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Cristiani nel mondo musulmano

Dalle Radici Antichissime una Speciale Fioritura

Giordania. Storia di una Chiesa nata subito dopo il martirio di Santo Stefano. Dal periodo d’oro della cristianizzazione alla conquista dell’Islam. Un muratore ammalato e l’estensione del Patriarcato latino di Gerusalemme. Dal ’900 un ruolo insostituibile.

La Giordania è parte integrante della Terra Santa, oltre a essere un paese biblico legato alla storia della Salvezza e alla vita di Cristo, dei profeti, degli apostoli e dei martiri. I cristiani giordani continuano le culture dell’Antico e del Nuovo Testamento e la loro identità è strettamente legata ai luoghi santi e alla storia della Chiesa in Medio Oriente in generale e in Terra Santa in particolare. Tante pagine del Vecchio Testamento non si possono capire veramente senza riferirsi alla geografia dell’attuale Giordania.

 

 

La diffusione del cristianesimo al di fuori dei confini della Giudea iniziò molto presto, in particolare subito dopo il martirio di Santo Stefano e a causa della persecuzione di cui fu vittima la Chiesa. Chiaramente questa prima diffusione prese l’avvio dai territori confinanti con la Giudea e la Samaria nei quali vivevano ebrei e pagani. Le persecuzioni del cristianesimo in Giordania continuarono a fasi alterne per i primi tre secoli della sua storia, come d’altronde avvenne per tutte le chiese dell’Impero romano. La storia ricorda alcuni martiri a Petra, Kerak, Pella (Tabaqat Fihl), Umm Qays e Amman, tra i quali i più noti sono sicuramente Zenone e Zenia, che subirono il martirio ad Amman il 23 giugno del 204, all’epoca dell’Imperatore Massimiano. Così anche in Giordania i semi piantati dai martiri trovarono un terreno fertile.

 

 

Alla fine del quarto secolo la Giordania era completamente cristianizzata: sorgevano ovunque splendide chiese e nello stesso tempo fiorivano la vita monacale e ascetica, come provato dai resti di decine di basiliche rinvenuti a Jerash (Gerasa), Madaba, Amman, Petra, Umm al-Rasas, Umm al-Jamal e altrove, che testimoniano la forza di fede dei cristiani di quel tempo e il loro amore per la casa di Dio. Alla prosperità del paese contribuì la sicurezza politica, garantita ai confini del deserto dalle tribù arabe, molte delle quali – in particolare i Ghassanidi del centro-nord del paese e i Nabatei del sud – abbracciarono il cristianesimo. In molte zone la fede cristiana assimilò il carattere della vita tribale: i Vescovi venivano eletti tra i membri di ogni tribù e tra di esse germinarono così i semi dei valori cristiani. L’aramaico, un cui dialetto è ancora oggi in uso in alcune parti del Medio Oriente con il nome di siriaco, non era solo la lingua del popolo ma anche quella della liturgia, sia in Giordania che in Palestina e in tutta la Siria. Questo significa che tutte le altre liturgie presenti nell’odierna Giordania (bizantina, armena, latina, ecc.) vengono dall’esterno. La loro diffusione nel Paese fu dovuta a vari motivi, il primo dei quali è la vicinanza della Terra Santa: tutte le Chiese aspiravano infatti a mettervi radice, essendo questa patrimonio comune di tutti i cristiani e non monopolio di singoli gruppi o comunità . Il secondo motivo è che molti dei pellegrini che si recavano ai Luoghi Santi finivano per abbracciare la vita monacale del deserto oltre il Giordano.

 

 

La Giordania restò integralmente cristiana fino all’ingresso degli eserciti arabo-islamici che conquistarono Amman il 16 agosto 636 per mano di Yazîd Ibn Abî Sufyân. A quel tempo solo una minoranza esigua si convertì all’Islam. Ma, per diverse ragioni, politiche, sociali ed economiche, e per l’oppressione e le persecuzioni di alcuni governatori, la minoranza musulmana cominciò a crescere di numero, mentre la popolazione cristiana diminuiva pur rimanendo maggioritaria ancora per molti secoli.

 

 

Finite le crociate, i frati francescani si installarono nei Luoghi Santi acquistati nel 1333 dal Re di Sicilia e divenuti di loro proprietà nel 1342. In Giordania tuttavia non esistevano luoghi riconosciuti come santi (il Monte Nebo, ad esempio, è stato trasformato in santuario solo nel ’900) e per questo la presenza dei missionari rimase molto limitata e sporadica.

