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Consigli di lettura

Drammaturgia di un fallimento

Ahmed Rashid, Caos Asia. Il fallimento occidentale nella polveriera del mondo, Feltrinelli, Milano 2008. Edizione originale: Descent into Caos. The United States and the Failure of Nation Building in Pakistan, Afghanistan, and Central Asia, Viking, New York 2008

È frequente, tra quanti scrivono di politica internazionale, l’utilizzo di un lessico teatrale: attore, protagonista, palco, platea e così via... Non è forse un caso che il giornalista pachistano Ahmed Rashid, autore del best-seller Talebani, abbia incluso alla fine di quest’ultima sua opera le Dramatis Personae, fatto piuttosto raro in un libro di saggistica in cui di solito si trova tutt’al più l’indice dei nomi. Ma qui ci troviamo piuttosto di fronte a una pièce, un po’ beckettiana, in cui il finale è sospeso.

 

 

Si potrebbe dire che la trama è piuttosto nota. Caos Asia non fa alcuna rivelazione inedita e non utilizza documenti segreti, ma svolge un lavoro infinitamente più utile andando al di là degli errori della classe dirigente americana e occidentale. Senza tacerli. L’immagine del presidente Hamid Karzai, per esempio, viene dipinta come quella di un politico poco capace, nonostante l’amicizia che lo lega all’autore. Il volume è un po’ un saggio e un po’ un reportage e quando serve anche libro di storia. Vi trovano spazio molti problemi tuttora irrisolti. Dall’Iraq, al fallimentare tentativo di ricostruzione dell’Afghanistan, ai Talebani, fino al non-Stato rappresentato dal Pakistan. Ma l’autore ha il grande merito di includere tra i “protagonisti” anche le ex-repubbliche sovietiche, facendo intendere che il groviglio di cui il volume si occupa è molto più ampio della sigla, coniata dalla diplomazia americana, AF/PK (Afghanistan-Pakistan).

 

 

Nel ruolo di sceneggiatore Rashid sembra assumere le vesti di un drammaturgo angosciato, e allo stesso tempo rassegnato ad assistere a una rappresentazione messa in scena da una compagnia teatrale vagamente comica, di cui non si capisce bene chi sia il regista (L’ONU? La NATO?). Comico diventa infatti l’attore che interpreta un ruolo che non gli si addice. Ma, se gli attori-politici sono amatoriali, Rashid è un eccellente drammaturgo-giornalista, molto attento ai dettagli, ai silenzi e anche alle parole di troppo. Ricorrendo a una tecnica di un certo tipo di teatro contemporaneo, Rashid porta gli spettatori-lettori dietro le quinte, dove gli attori, senza finzioni, fanno intuire di non sapere che cosa fare.

 

 

In alcuni “atti”, forse la parte migliore del libro, Rashid mette in scena l’eterno dilemma del politico weberiano: la congiunzione dell’etica dei principi con l’etica della responsabilità. Alcuni attori sembrano riuscire nella sintesi, ma nella maggior parte dei casi si tratta soltanto di comparse, mentre i protagonisti sembrano più preoccupati di far ridere (o far piangere, secondo il senso dell’ironia dello spettatore) la platea.

 

 

Non stupisce perciò che Caos Asia sia attraversato da un forte sentimento di costernazione, che trova sfogo negli infiniti “se soltanto…”. Sono i “se” di un giornalista che, nel ruolo di Cassandra, denuncia il fallimento della politica estera americana e dell’occidente in Asia Centrale, ma crede ancora nella possibilità di una soluzione. Deve essere però un “Yes, we still can” traducibile in un’azione dettata non da semplice interesse elettorale ed economico e che non si illuda di chiamare democrazia un Paese solo perché vi si svolgono delle elezioni. Il grande dramma della regione risiede forse in una questione grammaticale. Basterebbe probabilmente cambiare un verbo dall’imperfetto al presente per scrivere un nuovo libro che però, con ogni probabilità, denuncerebbe gli stessi errori, forse con l’aggiunta di qualche paese e qualche problema. Più di dieci anni sono passati fra il libro più celebre di Ahmed Rashid e il più recente. Il giornalista non è certamente Cicerone e non si vedono in giro molti Giulio Cesare. Eppure anche Rashid sembra dire: «Fino a quando abuserai, Catilina, della nostra pazienza?».

 

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