Cristiani e arabità/ La testimonianza personale di un arabo e cristiano, nato e cresciuto in Medio Oriente, tra Giordania e Palestina, Vescovo a Tunisi e ora ad Amman, fa luce sulla realtà delle comunità cristiane nel mondo islamico. Tra Maghreb e Mashreq emergono due modi diversi di esprimere l’appartenenza cristiana. Ma la coscienza è la stessa.

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Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:35:41

Nei Paesi del Medio-Oriente parlare della diversità dell’altro è all’ordine del giorno. Diversità di religione ma anche diversità all’interno di una stessa religione. Per un arabo cristiano vivere il diverso è un’esigenza pratica prima ancora di essere una vocazione. Un cristiano arabo che nasce in un Paese musulmano cresce con una mentalità “minoritaria”. In questo c’è del buono (solidarietà all’interno del gruppo religioso, serietà sul lavoro, formazione intellettuale avanzata, dovere di testimonianza), e del meno buono (tentazione di ripiegamento identitario, paura, sensibilità, instabilità…). Si finisce per acquisire inconsciamente una mentalità minoritaria di chiusura nello status quo, che teme il cambiamento e porta a una certa complicità con il potere politico per paura del futuro. In effetti, nella lunga storia delle Cristianità orientali si nota come queste il più delle volte si siano piegate piuttosto di combattere, siano scese a patti piuttosto di resistere. Non è un giudizio ma una costatazione. Le reazioni e le posizioni della maggior parte delle Chiese del Medio Oriente in merito ai recenti avvenimenti che hanno scosso il mondo arabo riflettono questa realtà. Si preferisce ciò che esiste e che protegge a ciò che potrebbe succedere e non garantire la stessa protezione, soprattutto se, come minoranza, si è “protetti” da un’altra minoranza. È il caso della Siria. Detto questo, un arabo cristiano del Medio Oriente non è necessariamente infelice. Non parlo delle situazioni economiche (generalmente è più agiato a livello economico – tranne, forse, che in Egitto) o politiche (è generalmente meno avvantaggiato, soprattutto in Egitto), mi colloco al livello della vita di un cristiano in terra d’Islam. Ci sono dei punti che aiutano il cristiano arabo a sentirsi più o meno “a casa sua”. Innanzitutto una lunga storia. Sono più di quindici secoli che gli arabi cristiani vivono con gli arabi musulmani. Sarebbe ingenuo pensare che questi quindici secoli siano trascorsi senza scontri, senza alti e bassi (i tempi più duri sono stati la fine del regime abbaside e poi il periodo mamelucco e ottomano). Ma è altrettanto vero che una coesistenza così lunga ha forgiato, negli uni e negli altri, la convinzione che l’altro (cristiano o musulmano) sia parte integrante della propria storia, cultura e civiltà. Non è un dettaglio (questa è una differenza notevole rispetto ai Paesi del Maghreb) e su questo aspetto tornerò più avanti. Occorre poi tenere conto del fatto che gli arabi cristiani in generale si sono sempre considerati arabi (soprattutto la Giordania, la Palestina e la Siria). La loro appartenenza al “mondo arabo”, nella sua grande componente musulmana, non crea problemi. Essi sono originari del Paese, allo stesso livello, se non di più, degli arabi musulmani, ciò che offre loro una garanzia morale e rende logico a loro come ai musulmani il fatto che il Paese, la società e la vita quotidiana siano islamo-cristiani. Si dice che anche il dolore serva a qualcosa. La sofferenza unisce. Chi legge la storia politica dei Paesi del Medio Oriente vede una serie di occupazioni e guerre che non hanno risparmiato né i cristiani né i musulmani: crociati, mamelucchi, turchi, inglesi, francesi, israeliani… In tutte queste sofferenze, la dimensione nazionale, ovvero quella dell’arabità, ha prevalso sulla dimensione religiosa. In Terra Santa, per esempio, gli arabi (cristiani e musulmani) hanno lottato insieme contro l’occupazione dei Crociati (cristiani), contro l’occupazione dei Turchi (musulmani) e lottano ancora contro l’occupazione degli israeliani (ebrei). Accanto a questi punti positivi ci sono anche malintesi, rimpianti, zavorre storiche, pregiudizi, prese di posizione, questioni ancora senza risposta. Posso citare per esempio la “strada” musulmana. Non parlo dell’élite intellettuale né dei dirigenti politici. La strada musulmana a volte guarda con un’ombra di dubbio l’arabo cristiano