare religione e cultura, così come è impossibile separare religione, politica e società. È questo il punto che rende quasi ovunque l’integrazione dei musulmani nelle società occidentali più difficile di quella di altri gruppi religiosi, per via dell’identificazione tra cultura e religione. Infatti, ciò che, in Occidente e nel mondo cristiano, appartiene alla categoria di cultura, (come il cibo, l’abbigliamento, la lingua, i riti di purificazione e molte altre pratiche religiose) fa parte, per molti musulmani, dell’essenza della religione, come il velo per le donne, il cibo halâl, l’uso dell’arabo per la salât, le abluzioni etc. È per questo, credo, che il Papa Benedetto XVI aveva unito i due Consigli Pontifici del Dialogo Interreligioso e della Cultura, prima di separarli di nuovo per motivi pratici.

 

 

2. «Favorire una pacifica e fruttuosa convivenza tra uomini e popoli». Questo fa allusione al fenomeno recente ma persistente della violenza in nome della religione (o della cultura o dell’ideologia). L’Arabia Saudita, come la maggior parte dei governi musulmani, si oppone al terrorismo per diversi motivi. Non ci sorprende quindi vedere che il quotidiano saudita Arab News abbia scritto: «Il Re e il Papa hanno sottolineato che la violenza e il terrorismo non hanno niente a che vedere né con la religione né con la patria». Tuttavia il problema resta. Esso è duplice. Da una parte, i Paesi musulmani giustificano facilmente la violenza quando si tratta di “difendere l’Islam” come nel caso delle fatwa contro “i nemici dell’Islam” Salman Rushdi, Ayaan Hirsi Ali, Geert Wilmers o i caricaturisti danesi; dall’altra, essi non sembrano vedere lo stretto legame che unisce l’ideologia religiosa radicale (e tale è la dottrina religiosa wahhabita dell’Arabia Saudita) e la violenza, o addirittura il terrorismo.

 

 

3. «Importanza della collaborazione tra musulmani, cristiani ed ebrei». Questo riferimento agli ebrei in un comunicato islamo-cristiano è molto rilevante. Certo, non creerà l’unanimità tra i musulmani. Ma, sapendo che gli ebrei sono spesso paragonati alle scimmie e ai maiali nelle prediche degli imam radicali, che si ispirano in questo alla sura della Mensa (5, 60)1 si capisce la novità di una tale affermazione. Peraltro, riportando il comunicato, certi giornali arabi hanno omesso il riferimento agli ebrei! Pur non essendo un fatto comune, questa apertura al giudaismo incontra una tendenza che si sta diffondendo nell’Islam contemporaneo in risposta al fanatismo dei radicali. Il Re Abdallah II d’Arabia ne è uno dei promotori, come ha dimostrato nei suoi interventi e al Congresso di Madrid del luglio 2008. È giusto segnalare a questo proposito il Congresso mondiale degli imam e dei rabbini per la pace, promosso dalla Fondazione svizzera Hommes de Parole, che ha sede a Ginevra. Il primo congresso si tenne a Bruxelles dal 3 al 6 gennaio del 2005, e riunì più di cento imam e rabbini. Il secondo a Siviglia, dal 19 al 22 marzo 2006, e riunì più di duecento personalità ebree e musulmane. Il terzo avrà luogo a Parigi, all’UNESCO, dal 15 al 17 dicembre 2008.

 

 

4. «Promozione della pace, della giustizia e dei valori spirituali e morali, specialmente a sostegno della famiglia». Qui si indica il fine cercato dai due interlocutori: pace, giustizia ed etica. I primi due fanno pensare al leitmotiv di Giovanni Paolo II: «Non c’è pace senza giustizia». Per il mondo arabo, questo principio sta alla base dei dibattiti riguardanti la Palestina, dove l’ingiustizia è palese. Più interessante è il terzo obiettivo: «la promozione della pace, della giustizia e dei valori spirituali e morali, specialmente a sostegno della famiglia». La critica che il mondo islamico abitualmente avanza nei confronti dell’Occidente – che considera cristiano, confondendo in questo modo Occidente e Cristianesimo – è proprio la perdita di «valori spirituali e morali». La diffusione dell’aborto in Europa, della libertà sessuale (sia essa pre-matrimoniale o all’interno del matrimonio), del turismo sessuale, dell’omosessualità apertamente rivendicata come diritto, delle coppie di fatto riconosciute da numerose legislazioni, la banalizzazione del divorzio etc., sono considerate la prova evidente della decadenza di questa civiltà occidentale, che contrasta con il suo innegabile sviluppo scientifico.