 

 

Le cose cambiarono con l’erezione del Patriarcato latino nel 1847. Il primo Patriarca latino, S.E. Mons. Giuseppe Valerga, istituì immediatamente un seminario e inviò alcuni missionari a studiare presso i Padri Gesuiti in Libano. A questo proposito si racconta un aneddoto curioso. Tra i capi delle tribù cristiane che si recarono a Gerusalemme per dare il benvenuto al nuovo Patriarca si trovava un uomo venuto da Nazareth insieme al figlio dodicenne. Ricevendone gli omaggi, il Patriarca commentò che avrebbe voluto vedere quel bambino entrare in seminario. L’uomo gli rispose: «Beatitudine, glielo offro come sacerdote». Il bambino in questione sarebbe diventato Abûna Yûsef Tannûs, fondatore delle Suore del Rosario insieme a Suor Marie Alfonsine, la cui causa di beatificazione, che ancora attende la prova del miracolo, è depositata a Roma.

 

 

La Prima Scuola

 

 

L’estensione del Patriarcato latino alla Giordania fu frutto di una circostanza particolare. Un giorno infatti un cristiano di Salt voleva costruirsi la casa e fece arrivare per questo, da Betlemme, un muratore, di rito latino. Non appena giunto, il muratore si ammalò e, temendo per la sua vita, chiese di poter vedere un sacerdote latino, ma il più vicino risiedeva a Nablus, a due giorni di distanza a cavallo. Una delegazione partì da Salt e raggiunse il sacerdote, il quale, lasciato tutto, seguì gli inviati. Restò con l’ammalato circa una settimana, mentre le condizioni del muratore s’aggravavano di giorno in giorno. Quando l’uomo morì, il sacerdote, celebrato il funerale, fece per ripartire, ma gli abitanti del paese, colpiti dal suo zelo pastorale, gli chiesero di rimanere. Il sacerdote suggerì di chiedere l’autorizzazione al Patriarca di Gerusalemme, che gli concesse di rimanere. Quando nelle altre città si seppe che Salt aveva un missionario, tutti incominciarono a domandare al Patriarca altrettanto e in questo modo la Chiesa latina si diffuse nel paese.

 

 

Occorre dire che a quel tempo la situazione in Giordania era molto difficile: l’ignoranza dilagava, sia tra i musulmani che tra i cristiani, e l’appartenenza al Cristianesimo o all’Islam era semplicemente una questione di tribù. In epoca turca le scuole dell’attuale Giordania si contavano sulle dita di un sola mano. Il Patriarcato latino divenne un pioniere nel campo dell’educazione e dell’istruzione e tale rimase per un periodo di circa novant’anni, fino alla seconda guerra mondiale. Tramite le sue scuole esso operò per la conservazione della fede cristiana, l’educazione delle nuove generazioni e l’insegnamento della lettura e della scrittura agli abitanti cristiani e musulmani. La prima scuola fu aperta a Salt nel 1864. Quindi seguirono le altre: a Rumaimin nel 1873, ad al-Fuheiss nel 1874, a Kerak nel 1876, a Madaba nel 1880, ad al-Hisn nel 1885, ecc…

 

 

Quanto alle scuole degli ordini religiosi dipendenti dal Patriarcato latino, esse furono fondate nella seconda metà del XX secolo, in seguito alla guerra del 1948 e all’arrivo dei profughi palestinesi. Le scuole degli ordini religiosi costituiscono il polo educativo delle classi medie e alte, mentre quelle del Patriarcato servono le classi medie e quelle più povere. Inoltre le scuole degli ordini si trovano nella capitale Amman e nelle maggiori città, mentre quelle del Patriarcato sono situate sia nelle grandi città che in quelle più piccole e nelle campagne. Entrambe sono normalmente costruite vicino ai monasteri o alle chiese, così da garantire agli allievi anche un’educazione liturgica. Esse riflettono la realtà della società giordana e riuniscono entro le stesse mura cristiani e musulmani, con una speciale vocazione a essere luogo di convivenza e di dialogo quotidiano tra gli studenti e gli insegnanti. Spesso il vincolo di amicizia che lega ragazzi di diversi ambienti, sia cristiani che musulmani, favorisce lo sviluppo di una personalità aperta all’accoglienza e alla convivenza con l’altro. Oggi sono 33 le scuole dipendenti dal Patriarcato latino, sia di proprietà del Patriarcato stesso che degli ordini, per un totale di 19.323 tra studenti e studentesse. In particolare 10 scuole appartengono agli ordini religiosi, sia maschili che femminili, per un totale di 8623 studenti e una percentuale di cristiani del 54%; 23 scuole appartengono al Patriarcato, per un totale di 10700 studenti, di cui 7672 cristiani, il 70-71%. Le scuole latine godono del rispetto e della stima sia del Governo che del popolo. Esse dipendono dal Ministero giordano dell’Educazione e dell’Istruzione ed è degno di nota il fatto che esse sono la fonte principale delle vocazioni sacerdotali e monastiche.

