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Islam

Tunisia: un nuovo Califfato o una nuova Repubblica?

Hamadi Jebali, segretario generale del partito islamista al-Nahda, vincitore delle elezioni dell’Assemblea Costituente del 23 ottobre 2011, ha dichiarato durante una riunione del suo partito tenutasi il 13 novembre 2011 che la Tunisia sta entrando nel sesto Califfato. Questo commento ha provocato forti reazioni e condanne da parte dell’elite politica tunisina, oltre a vignette politiche che satireggiavano Jebali come il prossimo “califfo” della Tunisia. Jebali e i suoi luogotenenti hanno cercato di mettere a tacere le polemiche dicendo che la citazione era stata decontestualizzata. Di che cosa si tratta?

 


 

Nell’immaginario politico musulmano i khulafâ’ al-rashîdûn rappresentano un momento idealizzato della storia, quello dei primi quattro califfi, i ben guidati, succeduti al profeta Muhammad: Abu Bakr al-Siddîq, ‘Umar Ibn al-Khattâb, ‘Uthman Ibn ‘Affân e ‘Alî Ibn Abî Tâlib. Il periodo compreso tra la morte del Profeta nel 632 e quella di ‘Alî nel 661 segna un’epoca d’oro dopo la quale si considera che la storia sia degenerata. Tuttavia, ‘Umar Ibn ‘Abd al-‘Azîz (717-720) della dinastia omayyade è spesso considerato parte dei Califfi ben guidati e rappresenta quello che spesso viene chiamato il “quinto califfato”. Egli esemplifica la possibilità di essere un sovrano pio e giusto in tempi di corruzione.

 


 

Jebali usa questo riferimento della storia islamica per parlare di rigenerazione politica con un linguaggio islamico. In seguito i rappresentanti di al-Nahda hanno insistito sul fatto che il riferimento al califfato era simbolico e non metteva in discussione? l’adesione di al-Nahda al regime repubblicano e alla volontà popolare quali fondamenti dello Stato. Tuttavia, i loro avversari hanno risposto che le parole contano e che l’evocazione del califfato nei discorsi politici pubblici non era semplicemente una «questione simbolica». Infatti, la nozione di Califfato è legata anche a quella di Stato islamico, e menzionare il califfato in tempo di transizione politica non è una cosa da poco.

 


 

La polemica sul sesto califfato è un esempio dei dibattiti pubblici che stanno emergendo in Tunisia sul linguaggio che i tunisini utilizzano ora per discutere di politica. Per 55 anni, il linguaggio della democrazia liberale è stato utilizzato in un contesto autoritario. Nei primi mesi di un contesto più democratico, i tunisini hanno dato libero sfogo alla loro libertà di espressione per le strade, sui new media, sui giornali, alla radio e alla televisione, nelle nuove tribune dei partiti politici, nelle istituzioni statali e nelle organizzazioni civili. Stanno emergendo un nuovo e variegato terreno e nuovi linguaggi politici e questa nuova fase della storia politica della Tunisia sarà sicuramente scandita da questo tipo di polemiche. Si sta negoziando un nuovo linguaggio politico, e un punto di discussione sarà se e come la tradizione islamica sarà intessuta in questo linguaggio e quale impatto giuridico e istituzionale avrà.

 


 

Gli altri partiti politici hanno reagito vigorosamente, tanto vigorosamente che Ettakattol ha sospeso la sua partecipazione ai negoziati per la formazione del nuovo governo, chiedendo a Jebali di chiarire la sua posizione. Anche se il partito islamista ha vinto le elezioni, essendo il partito che ha ottenuto la maggioranza, ma non la maggioranza assoluta, dei seggi, si trova costretto a dover governare in una coalizione. Più in generale, essa si trova ora sotto i riflettori: i discorsi dei suoi leader sono ascoltati attentamente ed echeggiati dai new media. Paradossalmente, prima della rivoluzione i loro discorsi non contavano molto nella politica tunisina dato che essi non erano al potere e non erano neppure parte dell’opposizione legale, mentre oggi il loro margine di manovra è limitato dalla forte resistenza che incontrano nel resto dell’élite politica.

 


 

Le personalità islamiche pubbliche che governeranno ora la Tunisia saranno costrette a definire il loro linguaggio politico con maggiore chiarezza, e in particolare il modo in cui questo linguaggio fa riferimento all’Islam e alle future riforme politiche. La loro piattaforma parla di uno “Stato civile”, ciò che è in contrasto con l’istituzione del califfato. La leadership di al-Nahda sa molto bene che questi due concetti sono entrati in conflitto nella storia moderna dell’Islam: gli intellettuali musulmani nel XX secolo hanno discusso la legittimità del califfato così come forme alternative di istituzioni politiche, dall’egiziano ‘Alî ‘Abd al-Râziq al tunisino ‘Abd al-‘Azîz al-Thaalibi. Non si tratta di dibattiti che possano essere definiti “estranei” alla storia della vita intellettuale dei tunisini. Riuscirà al-Nahda a dimostrare il suo rigore intellettuale e politico formando intellettuali che si confrontino senza esitazioni e in modo consapevole nell’arena pubblica su queste questioni? Dopo 55 anni di autoritarismo durante i quali l’articolazione stessa di un discorso politico pubblico era di fatto impossibile, saremo in grado di pensare chiaramente e profondamente il linguaggio che vorremo adottare quando si parla di politica? Ciò comporterà molto più di semplici parole pronunciate in arabo o in francese per soddisfare specifici gruppi elettorali. Alla fine, se vorremo una “repubblica” o un “califfato” dipenderà dai significati specifici che attribuiamo a queste due istituzioni, da come li mettiamo in relazione con storie politiche del passato e da come ci immaginiamo il loro futuro.

 


 

Il commento di Hamadi Jebali non è solo una questione di “simboli”. Se la menzione del califfato è stata semplicemente la conseguenza di un momento di disattenzione, è necessario che egli chiarisca la sua posizione. Oggi in Tunisia il riferimento alla repubblica è meno controverso del riferimento a un califfato, ma non dobbiamo dimenticare che è stato sotto un regime repubblicano che l’autoritarismo è fiorito per oltre mezzo secolo. Nella nuova Tunisia post-rivoluzionaria, il linguaggio – la sua forma e i suoi significati – importano. Come il governo eletto e i partiti che vi partecipano, al-Nahda, il Congresso per la Repubblica e Ettakattol, descriveranno e definiranno le future istituzioni politiche importa perché i tunisini vogliono sapere in che modo coloro che hanno eletto riformeranno le loro istituzioni politiche per garantire la vita democratica e la responsabilità politica.

 


 

Fonte: onislamandpolitics.wordpress.com - Traduzione dall'inglese Fondazione Internazionale Oasis

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