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Religione e società

Comitato Scientifico 2013 - Saluto introduttivo del direttore scientifico Martino Diez

X INCONTRO DEL COMITATO SCIENTIFICO DELLA FONDAZIONE INTERNAZIONALE OASIS SUL CRINALE. CRISTIANI E MUSULMANI TRA SECOLARISMO E IDEOLOGIA UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO, 17-18 GIUGNO 2013

Cari amici di Oasis,

 

 

l’odierno incontro è il decimo nella serie del Comitato scientifico di Oasis. Dalla prima riunione la nostra Fondazione ha conosciuto un significativo allargamento sia in termini di rapporti e di persone che vi lavorano che di temi, passando da un’attenzione specifica alle comunità cristiane orientali a una riflessione più ampia che, senza dimenticare tale punto sorgivo, prende in considerazione le società musulmane e l’intreccio tra cristiani e musulmani, anche in Europa, come elemento paradigmatico dell’odierno meticciato di civiltà e culture.

 

 

È evidentemente un’impresa disperata cercare di riassumere in poche parole il percorso, culturale e anche personale, di questi anni. Piuttosto, vorrei limitarmi a evidenziare un aspetto di metodo che ha guidato le attività fin dall’inizio, l’idea cioè di non partire, per quanto possibile, da teorie preconcette, ma di mettersi piuttosto in ascolto della realtà. È il tema della precedenza dell’esperienza su cui il Cardinal Scola ha insistito fin dal primo momento, contro un intellettualismo endemico che pretende di giudicare prima ancora di aver afferrato tutti i termini della questione. Tale principio ha guidato anche la scelta del tema di questo Comitato. Esso infatti non nasce a tavolino.

 

 

Forse alcuni dei presenti, tra quanti hanno partecipato all’incontro di Tunisi 2012, ricorderanno ancora l’affermazione provocatoria con la quale Abdel Majid Charfi, già preside della facoltà di lettere della Manouba, concludeva la sessione del pomeriggio del nostro Comitato, più o meno un anno fa. A suo avviso la società tunisina, e più in generale le società arabe, stavano conoscendo una crescente secolarizzazione, che si traduceva nella necessità di normare per legge quel riferimento alla religione che in epoca pre-moderna sarebbe apparso scontato. Se si pensa al contesto piuttosto teso della Tunisia di quei giorni, in cui i salafiti guadagnavano visibilità preparando l’escalation dei mesi successivi fino agli assassini politici dell’autunno, l’affermazione di Charfi non poteva che stupire. Era una tesi superata dai fatti, mantenuta per inerzia accademica? O piuttosto una visione capace di cogliere un movimento profondo e sotterraneo della società? Più volte nei mesi successivi, di fronte alle notizie contraddittorie provenienti da un Medio Oriente sempre più inquieto, incontrando le persone o leggendo le tesi degli analisti più noti (alcuni dei quali sono qui con noi al Comitato), mi è accaduto di ritornare a questa domanda. E proprio la difficoltà a rispondervi in modo definitivo mi ha convinto di due cose: che si trattava di un tema che merita di essere discusso e che l’alternativa, nella forma secca di un vero/falso, era fuorviante.

 

 

Va detto subito che il termine “secolarizzazione” non è probabilmente il più adatto, visti i numerosi e a volte contrastanti significati di cui la parola si è caricata e il suo spiccato radicamento nella storia della Cristianità occidentale, per quanto anche altre civiltà, compresa quella islamica, abbiano conosciuto distinzioni in qualche modo riconducibili alla polarità trascendente/mondano questo difetto è, per altro verso, anche un vantaggio perché documenta l’esistenza di un nucleo comune, una domanda (o una porzione di domanda) che si ripropone oggi in modo insistente a varie latitudini, sia sul piano delle istituzioni che della società. La protesta turca tuttora in corso, ma anche il conflitto che ha accompagnato l’adozione della nuova Costituzione in Egitto e il travagliato percorso istituzionale in Tunisia, mostrano in effetti che non siamo di fronte a un abbaglio occidentale: davvero la questione del ruolo del religioso (e del non-religioso) rappresenta un nervo scoperto in queste società, come del resto nel mondo euro-atlantico.

