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Religione e società

Cristiani in Turchia: i cittadini negati

Intervista a mons. Ruggero Franceschini

 

A cura di Maria Laura Conte

 

 

Chi c’è dietro la mano di quei giovani che uccidono dei cristiani in Turchia? Chi li muove e li arma?

 

 

La realtà è molto complessa. Remotamente, c’è tutta una cultura di esaltazione della razza, e una falsa concezione della laicità. Se fossero davvero “laici” dovrebbero rispettare nelle scuole chiunque è di fede diversa. Invece, ci troviamo di fronte a lunghi anni di insegnamento scolastico che esalta solo il valore della Turchia, non quello storico e paesaggistico, bensì il valore delle conquiste militari e di una dottrina coranica insegnata obbligatoriamente, in tutte le scuole, e molto spesso da persone non preparate.

 

L’impegno maggiore degli insegnanti è quello di negare la realtà del cristianesimo, o quello di sminuirne il valore attraverso illazioni semplicistiche e prive di fondamento (per es. per loro esistono quattro Vangeli, perché gli evangelisti hanno raccontato quanto detto e fatto da Gesù secondo una mentalità individuale, e quindi il Vangelo perde di importanza, perché non è altro che un racconto inventato…).

 

Tutto questo viene poi propinato agli alunni con una carica di odio e di violenza che per alcuni può essere innocuo, ma per altri diventa motivo di contrapposizione estrema e velenosa. Ecco perché i nazionalisti e gli islamisti cavalcano con molta facilità questa opposizione, a volte nascosta, o comunque fino ad ora non gridata.

 

In pochi giorni, una popolazione tranquilla può diventare, soprattutto nei più deboli mentalmente, violenta. Tutto questo ha buon gioco, anche perché nessuno di quelli che hanno rapporti con la Turchia ha mai fatto sentire una parola di ammonimento. È vero che noi non cerchiamo protezione militare, ma chiediamo il riconoscimento di diritti uguali per tutti coloro che vogliono far parte di un’unica comunità, cioè l’Europa.

 

 

I media in Europa e America mettono in evidenza come le minoranze in genere (armeni, cattolici, protestanti) abbiano la vita difficile in Turchia. Non sono neanche l'1 % eppure sembra costituiscano un problema per la stragrande maggioranza musulmana. È davvero così? Oppure tali minoranze preoccupano solo altre "minoranze" di violenti e fondamentalisti?

 

 

I media in Europa sono poco informati di questo sottofondo di indottrinamento “prolungato nel tempo” di odio, di violenza, di contrapposizione, che può esplodere in ogni momento, non essendoci regole comuni, neppure nel Diritto Civile e Penale: in un incidente stradale, per esempio, uno straniero non potrà mai aver ragione, anche se i fatti sono dalla sua parte al 100%. Quando non si può smentire la realtà dei fatti accaduti, allora si concede il 50 e 50.

 

Non è affatto vero che esiste solo l’1% di razze e religioni diverse. Molti tengono nascosta la loro appartenenza religiosa e la loro etnia, accettando che venga scritto sulla carta d’identità la dicitura: ”turco-musulmano”. Soltanto i più coraggiosi non nascondono la loro identità. Possiamo quindi dire che in Turchia la percentuale di quelli che non sono né musulmani sunniti, né turchi, è più alta dell’1% (molti armeni, molti curdi, molti alawiti si fanno registrare semplicemente come turchi, pur appartenendo a razze e religioni diverse).

 

Infine si potrebbe in parte ammettere che i violenti e fondamentalisti sono soltanto minoranze, ma va tenuto presente che tali minoranze sono gli strumenti di una moltitudine molto più larga.

 

 

La Chiesa Cattolica che vive in Turchia come si pone davanti ai recenti fatti violenti? Quale strada realistica propone di percorrere perché si esca da questa situazione di pericolo?

 

 

Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, devo dire che noi ci poniamo continuamente in posizione di dialogo e di collaborazione. Occorre che qualcuno dall’esterno forzi il blocco fondamentalista e nazionalista, perché si riconoscano le diverse Chiese (la Chiesa Latina in particolare non è ancora riconosciuta) e si permetta alle diverse religioni di potere esprimersi liberamente e “correttamente”, magari anche formando ognuna i propri sacerdoti in loco.

 

Sottolineo il “correttamente”, perché alcune sette protestanti molto spesso non rispettano gli accordi presi con lo stato turco.

 

 

L'ingresso nell'Unione europea potrebbe costituire una difesa dal rischio di estinzione dei cristiani in Turchia?

 

 

L’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, che noi auspichiamo, deve essere fatto senza nessun sconto giuridico. Le diverse risposte che abbiamo dato sono molto più complesse di quanto non sembri. Abbiamo cercato di dire semplicemente l’essenziale, perché si comprenda un po’ meglio la difficile realtà di questo Paese. Noi crediamo, contrariamente a quanto possono supporre i media americani o europei, che con un cristianesimo di servizio e di attenzione ai più poveri, agli innumerevoli profughi, alle persone profondamente sincere e in ricerca, si possa non solo evitare l’estinguersi del cristianesimo in questi luoghi, ma piuttosto rinnovarlo e aumentarlo.

 

Invece, siamo preoccupati perché, se non si rispetteranno minuziosamente le regole di ingresso della Turchia in Europa, la stessa Europa subirà danni gravissimi sotto l’aspetto della convivenza e del rispetto religioso reciproco.

 

 

Il viaggio del Papa è già un ricordo sbiadito nella comunità turca o la sua testimonianza è ancora viva?

 

 

Il viaggio del Papa in Turchia è stato un incontro splendido con tutti coloro che desiderano qualche cosa di diverso e di più fraterno per tutti. La sua testimonianza rimane, ma lo zoccolo duro del fondamentalismo islamico non ha recepito questo messaggio, anzi, molto spesso lo ha strumentalizzato. Speriamo però che il suo viaggio non rimanga un gesto isolato.

 

 

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