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Religione e società

Burqa: serve davvero una legge?

Burqa, hijab o questione di mode. La libertà religiosa ha un prezzo e il velo islamico non può essere vietato

Il velo islamico? È “un mero simbolo identitario”, è un “costume esterno all’Islam”, non ha fondamento religioso e non è assolutamente previsto dal Corano. Così suona la vulgata del discorso su burqa e dintorni che abbiamo potuto ascoltare anche recentemente in Italia. Piuttosto che da questa posizione “teologica” (esiste anche una teologia progressista), conviene muovere da una più modesta osservazione sociologica: il velo è attualmente percepito dalla maggior parte dei musulmani come un obbligo religioso, con buona pace del cosiddetto "Islam moderato" e dei suoi cantori. Ciò non significa che la mentalità non possa cambiare o che non sia lecito operare in questo senso.

 

 

Non bisogna dimenticare che proprio con lo “svelamento” prese avvio il movimento femminista arabo, in un’epoca in cui la condizione della donna, soprattutto nelle zone rurali, era estremamente dura. Ecco perché in molti Paesi musulmani il velo è un simbolo che tocca nervi scoperti e urta suscettibilità di segno opposto. Tuttavia l’idea che questo genere di evoluzioni possano essere imposte per legge racchiude in sé un germe di violenza. Riproporre oggi, in Europa, il dirigismo kemalista o la dissennata politica dello shah non pare né saggio né allettante.

 

 

Ma c’è velo e velo: quello più diffuso tra le musulmane oggi (in passato c'era molta più varietà) è detto hijàb e ha l’aspetto di un foulard, con la differenza che non lascia assolutamente intravedere i capelli.

 

 

Il velo completo, il burqa dei giornali, è tipico di alcune regioni tribali e di lì si è diffuso negli ultimi decenni tra i rigoristi islamici di ogni regione. È anche una questione di moda: negli anni Cinquanta andava forte vestirsi all'occidentale (lo si può vedere nelle fotografie dell'epoca e nei film), oggi invece si imitano i ricchi paesi del Golfo. Per osservare il precetto religioso islamico tuttavia è sufficiente lo hijàb, che rispetto al burqa ha il vantaggio di non porre problemi né sul piano della dignità della donna né su quello pratico della identificazione e della sicurezza. È anche una battaglia di immagine: il burqa in Occidente trasmette l’idea che il territorio circostante sia tutto "contaminato", ha insomma un valore ideologico che certamente non sfugge e non facilita l’integrazione.

 

 

Che fare allora? Piuttosto che lasciarsi risucchiare dalla dimensione simbolica, appare più realistico partire dalla constatazione che in Italia la pratica del burqa è attualmente limitatissima. Come ha affermato il Cardinal Scola, il problema burqa si affronta meglio a livello di società civile; una legge rischia viceversa di radicalizzare la questione. Questa valutazione non pretende affatto di avere carattere assoluto: prende in considerazione l’Italia di oggi, società plurale non esente da tensioni interreligiose, ma anche ricca di tante esperienze positive. In altri Paesi può essere più sensato far prevalere la necessità di promozione della dignità della donna. In nessun caso però si dovrebbe arrivare a vietare lo hijàb, come è avvenuto in Francia con la legge sui simboli religiosi nelle scuole: la libertà religiosa ha un prezzo e si deve essere disposti a pagarlo. Sempre.

 

 

Un’ultima nota per i progressisti di ogni latitudine: continua a sfuggire che vantaggio offra (oltre a mere considerazioni tattiche) ripetere a ogni piè sospinto, come unica argomentazione, che questo o quel precetto non è previsto dal Corano. La posizione sembra accogliere pericolosamente il postulato principe di ogni fondamentalismo, che cioè tutto sia già contenuto nel Libro. Con l’ulteriore problema che poi non sempre l’interpretazione “progressista” del Libro è la meglio fondata nella lettera del testo. Lo sforzo ermeneutico non ammette scorciatoie e cedere alle semplificazioni non aiuta. Lo scriveva su un vecchio numero di «Oasis» il compianto Mohammad Arkoun, in un articolo dal significativo titolo L’ingannevole disfida dei versetti: «Ci si accontenta di selezionare i versetti favorevoli alla pace tra le nazioni, alla tolleranza religiosa, al rispetto della vita umana... Si improvvisano così delle esegesi moderne, ricacciando nei tempi storici trascorsi i versetti che un numero crescente d’occidentali, irritati dall'opportunismo apologetico del processo, oppongono al bricolage ideologico dei "credenti"» (Oasis 3, 38).

 

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