 

 

Attraverso i contributi dei relatori, che ringrazio per aver accettato il nostro invito, cercheremo di presentare un quadro il più possibile completo di questa realtà in così rapido e tumultuoso movimento. Può essere utile precisare che l’immagine che abbiamo scelto per il titolo, “il crinale”, è per noi descrittiva e propositiva al tempo stesso. Descrittiva, perché sono evidenti a tutti gli opposti pericoli di un utilizzo politico della religione come ideologia impegnata, con tutta la carica di violenza che è esplosa tragicamente in questi mesi in Nigeria, Pakistan o Siria, e di una sua riduzione a mero fatto privato, sempre meno tollerato (si pensi alla continua erosione del principio di obiezione di coscienza in numerosi ordinamenti giuridici europei). Ma l’immagine vuole essere anche propositiva, perché il nostro incontro, nella sua duplice dimensione di analisi e di racconto, intende rilanciare prima di tutto ai presenti la possibilità, tra egemonia e irrilevanza, di imboccare il cammino della testimonianza, come ha ricordato il Cardinal Scola nel suo recente volume Non dimentichiamoci di Dio.

 

 

Di tutto questo avremo ampio modo di discutere. Prima di lasciare la parola ai relatori, vorrei però aggiungere un elemento suggerito dai fatti di Turchia che occupano la cronaca di questi giorni. La protesta in corso a Istanbul e in altre città, e su cui è certamente prematuro esprimere un giudizio, mostra che la questione della secolarizzazione non può essere ridotta a un conflitto tra i sostenitori di una visione laica di tipo tradizionale e i fautori di una teologia politica, per intenderci kemalisti e islamisti duri e puri. È in gioco una domanda più radicale che passa attraverso la discussione degli assetti istituzionali e la difesa della libertà di stampa e di protesta pacifica, ma che non si esaurisce in essa. È la domanda sul metro con cui giudicare la bontà di una posizione politica che si vuole ispirata religiosamente. Non è un caso se la protesta è scoppiata questa volta non intorno a un articolo della Costituzione o a una bozza di riforma, ma intorno a un parco e al progetto di trasformarlo in un centro commerciale, simbolo del nuovo benessere su cui il Partito al governo fonda le sue credenziali.

 

 

Nel suo volume sull’età secolare Taylor individua nella riduzione della fede a puro human flourishing una delle caratteristiche più singolari della prima età moderna. Essa avrebbe aperto la porta a sviluppi successivi, poiché, una volta che si afferma l’idea che ciò che Dio chiede all’uomo non è nulla più che il suo benessere, diventa pensabile un “umanesimo esclusivo” nel quale la religione appare dapprima secondaria, quindi irrilevante e in ultima analisi superflua sottile e graduale. Ma ineluttabile: se alla fine il Cristianesimo o l’Islam (o qualsiasi altra religione) non sono altro che sviluppo e giustizia, che bisogno c’è di un Dio che se ne faccia garante? In questo contesto la religiosità può continuare tranquillamente a esistere, ma nella forma di un puro ossequio formale, come annota nel suo diario il giovane e ribelle Naghi, personaggio di un romanzo dell’egiziano ‘Ala al-Aswani. Con poche parole egli fotografa i suoi colleghi borsisti inviati come lui a studiare nella prestigiosa università di Chicago: «Sono tutti ragazzi molto dotati e grandi lavoratori [...]. Credo che tra loro non ce ne sia nemmeno uno cui interessi qualcosa al mondo che non siano i suoi studi, la sua carriera scientifica e la ridefinizione verso l’alto delle sue entrate.

 

 

Per la maggior parte sono ferventi praticanti [...] Per dirla a grandi linee: per loro la religione è preghiera, digiuno e velo»

 

 

Il senso e l’opportunità della riduzione dell’esperienza religiosa a puro human flourishing, che non necessariamente esclude una pratica rituale anche convinta, sembra dunque essere una forma nuova che il dibattito sulla secolarizzazione assume in alcune di queste società, sparigliando le carte, generando a volte alleanze insolite come si è visto in Piazza Taksim e prima ancora in Piazza Tahrir, talvolta invece inducendo per reazione una più forte polarizzazione. Emerge a ogni modo la rinnovata importanza del tema economico, a cui non a caso è dedicato l’ultimo numero della rivista Oasis che avete trovato in anteprima all’ingresso. E questo proprio nel momento in cui in Occidente la crisi costringe a ritornare su alcuni assunti.

 

 

Secolarizzazione, ideologia politica, significato dell’esperienza religiosa e suo possibile impoverimento: sono temi che avremo modo di approfondire. Credo tuttavia che già queste semplici notazioni “impressionistiche” possano dare l’idea della portata delle sfide che attendono cristiani e musulmani. Gli sviluppi dell’ultimo anno hanno complicato i termini della questione da cui siamo partiti, rendendo, se possibile, ancora più ardua una risposta univoca. Ma hanno anche mostrato con chiarezza quanto essa sia attuale e condivisa.

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