e la sua appartenenza sincera e totale alla “causa araba”, soprattutto politica. E questo è dovuto al fatto che le tre istituzioni che formano la “strada musulmana”, la famiglia, la scuola e la moschea, non parlano o parlano male dell’altro. Questa “cattiva informazione” segna intere generazioni. Vi è poi un altro malinteso di natura storica. Come l’Occidente confonde facilmente l’arabo col musulmano, così l’Oriente confonde facilmente l’occidentale col cristiano. L’arabo cristiano è facilmente associato a tutto ciò che fa l’Occidente (crociate, colonialismo, sionismo, conflitto israelo-palestinese, guerra contro l’Iraq e l’Afghanistan…). L’arabo cristiano sente continuamente il bisogno di affermare la propria “arabità” e di ribadire di non essere per nulla favorevole a ciò che l’Occidente fa a livello politico, economico e militare. Una terza fonte di malessere deriva dalle statistiche. Dei quindici secoli di coesistenza con i musulmani ben tredici sono stati vissuti in uno status di minoranza. Nel corso dei secoli, lo status di maggioranza musulmana e di minoranza cristiana ha plasmato una mentalità che non facilita sempre il dialogo. Da parte della maggioranza, si parla facilmente di tolleranza, protezione, addirittura di privilegi, ciò che i cristiani arabi rifiutano poiché ritengono che la cittadinanza, i diritti e i doveri, derivino dalla persona umana, non dalle statistiche. Da parte della minoranza vi è, oltre a ciò che ho già detto, una certa tendenza alla paura, alla ricerca di una protezione straniera, una certa resistenza a scendere in piazza e a esagerare i piccoli incidenti quotidiani. Bisogna aggiungere che la parte maggioritaria non ha ancora fornito ai cristiani garanzie ufficiali e chiare capaci di dissipare queste apprensioni derivanti dalla psicologia, dalla storia e dalla prudenza. L’ultimo elemento è l’islamismo crescente in molti Paesi, a prescindere dalle diverse colorazioni. Anche nei Paesi arabi che non sono focolai di islamisti, la compenetrazione del religioso e del politico nell’Islam dà luogo a un nuovo vocabolario a tinta islamista che rafforza l’apprensione dei cristiani arabi (l’Islam è la soluzione, le nuove crociate, lo statuto di dhimmî…). Le tendenze “islamizzanti” sempre più evidenti nei Paesi della famosa Primavera araba (Tunisia, Libia, Egitto, Marocco) accentuano tale apprensione. Un Vescovo mediorientale a Tunisi Cosa cambia per un arabo cristiano che viene dal Medio Oriente vivere in Tunisia come Pastore della Chiesa? La Tunisia è un Paese arabo e musulmano. Queste due nozioni sono essenziali e sono la sintesi dell’articolo 1 della Costituzione, che non è stato modificato dalla nuova Costituzione. Si assiste anche, soprattutto in seguito alla rivoluzione del 14 gennaio e alla liberalizzazione dei partiti politici, a una riscoperta di questa identità arabo musulmana del Paese. Per un mediorientale l’arabità così come l’Islam tunisino sono realtà abbastanza moderate. Per un arabo del Mashreq, i “suoi” arabi sono più arabi e i “suoi” musulmani sono più musulmani. La moderazione innata dell’Islam tunisino è dovuta a diversi fattori: la Tunisia è geograficamente lontana dal cuore del mondo arabo e musulmano – è a un’ora di volo da Roma contro le tre ore e mezza del Cairo. La Tunisia ha conosciuto un grande mescolamento di popoli e culture che hanno plasmato il tipo tunisino, e i migliaia di matrimoni misti (fenomeno molto meno frequente in Medio Oriente) contribuiscono a questa moderazione perché creano generazioni bilingui e multiculturali. Si aggiungano gli interessi economici del Paese e il fenomeno del turismo, che portano a uscire da se stessi e aprirsi all’altro. Sotto il regime precedente credo che questa fosse anche una linea politica. Il futuro ci dirà qualcosa di più. In questo contesto di arabità e Islam moderati si collocano la Chiesa e i cristiani venuti dai quattro angoli del mondo. Cristiani nel Maghreb Un cristiano è un cristiano sempre e ovunque. Vi sono dei principi di fede e di vita che non cambiano né al Polo nord né al Polo sud, nonostante la fede debba inculturarsi o per lo meno adattarsi alle diverse circostanze nelle quali è chiamata a vivere. Certamente ci sono aspetti nella vita della Chiesa in Tunisia ai quali un cristiano del Medio Oriente non è abituato. La Chiesa in Tunisia è una realtà estranea. È locale in senso teologico, ma non materiale – in senso