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I movimenti che democratizzano la conoscenza

Le donne musulmane sono sempre più protagoniste dell’educazione islamica

Questo articolo è pubblicato in Oasis 30. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 11/12/2019 15:16:38

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Recensione di Masooda Bano, Female Islamic Education Movements. The Re-democratisation of Islamic Knowledge, Cambridge University Press, Cambridge 2017

 

Contrariamente a molte previsioni, negli ultimi decenni l’educazione islamica ha conosciuto un revival in molti Paesi a maggioranza musulmana. In questo processo le donne svolgono un ruolo attivo che Masooda Bano, professoressa associata presso il Dipartimento di Sviluppo internazionale dell’Università di Oxford, ha il merito di mettere in luce nel suo ultimo libro. Partendo dal lavoro sul campo condotto in Pakistan a partire dal 2006, nella Nigeria settentrionale nel 2008 e in Siria nel 2010, l’autrice indaga alcuni gruppi e reti di formazione che negli anni hanno coinvolto un numero crescente di donne musulmane interessate ad approfondire la conoscenza dell’Islam tradizionale, senza perdere di vista le questioni poste dalla realtà contemporanea. La tesi di fondo del libro, come peraltro si evince dal suo stesso titolo, è che queste piattaforme femminili, nate a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, favoriscano la democratizzazione della produzione del sapere religioso e partecipino quindi alla formazione dell’identità islamica. Storicamente le donne hanno svolto un ruolo marginale nell’ambito delle scienze islamiche, anche se le fonti talvolta menzionano nomi di studiose che hanno contribuito alla produzione e all’insegnamento del sapere, soprattutto nel campo della scienza degli hadīth. È noto infatti che le mogli del Profeta, e ‘Ā’isha in particolare, siano state una fonte importante per la trasmissione di queste tradizioni. Nei secoli successivi, le muhaddithāt hanno conosciuto fortune alterne, godendo di una certa visibilità in Egitto e soprattutto in Siria, andata poi declinando a partire dal XIV secolo. Le regioni più periferiche dell’Islam, quali l’Asia meridionale e la Nigeria, hanno invece dovuto attendere diverso tempo per la nascita di una tradizione islamica femminile, che comunque resta ancora abbastanza limitata rispetto ai Paesi arabi.

 

Nella Nigeria settentrionale la formazione religiosa per le donne avviene soprattutto nelle scuole islamiche, nate negli anni ’50. Fino a quel momento l’educazione islamica tradizionale veniva impartita nelle Tsangaya, scuole di primo livello in cui i bambini memorizzavano il Corano e imparavano a leggerlo e scriverlo in arabo, e nelle scuole Ilmi, pensate per un pubblico adulto che volesse studiare i testi della tradizione, in particolare di quella malikita. Le scuole islamiche nascono invece come sistema ibrido, che unisce lo studio dell’Islam classico a materie previste nell’istruzione moderna, tra cui le scienze sociali e la matematica. Frequentate inizialmente solo da uomini, a partire dagli anni ’70 questi centri hanno iniziato ad accogliere anche le donne e da allora ne sono state aperte diverse per un pubblico esclusivamente femminile. Queste realtà, spiega Bano, possono essere legate a movimenti di ispirazione diversa: alcune gravitano nell’orbita delle confraternite sufi, Tijāniyya e Qādiriyya soprattutto, altre sono collegate agli Ahl-i-Sunnah, movimento riformista nato in India che da qualche anno si è diffuso anche nella regione di Kano. Tutte però operano sia in ambito cittadino che in ambito rurale, e accolgono studentesse di qualsiasi classe sociale. I programmi di studio variano secondo la preparazione delle partecipanti, comprendendo un livello per principianti, che prevede lo studio della lingua araba e del Corano, e livelli più avanzati, che propongono lo studio dei testi della tradizione, e a cui solitamente si iscrivono donne medici, funzionari, ingegneri, dotate di un grado d’istruzione più elevato.

 

Anche il Pakistan ha conosciuto a partire dagli anni ’70 un aumento della domanda di educazione islamica tra le donne. Tradizionalmente, le donne pakistane non frequentano la moschea e per questo fino ad alcuni decenni fa la formazione femminile veniva impartita esclusivamente in casa. La situazione è cambiata con la nascita di madrase per sole donne, che oggi sono circa il 20% di quelle registrate nel Paese. Nella città di Lahore sono presenti decine di madrase femminili di ispirazione deobandi, legate al movimento islamista Jamaat-i-Islam, o sciite. Accanto a queste realtà istituzionali, spiega l’autrice, esistono delle reti informali. Al-Huda è una di queste, e si rivolge principalmente alle donne che hanno ricevuto un’istruzione moderna o che sono in carriera. La sua fondatrice, Farhat Hashmi, si è formata tra l’Università islamica internazionale di Islamabad e l’Università di Glasgow.

 

Le ricerche svolte da Masooda Bano in Siria, tra Damasco e Aleppo, risalgono all’estate del 2010. Nonostante oggi la situazione sia radicalmente cambiata, il suo lavoro rimane interessante nella misura in cui offre uno spaccato del mondo intellettuale femminile prima del conflitto. Nel contesto vivace e dinamico descritto dall’autrice, fino al 2011 le donne siriane potevano accedere all’educazione islamica frequentando direttamente la moschea, a differenza del caso nigeriano e di quello pakistano. La maggior parte dei luoghi di culto, infatti, offriva corsi su tematiche varie (dottrina, storia dell’Islam, biografia del Profeta, recitazione del Corano), sotto la supervisione del Ministero degli Affari religiosi. Come negli altri Paesi considerati dallo studio di Bano, anche in Siria, accanto a questi percorsi formali, si sono fatte strada realtà informali. Le Qubaysiyyāt sono l’esempio forse più emblematico, un movimento esclusivamente femminile creato da Munīra al-Qubaysī nella segretezza più assoluta per evitare di suscitare le attenzioni del partito Ba‘th, che negli anni è riuscito ad attrarre nella sua orbita centinaia di giovani donne benestanti e colte. Le stime parlano di circa 100.000 seguaci e testimoniano una grande capacità d’influenza, dal momento che la leadership del movimento sarebbe arrivata a controllare il 30-40% delle moschee siriane.

 

I tre casi analizzati mettono in luce il crescente coinvolgimento delle donne musulmane nella produzione, diffusione e studio del sapere islamico a partire dagli anni ’70, e una più intensa presenza mediatica delle predicatrici, protagoniste più spesso che in passato di programmi radio e televisivi. Female Islamic Education Movements è un libro agile e ricco di spunti sia per gli addetti ai lavori sia per chi voglia scoprire di più sul sapere islamico femminile. Tanto più che la produzione accademica su queste tematiche è abbastanza recente e tutto sommato non troppo consistente.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Chiara Pellegrino, Critica della tradizione in nome del Corano, «Oasis», anno XV, n. 30, dicembre 2019, pp. 134-136

 

Riferimento al formato digitale:

Chiara Pellegrino, Critica della tradizione in nome del Corano, «Oasis» [online], pubblicato il 10 dicembre 2019, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/donne-educazione-islamica-pakistan-nigeria-siria.

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