 

 

 

Un Congresso a Madrid

 

 

Questa constatazione conduce l’Islam fondamentalista a dichiarare l’Occidente ateo, accusandolo di essere il grande Satana, proprio a causa della sua libertà di costumi. È una delle cause fondamentali della lotta degli islamisti contro l’Occidente e del loro zelo nel diffondere l’Islam con tutti i mezzi. Per molti è la formulazione islamica del discorso degli ultimi papi riguardo al rapporto tra “fede e ragione”. Avendo perduto la fede, l’Occidente versa nel neo-paganesimo (jâhiliyya) con tutte le sue turpitudini! È il pensiero di uno dei padri del radicalismo islamico, che ha aperto la porta a certe forme di terrorismo islamico, Sayyid Qutb (1906-1966), condannato a morte da Nasser.

 

 

Lunedì 24 marzo 2008, a Riyad, si è tenuto un seminario sul dialogo tra il mondo islamico e il Giappone. Nel corso di questo seminario il Re Abdallah ha dichiarato di voler riunire in un Congresso rappresentanti musulmani, cristiani ed ebrei. Egli ha chiamato costoro suoi «fratelli delle altre religioni, quelle della Torah e del Vangelo». Si tratta di salvare l’umanità dal disastro, e per questo le tre religioni devono unirsi. Ed ecco che il re annuncia il suo progetto: «Un pensiero mi assilla da due anni. Il mondo soffre e questa crisi ha provocato uno squilibrio nella religione, nell’etica e nell’umanità intera. […] Abbiamo perso la fede nella religione e nel rispetto per l’umanità. La disintegrazione della famiglia e la diffusione dell’ateismo nel mondo sono fenomeni terribili che tutte le religioni devono prendere in considerazione e sconfiggere […] Ecco perché ho avuto l’idea di invitare le autorità religiose a esprimere il loro parere su quello che accade nel mondo. Se Dio vuole, cominceremo a organizzare degli incontri con i “nostri fratelli appartenenti alle religioni monoteiste”, tra rappresentanti del Corano, del Vangelo e della Bibbia».

 

 

Ritroviamo in questo discorso le grandi linee dell’incontro del Vaticano del 6 novembre, ma più esplicite che nel breve comunicato della Santa Sede. Si può riassumere tutto in quattro punti:

 

 

1. Il mondo va male, soffre ed è in crisi; tutto ciò si nota in particolare nella disintegrazione della famiglia.

 

 

2. La causa di questo male è la perdita della fede, l’assenza dell’etica e la diffusione dell’ateismo.

 

 

3. Solo i credenti possono salvare il mondo: occorre quindi che si ritrovino per «esprimere il loro parere su quello che accade nel mondo».

 

 

4. Occorre cominciare dai credenti monoteisti: musulmani, cristiani ed ebrei. In questo, il Re si conforma alla visione teologica coranica che riconosce solo tre «religioni celesti», dotate di un testo rivelato, che sono quelle da lui nominate.

 

 

Bisogna qui sottolineare la formula «coi nostri “fratelli” appartenenti alle religioni monoteiste». Venendo dal Re dell’Arabia Saudita, dove domina la dottrina wahhabita che facilmente scomunica chiunque non vi si riconosca, compresi i musulmani non fondamentalisti, il termine “fratello” è assolutamente rilevante, soprattutto se applicato agli ebrei!

 

 

 

Gesti di Scambio Autentico

 

 