concreto (popolo, cultura, lingua, tradizioni, mentalità, apertura verso un’altra fede…). Pur essendo arabo, come nel mio caso, questa distanza resta. Sarà meno acuta ma la si percepisce. Una realtà estranea che però gode di grande rispetto e stima per il suo lavoro umano, sociale e intellettuale. Essa sa che ci sono delle linee che non deve oltrepassare, e non le oltrepassa. In secondo luogo vi è grande varietà – direi diversità – nella Chiesa in Tunisia tra il clero, i religiosi e i laici, nel modo di pensare, nella nozione di missione, nella formazione teologica e pastorale, nel modo di vivere la fede, di vedere il Paese e soprattutto di comportarsi con i tunisini. C’è tutta una generazione di persone (clero, religiosi e laici) che, dopo l’indipendenza del Paese e la fine del Protettorato francese ha scelto di restare e di servire nell’amore e nella gratuità. È questa generazione che, a partire dall’indipendenza, ha permesso alla Chiesa di sopravvivere. Questa generazione sta scomparendo. Ci sono anche persone (preti, religiosi/e e laici) che pur vivendo nel Paese restano nel loro mondo. È il caso di alcuni europei, imprenditori, funzionari della Banca Africana dello Sviluppo e di alcuni nuovi movimenti ecclesiali. Non giudico nessuno, faccio solamente una costatazione. Infine, ci sono alcune persone con una mentalità un po’ arrogante che parlano bene del Paese ma ai loro apprezzamenti fanno seguire sempre un “ma”. Sono residui di storia, psicologia, mentalità, paternalismo e nostalgia dei vecchi tempi… Per un uomo di Chiesa la questione si riassume così: se si sceglie di venire in questo Paese, in questa Chiesa e di lavorarci e viverci, anche solo per un certo tempo, occorre amare questo Paese, questo popolo e questa Chiesa e sentirvisi a proprio agio, perché non si potrà mai servire se non si ama, e non si potrà amare se non si conosce. Si può quindi aggiungere che a livello diocesano vi è una reale difficoltà nel concepire un piano d’azione pastorale comune, viste le sensibilità diverse. Certamente ci sono dei temi comuni ma la loro concretizzazione dipende dalle persone e dalle comunità, ciascuna con le proprie sensibilità. Per questo motivo, ogni due anni una lettera pastorale proponeva un tema di riflessione per tutti (l’accoglienza, il ruolo e la missione dei cristiani laici, la Parola di Dio, gli ultimi avvenimenti in Tunisia). Per finire in bellezza, dobbiamo rendere grazie a Dio perché nella Chiesa tunisina c’è una vita spirituale forte, un grande senso della missione a prescindere dall’idea che se ne ha. Va anche detto che il senso della missione e della presenza della Chiesa è una domanda che si ripresenta in ogni tempo, visti i cambiamenti che il Paese conosce a livello economico, sociale, politico e religioso. L’ultima lettera pastorale cerca proprio di offrire una lettura teologico-pastorale di tutto ciò che il Paese sta vivendo. Nel clero e nelle comunità religiose c’è un reale spirito di povertà e gratuità. Non è un fatto scontato per un cristiano del Medio Oriente, dove il fasto (liturgico ma anche sociale e personale) è quasi di diritto. Il punto forte della vita della Chiesa in Tunisia è la fiducia totale in Dio e l’accettazione serena della sua fragilità, a tutti i livelli. La Chiesa non ha alcun “valore” stabile: il 25% dei suoi fedeli cambiano ogni anno, il ricambio del personale religioso è faticoso. La Chiesa in Tunisia vive veramente a mani vuote ma nonostante questo riesce a compiere la sua missione perché riesce a trasformare questa fragilità in atteggiamento fede. Anche questo non è scontato per un cristiano mediorientale, dove la stabilità e la storia secolare danno una sensazione di fiducia in se stessi. Infine, la difficoltà derivante dalle sensibilità culturali, linguistiche e spirituali diverse di cui ho parlato è un arricchimento notevole ma bisogna pagarne il prezzo (molta pazienza, equilibrio e comprensione, senza alcuna esclusività o egemonia). Occorre avere il carisma della sintesi, dal momento che nessuno ha la sintesi dei carismi. Essere in Medio Oriente o in Africa del Nord, nel Mashreq o nel Maghreb, è un dettaglio. L’importante è sapere che il fatto di essere e vivere la propria fede in un determinato Paese non è mai frutto del caso. C’è sempre una volontà di Dio che noi dobbiamo cercare di comprendere, accettare e vivere.

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