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Islam

Attualità dell'Islam in Egitto

Il 22 febbraio 2009, un nuovo attentato ha avuto luogo al Cairo contro turisti stranieri, facendo un morto e diversi feriti, vicino alla moschea al-Hussein e del suq Khân al-Khalîlî, un luogo molto frequentato. Gesto isolato, sembra, ma quanto basta per risollevare interrogativi e paure, soprattutto in Occidente: l'islamismo non sta forse avanzando pericolosamente in Egitto? I Fratelli Musulmani giungeranno alla fine a prendere il potere? Per capire bene e non permettere che la paura si sostituisca all'analisi, un po' di informazione sulle correnti islamiste egiziane è necessaria, dal momento che l'universo islamista in Egitto è una realtà complessa.

 

 

Il movimento dei Fratelli musulmani, creato da Hassan al Banna, è nato nel 1928 in un contesto in cui si trattava di emanciparsi dalla tutela coloniale britannica; esso si è irrigidito ideologicamente sotto Nasser con Sayyed Qutb (1906-1966), partigiano dell'istituzione di uno Stato islamico, unico mezzo, ai suoi occhi, per ristabilire i veri valori dell'Islam nella società egiziana. Questa corrente radicale fu repressa senza pietà da Nasser, ma è rinata insieme all'emergere dell'islam politico nel 1979. Diversi avvenimenti si verificarono in quell'anno, contribuendo a un inasprimento dell'attività islamista sul piano internazionale: la rivoluzione iraniana, l'occupazione dell'Afghanistan da parte dell'Armata Rossa, lo slittamento dell'Egitto nel campo occidentale con gli accordi di Camp David. Uno degli ideologi principali del movimento è l'indo-pakistano Abû 'Alâ Mawdûdî (1903-1979), che considera l'Islam una possibile terza via tra capitalismo e socialismo. Ibn Taymiyya (1263-1328) è invocato per legittimare la violenza contro un potere, foss'anche islamico, nel caso in cui esso pregiudichi gli interessi della comunità musulmana. In Egitto, è l'epoca del jihad islamico, movimento radicale che sta all'origine dell'assassinio del presidente Sadat nel 1981. Ayman al-Zawâhîrî, futuro numero 2 del movimento al-Qaida, appartiene a questo universo. Addestrati in Afghanistan, in un contesto di internazionalizzazione dell'islamismo, i jihadisti saranno all'origine di numerosi attentati contro poliziotti (Assiut) e turisti (Luxor, il Cairo). Una parte dei suoi quadri provengono da contesti agiati, se non addirittura colti. La repressione esercitata contro questa tendenza più dura condurrà all'emergere di una corrente più moderata, ma in fondo altrettanto convinta: le Gamaʽât islamiyya, che ricevono il testimone delle Gamaʽât dei campus universitari degli anni '70, pericolosamente favoreggiate da Sadat per contrastare la contestazione marxista. Questa corrente considera che la società non è matura per uno stato islamico e che occorre dunque cominciare trasformandola dal basso, cioè con un lavoro in seno alle masse. Il loro bastione sono Assiut e il Medio Egitto, ma anche i quartieri popolari diseredati delle città. Essi praticano una strategia di infiltrazione nei quartieri con cellule molto organizzate, sottomesse ad emiri locali. Imbaba, uno dei quartieri poveri del Cairo, è l'esempio tipico di questo genere di "piccola repubblica islamica", organizzata parallelamente alle strutture dello Stato. Qui il reclutamento è popolare. Esso è favorito dalla povertà di massa legata all'esplosione urbana e sostenuto finanziariamente da contributi privati e dal denaro saudita.

 

In totale, la violenza islamista ha fatto un migliaio di morti in Egitto negli anni '90. L'attentato di Luxor nel 1997 è stato l'ultimo colpo a effetto di questa serie prima degli attentati più recenti (Taba nel 2004, Sharm el Shaykh e Dahab nel 2008), che portano, sembra, il marchio di al-Qaida. La repressione severa di cui questi movimenti sono oggetto, in particolare grazie alla legge sullo stato di eccezione, sempre reiterata dal 1981 e che conferisce poteri illimitati alle forze di sicurezza, diminuirà notevolmente l'influenza di questo movimento.

 

 

Al contrario, un'altra forma di islamizzazione della vita sociale si svilupperà fortemente nella società egiziana degli anni 1999-2000, quella che il ricercatore Patrick Haenni definisce "un islam da mercato", sottolineando così quello che esso deve alla globalizzazione e alla generalizzazione di certi comportamenti attraverso i media moderni: l'uso del foulard chic (spesso con jeans aderenti), locali coranici femminili, sviluppo di blog e di siti islamici. Uno dei principali protagonisti egiziani è l'imam Amr Khaled, "telecoranista" in voga, vestito in modo moderno, le cui cassette e CD sono ascoltati dai quadri delle classi medie nelle loro autoradio. La CNN lo invita per mostrare il nuovo volto dell'Islam, "un islam che arricchisce la vita interiore del musulmano e l'aiuta a svilupparsi": secondo lui non c'è bisogno di guidare delle rivolte per imporre l'islam nella società; è meglio cambiare le mentalità, la vita della gente, delle famiglie, aiutarle e realizzarsi. Versione soft dell'islamismo, quella che in Marocco promuove la Mekkacola. Soft, ma non per questo inoffensiva, come dimostrato da Basma Kodmani, ricercatrice alla Fondazione Ford. Ai suoi occhi, il potere egiziano, preoccupato di conservare il controllo dell'economia e della politica, ha in qualche modo abbandonato il culturale e il simbolico all'establishment culturale islamico egiziano, rappresentato da istituzioni come al-Azhar e il Ministero dei Waqf, fatto che finisce per creare un clima di islamizzazione della vita sociale: le richieste di fatwa a un sito come islamonline mostrano fino a che punto si infiltra questo islam moralizzante e bigotto, più preoccupato di sapere ciò che è halal o haram che di costruire un progetto di società che risponda alle domande e preoccupazioni dei cittadini egiziani. L'ideologia dell'Islam politico degli anni '70 e '80 è morta. Essa è sostituita da una religiosità diffusa, che ha interesse ad apportare valori in una società piuttosto disorientata dai cambiamenti sociali e culturali, ma non aiuta affatto l'Egitto ad affrontare le importanti sfide che gli stanno di fronte: l'educazione della massa dei giovani, l'impiego, la giustizia sociale.

 

 

Analizzare l'evoluzione dell'islamismo in Egitto presuppone, dunque, l'abbiamo visto, uno sguardo attento sulle correnti che attraversano il paese. Un attentato e la generalizzazione del velo sono solo segni esteriori che bisogna imparare a interpretare.

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