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Religione e società

E Oasis si interroga sul ruolo della religione nei fatti della Turchia

 Lunedì 17 a Milano si apre il X Incontro del Comitato Scientifico Internazionale della fondazione aperto al pubblico

Se c’era bisogno di provare l’attualità del tema su cui il Comitato di Oasis torna a riunirsi per il suo decimo incontro annuale il prossimo 17 e 18 giugno a Milano (il programma qui) ci hanno pensato i fatti di Istanbul a offrire una chiara testimonianza di quanto il tema della secolarizzazione e del ruolo della religione in una società plurale siano oggi centrali.

 

Da dieci anni in Turchia è in atto una lotta sotterranea tra i sostenitori della vecchia laicità di stampo kemalista, ispirata al fondatore della Repubblica, e i promotori di una graduale reislamizzazione. I crescenti successi elettorali conseguiti dal partito per la giustizia e lo sviluppo del premier Erdoǧan non devono far dimenticare che una parte consistente del Paese, soprattutto a Istanbul e in altre grandi città, rimane scettica verso il suo progetto di graduale reinserimento della religione nella sfera politica. La tensione latente tra un progetto secolarista e uno ispirato all’Islam politico rappresenta quindi l’antefatto dei disordini scoppiati in Piazza Taksim, in cui ha poi un ruolo non secondario il tentativo di restringere severamente l’uso di alcolici in quello che è per eccellenza il ritrovo dei giovani di Istanbul.

 

Tuttavia non è un caso che la protesta non sia scoppiata per un progetto di modifica costituzionale o dopo l’ennesimo processo nei confronti dei vertici militari, accusati di complotto ai danni dello Stato. Neppure i numerosi arresti di giornalisti che hanno segnato gli ultimi anni (e che hanno generato quell’habitus “auto-censuratorio” con cui la maggior parte dei giornali locali copre – o meglio non copre – gli eventi) erano riusciti a provocare una reazione così ampia come questo controverso progetto di costruzione, peraltro goccia nel mare della cementificazione rampante di Istanbul. Ci si scontra per l’alternativa tra un parco e un centro commerciale. E come si sa i simboli in questi casi contano moltissimo.

 

L’oggetto del contendere sembra suggerire che la protesta, pur affondando le sue radici nella contrapposizione tra laici e religiosi, assume al tempo stesso contenuti nuovi. Ad esempio: con quale metro si può valutare l’azione di un partito religiosamente ispirato? Il semplice successo economico è sufficiente? La presenza di alcuni simboli islamici (velo ad esempio) basta a garantire una differenza sostanziale tra un centro commerciale della nuova borghesia devota e un suo omologo occidentale?

 

Anche questa è secolarizzazione, come ha mostrato Taylor. Solo quando si fa del benessere immediato il significato ultimo della religione, diventa infatti pensabile un umanesimo esclusivo, nel quale l’ipotesi Dio è sostanzialmente superflua. Intendiamoci, in un contesto del genere si possono benissimo mantenere gli aspetti più esteriori dell’appartenenza di fede e anzi rinforzarli, ma essa è già diventata formale.

 

La vicenda turca ci consegna così un avvertimento: nel guardare alla transizione in atto nei Paesi islamici, accanto alla evidente frattura tra laici e religiosi, è importante non sottovalutare il peso della questione economica. Una religione che legittima la propria egemonia in termini di puro successo mondano rappresenta una forma di ideologia che può vantare dalla sua storie di successo come il Golfo, la Turchia o la Malesia. Si tratta di un fatto inedito per il Medio Oriente (eccezion fatta per la regione del Golfo). Per molti versi scompiglia le carte sul tavolo e merita sicuramente di essere indagato, anche per l’ovvio contrasto con un Occidente che è invece travagliato da una crisi economica e antropologica. È anche questo dibattito che l’incontro di Oasis, nel suo intreccio di analisi e testimonianza, intende rilanciare.

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