 

 

Accanto alle scuole hanno assunto oggi un ruolo molto importante i movimenti giovanili, i più importanti dei quali sono il Movimento della Gioventù Cristiana, il Movimento Scout e il Movimento dei Focolari. Nelle nostre parrocchie crescono poi il ruolo, l’influenza e la responsabilità ecclesiale e pastorale dei laici. Quest’orientamento fu dato proprio in modo chiaro dal Sinodo delle Chiese cattoliche di Terra Santa che si concluse nel 2000, l’anno del grande Giubileo. Da quel Sinodo nacquero comitati che continuano a lavorare alacremente.

 

 

Cristiani nelle Istituzioni

 

 

I cristiani latini in Giordania e i loro fratelli cristiani delle altre Chiese vivono la loro vita religiosa con sempre più coscienza, interesse e responsabilità. Essi sono aperti ai loro fratelli musulmani nella vita sociale ordinaria e nel dialogo quotidiano. In Giordania i cristiani non hanno mai vissuto segregati in un ghetto, ma si sono sempre mescolati ai musulmani nelle diverse città e nei diversi villaggi, anche se è vero che un piccolo numero di villaggi, come Samakia nel sud del paese, al-Fuheiss al centro e Shatna al nord, hanno conservato un netto carattere cristiano. Allo stesso modo i cristiani partecipano alla vita sociale, politica e culturale in tutti i loro aspetti. Si è affermata la consuetudine – non codificata dalla legge – che vi siano nel Governo uno o più ministri cristiani, mentre essi dispongono, di diritto, di nove seggi alla camera dei Deputati, tre dei quali attualmente occupati da latini: quello del sud, quello di Madaba e quello di Irbid. Cristiani si trovano anche nell’esercito dove, tra l’altro, riescono a raggiungere posizioni elevate.

 

 

Il dialogo tra le confessioni cristiane non va oltre la vita quotidiana e l’incontro reciproco nelle grandi occasioni, sia di dolore che di giubilo, e nei matrimoni misti. Tuttavia la Chiesa Cattolica si è adeguata alla celebrazione della Pasqua secondo il calendario giuliano generalmente seguito in Oriente, mentre i laici ortodossi si sono impegnati a celebrare il Natale secondo il calendario gregoriano, così che oggi le due festività sono celebrate tutte nella stessa data, fatto che ha convinto sua Maestà il Re a dichiarare il Natale festa nazionale per tutti i cittadini. Va peraltro ricordato che i Vescovi residenti ad Amman, cioè il Vescovo greco-ortodosso, il Vescovo latino, il Vescovo greco-cattolico e il Vescovo armeno-ortodosso, hanno fondato l’assemblea delle Chiese in Giordania per occuparsi delle questioni comuni a tutti i fedeli. Il numero di cristiani giordani oscilla tra i 160 e i 170 mila. Attualmente si trovano in Giordania 32 parrocchie del Patriarcato Latino, mentre il numero dei cittadini giordani latini è di 42.000, oltre a 3.000 stranieri la cui maggioranza proviene dallo Sri Lanka e dalle Filippine.

 

 

Nel campo del dialogo interreligioso è sicuramente da ricordare l’attività di sostegno agli handicappati svolta dal centro Our Lady of Peace che si occupa di sensibilizzare la società giordana al problema degli handicappati e dei loro diritti. Partendo dalla comune concezione della dignità di ogni uomo in quanto creatura voluta da Dio, il centro opera sia tra i musulmani che tra i cristiani.

 

 

In conclusione, il futuro dei cristiani in Giordania è nelle mani prima di tutto dei cristiani stessi. Vorranno veramente testimoniare il Cristo o preferiranno emigrare? Molti sono partiti, ma a quelli che restano cerchiamo di insegnare che abbiamo una missione da compiere: testimoniare Gesù Cristo in questa nostra società musulmana.

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