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Islam

Carceri: la difficile lotta alla radicalizzazione

Da Camp Bucca a Parigi, le celle sono servite spesso da “incubatori” del jihad. I programmi per evitare che piccoli criminali si trasformino in terroristi in carcere

Tra fine gennaio e marzo, la Francia creerà “unità dedicate” alla lotta alla radicalizzazione nelle prigioni dell'area parigina e a Lille. Il programma prevede gruppi di ascolto, l'intervento di ricercatori, il dialogo con imam, psicologi, pentiti coinvolti in atti terroristici e vittime del terrorismo. L'obiettivo è quello di anticipare il rischio che alcuni detenuti passino dall'estremismo ideologico all'azione violenta una volta usciti dal carcere. Gli esperti si focalizzeranno su un numero limitato di prigionieri, scelti in base al loro profilo.

 

 

 

La radicalizzazione di individui coinvolti in azioni terroristiche avviene spesso proprio in cella. Secondo i dati delle autorità francesi, accade per il 15 per cento dei jihadisti nel Paese: una percentuale importante. In Francia, dove le istituzioni si fondano sul principio della laicità, non è legale condurre censimenti e sondaggi su base etnica e religiosa. Si stima però che tra il 50 e il 70 per cento dei 65.000 detenuti siano musulmani.

 

 

Da Merah a agli attentatori del 13 novembre

 

 

Per le autorità francesi, il risveglio alla difficile realtà è arrivato con gli attacchi a Charlie Hebdo e al supermercato kasher nel gennaio 2015. Uno degli attentatori, Amedy Coulibaly, era stato in carcere per furto e rapina a mano armata. Ne è uscito radicalizzato e intenzionato a portare a termine un attacco. Chérif Koauchi, uno dei due fratelli che ha commesso la strage nella redazione del settimanale satirico, in prigione ha stretto legami che hanno condotto ai fatti di gennaio: quello con Coulibaly stesso. Mohammed Merah e Mehdi Nemmouche – il primo ha aperto il fuoco davanti a una scuola ebraica di Tolosa facendo quattro vittime nel 2012, il secondo ha ucciso quattro persone al museo ebraico di Bruxelles nel 2014 – avevano precedenti di piccola criminalità. Prima di entrare in carcere non erano né credenti né praticanti. Alcuni degli attentatori del 23 novembre 2015 a Parigi in cui sono morte 137 persone hanno lo stesso passato.

 

 

Prima che l’estremismo islamico minacciasse l'Europa e che l’Unione dovesse confrontarsi con le partenze e i ritorni dei cosiddetti combattenti stranieri verso le terre del Levante, le prigioni sono sempre state, dall'America di Hollywood alla realtà della mafia italiana, passando per il Medio Oriente, luoghi in cui i detenuti possono tessere relazioni e ordire trame anche fuori da quei perimetri. Con l’ascesa dello Stato islamico, la famigerata prigione americana di Camp Bucca, fortezza nel deserto iracheno nei pressi della città di Basra, è stata descritta come “la palestra del jihadismo, l'incubatore del fenomeno Isis: ex baathisti, salafiti e mezzi criminali messi assieme in una situazione di relativo agio”, spiega a Oasis Lorenzo Vidino, direttore del programma sull’estremismo dell’università George Washington. Il primo ad ammettere una cattiva gestione di Camp Bucca è stato lo stesso generale incaricato della prigione dal 2007 alla sua chiusura, nel 2009, Douglas M. Stone. Fu lui a introdurre i primi programmi di "deradicalizzazione". Prevedevano “lezioni di imam moderati” e l'isolamento di alcuni detenuti, scrivono Michael Weiss e Hassan Hassan nel loro Isis: Inside te Army of Terror. Non erano pochi i prigionieri che si facevano arrestare e chiedevano d’essere messi in compound dove sapevano essere rinchiusi altri qaedisti. “Se stavi cercando di costruire un esercito – ha detto ai due autori il generale Stone – la prigione era il luogo perfetto per farlo: davamo loro una copertura sanitaria, il dentista, cibo, e soprattutto facevamo in modo che non si facessero uccidere in combattimento”. Lì, si costruivano relazioni, si creavano gerarchie. E lì che il “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi ha maturato lo status di leader.

 

 

Un rito di passaggio

 

 

“Le prigioni sono ovunque un luogo dove esiste una ricettività dal punto di vista psicologico, un bacino ideale, basti pensare al fenomeno delle gang americane”, dice Vidino. In Francia, per i giovani di quelle banlieue dove il tasso di criminalità è molto alto, l'incarcerazione è quasi “un rito di passaggio”, durante il quale può avvenire l'incontro con ideologie radicali.

 

 

Alcuni programmi di deradicalizzazione all'interno di prigioni sono spesso citati come possibili modelli. In Olanda, per esempio, individui radicalizzati sono isolati in una sezione di un carcere di massima sicurezza vicino all'Aia, “come una cellula cancerogena”. La prigione di Fresnes, vicino a Parigi, a ottobre 2014 ha avviato un esperimento simile, ora replicato da altri centri di detenzione. Quelli olandesi sono però numeri molto bassi rispetto al fenomeno francese: i costi sono ridotti, e i detrattori parlano comunque di programmi cui manca la cruciale fase di riabilitazione nella società, presente per esempio in nazioni come la Danimarca, dove ancora una volta però i numeri sono contenuti.

 

 

“Dove poni il limite sui diritti civili? – si chiede Vidino riguardo a possibili programmi di deradicalizzazione. Come controllare tutti i sermoni di imam improvvisati in carcere, tutti i libri in lingua araba che entrano in ogni singola cella? Come può un Paese occidentale decidere quale tipo di Islam e quale grado di ideologia islamista siano accettabili? Quale amministrazione carceraria ha queste capacità e competenze? Anche se la Francia sta creando una rete di imam focalizzata sul lavoro nelle carceri (entro marzo il numero dei cappellani musulmani per 65.000 detenuti dovrebbe aumentare di 60 unità, dalle attuali 181, ndr) il problema restano le risorse”. Per molti Paesi europei con reali problemi di numeri – come la Francia e il Regno Unito – anche i programmi di riabilitazione avrebbero costi proibitivi, spiega a Oasis Raffaello Pantucci, ricercatore del Royal United Services Institute, che ricorda anche come il tentativo dei sauditi di reintegrare nella società ex jihadisti dando loro un lavoro e una casa non sempre funzioni: alcuni di loro sono infatti tornati attivi.

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