Ora, il sovrano tiene questo discorso il 24 marzo, lunedì di Pasqua, all’indomani cioè del battesimo, amministrato da Benedetto XVI nel corso della Veglia Pasquale, di cinque neofiti tra cui Magdi Cristiano Allam. Magdi è un musulmano cairota piuttosto laico, convertito al Cristianesimo e vice-direttore del Corriere della Sera, che combatte da anni l’estremismo islamico, ricordando che questa tendenza trova la sua ispirazione nel Corano stesso e nella Tradizione del Profeta dell’Islam. I suoi scritti gli hanno valso delle minacce di morte, e il suo battesimo in mondovisione da parte del Papa ha suscitato violente reazioni contro Benedetto XVI, tanta da parte di cattolici benpensanti che di musulmani cosiddetti “ecumenici”. Così un commentatore descrive questo atto come «un gesto compiuto l’indomani dell’anniversario della nascita del Profeta, il Natale musulmano, che rischia di generare messaggi negativi e che rivela l’intenzione politica del Vaticano di far prevalere la supremazia della Chiesa cattolica sulle altre religioni». Un altro commentatore, più severo, accusa il Papa di aver voluto ripetere, con il gesto del battesimo, l’«esecrabile» discorso di Ratisbona e di sostenere i «discorsi d’odio» di Allam contro l’Islam.

 

Il Re, senza fare la minima allusione al battesimo di Magdi Allam, ricorda che aveva presentato lui stesso il suo progetto di dialogo a Benedetto XVI, in occasione della sua storica visita in Vaticano, nel novembre del 2007, «un incontro indimenticabile, un incontro da uomo a uomo». Egli sottolinea anche che la sua iniziativa ha avuto l’avvallo degli ‘ulâmâ’ del regno d’Arabia.

 

 

L’Osservatore Romano, il giornale del Papa, commenta il 29 marzo il discorso del Re Abdallah: «Dialogo interculturale e interreligioso; collaborazione tra cristiani, musulmani ed ebrei per la promozione della pace. Questi i temi affrontati il 6 novembre 2007 in occasione dell’incontro tra Benedetto XVI e il Re Abdallah, ricevuto in udienza in Vaticano con il suo seguito».

 

Appare dunque con evidenza che il discorso di Ratisbona e il battesimo di Magdi Allam la notte di Pasqua, ripreso in mondovisione, lungi dall’essere un rifiuto al dialogo, sono gesti di scambio autentico, fondato sulla verità e non sull’ambiguità. È la stessa volontà di dialogo che il Pontefice aveva espresso con la sua preghiera silenziosa nella Moschea Blu di Istanbul. È ugualmente la volontà di dialogo espressa dalla calorosa accoglienza riservata al Re d’Arabia. Qualcuno potrebbe pensare che il Re Abdallah si accontenti di enunciare belle parole e nulla più. A mio avviso, i fatti mostrano che si tratta di un uomo con i piedi saldamente piantati per terra. Cerca, secondo tutto quanto gli è possibile, di promuovere la pace tra le nazioni nel Vicino Oriente e il dialogo interculturale e interreligioso sul piano mondiale.

 

 

Già nel 1980 aveva offerto la sua mediazione tra Siria e Giordania e nell’ottobre del 1989 aveva giocato un ruolo decisivo negli accordi di Taef, che posero fine alla guerra civile in Libano. Nel maggio del 1999 aveva accolto il Presidente Mohammed Khatami in visita ufficiale in Arabia, per un riavvicinamento tra sunniti e sciiti. Nominato Principe ereditario da suo fratello il Re Fahd I nel 1982 e innalzato al rango di Reggente nel 1996, Abdallah diventa re nell’agosto del 2005 e da allora si adopera per trarre profitto dal potere economico dell’Arabia Saudita al fine di incoraggiare, con tutti i mezzi, la pace nella regione. Il 20 dicembre 2007, il Re invita i musulmani a ricordarsi di «ciò che unisce le religioni, le fedi, le culture». All’inizio di giugno 2008, organizza un incontro alla Mecca tra sunniti e sciiti ove difende la sua idea di dialogo davanti a centinaia di saggi musulmani. Ciò conduce poco dopo alla reazione di 21 ‘ulâmâ’ che promulgano una fatwa nella quale gli sciiti sono definiti “eretici”.

 

 

 

 

1 «... coloro che dio ha maledetto, coi quali si è adirato, che a trasformato in scimmie e porci...» (5, 60); «eppur sapete quel che accade a coloro di voi che disobbedirono violando il sabato e ai quali dicemmo: "Siate scimmie spregevoli!" (2, 65); «E quando con proterva insolenza si rifiutaron di desistere da quel che loro era stato proibito, dicemmo loro: “Siate scimmie abbiette!» (7, 166). La sura della Mensa è una delle ultime del Corano e, secondo la dottrina giuridica più diffusa, abolisce le precedenti. 

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