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Religione e società

Echi d'Oriente nel destino europeo

La risposta di Abdal Hakim Murad al testo pronunciato dal Cardinal Scola all'Heythrop College di Londra il 15 novembre 2012.

Nel nome di Dio clemente, misericordioso.

 

 

Come musulmano sono grato al Cardinale per i punti che ha toccato nel suo intervento. La sua Fondazione Oasis con i suoi vari strumenti mette a disposizione di teologi musulmani e cristiani un materiale rilevante. È evidente che il Cardinale sa ascoltare le voci e le preoccupazioni dei musulmani. Devo inoltre confessare che, essendo uno di quegli strani individui che preferiscono il canto ambrosiano a quello gregoriano, trovo particolarmente appropriato che l’Arcivescovo di Milano ascolti così attentamente l’Oriente pur restando inequivocabilmente radicato nella sua casa europea.

 

 

Benché la nostra sia una lunga storia di convivenza, per certi versi il nostro impegno reciproco non ha ancora raggiunto una qualità sufficientemente persuasiva. A casa nostra siamo spesso profondi e altruisti, ma, quando abbiamo a che fare con gli altri, spesso ci troviamo ancora ad agire all’opposto. La politica ci ha resi troppo spesso insicuri e perciò superficiali. Tuttavia ci sono delle eccezioni. Occorre rendere onore allo sforzo dei grandi studiosi cattolici del secolo scorso, molti dei quali si situavano nel solco del lavoro di Étienne Gilson sull’Averroismo e altri erano tributari del neo-tomismo, per insistere sul fatto che il comune humanum in cui confidano musulmani e cattolici, e sul quale fondano la loro etica universale, può essere definito solo in termini che sono del tutto filosofici e teologici.

 

 

Il principio di un humanum universale, benché considerato e utilizzato in maniera sempre più riduzionista dall’Illuminismo in avanti, è un principio caro ai pensatori islamici, così come lo è per i cattolici. Parliamo di adamiyya – appartenenza adamitica – come della base di tutti i diritti giuridici e morali. Diritti come il diritto alla proprietà e il diritto di formare una famiglia sono considerati dal diritto islamico diritti innati, originari e sacrosanti: nella tradizione maturidita parliamo significativamente di al-‘ismat al-adamiyya – l’inviolabilità dello status conferito dal fatto stesso di essere adamitici, cioè di possedere un humanum. I nostri filosofi morali si spingono anche oltre usando il termine hurma – la sacralità dell’essere umano, creato, per i musulmani come per i cristiani, a immagine di Dio.

 

 

Tutto ciò trascende categoricamente qualsiasi pia illusione puramente illuministica o romantica, che rimanda a una nube magica di diritti sospesa sopra un organismo che la laicità tende a leggere come un prodotto puramente biologico. Ciò che distingue la riflessione di musulmani e cristiani sugli universali, e su ciò che è universale nell’umanità, è il principio della hurma, ciò che è sacrosanto, perché investito da Dio nei suoi amati figli adamitici.

 

 

Se posso essere franco, alcuni musulmani sono rimasti stupiti dalle pagine di Oasis, e dall’inclinazione di alcune sue iniziative pubbliche. Affermano che l’accento è di carattere essenzialmente sociologico, radicato nelle nozioni illuministe dell’intrinsecismo umano, e che manca il contenuto teologico.

 

 

Certo, ogni tentativo di ridurre il legame tra musulmani e cristiani alla mera dimensione sociologica o giornalistica si alienerebbe la maggior parte dei musulmani, dissuadendoli dal coinvolgimento in qualsiasi dialogo serio. Esso metterebbe in evidenza, per i musulmani, l’idea che il moderno impegno dei cristiani con le altre religioni teme di usare la teologia e trova più congeniale un linguaggio essenzialmente secolare. Va detto che buona parte dell’impegno del protestantesimo liberale con i musulmani appare sociologico e privo di qualsiasi dimensione teologica.

 

 

Tuttavia, una lettura attenta del testo del Cardinale è rassicurante. Certo, i cristiani seri che vogliono impegnarsi con musulmani seri sapranno sempre che il linguaggio deve essere teologico. E il radicamento di Oasis nella visione del Concilio Vaticano II lo evidenzia. Nostra Aetate, e i successivi documenti della Chiesa cattolica che definiscono la relazione con le altre fedi e il coinvolgimento con esse sono del tutto teologici e non semplici valutazioni meramente sociologiche o utilitaristiche. La fedeltà alla visione conciliare comporta il primato del discorso su Dio. E tale fedeltà è ciò a cui Oasis coerentemente richiama.

 

 

I musulmani che temono di essere considerati in termini implicitamente secolari saranno rassicurati dalla citazione di Sua Santità Benedetto XVI che appare in nota al testo del Cardinale e recita: «Purtroppo, è proprio Dio a restare escluso dall’orizzonte di tante persone; e quando non incontra indifferenza, chiusura o rifiuto, il discorso su Dio lo si vuole comunque relegato nell’ambito soggettivo, ridotto a un fatto intimo e privato, marginalizzato dalla coscienza pubblica».

 

 

Il Papa, che ha scritto in termini allo stesso tempo eruditi e appassionati della cosiddetta “morte del Dio dell’Europa”, nel contesto della risposta della Santa Sede all’iniziativa A Common Word del 2007, ha insistito sul fatto che il confronto con i musulmani deve essere teologico, come dimostra la scelta dei partecipanti cattolici a entrambi i forum cattolico-musulmani che hanno fatto seguito all’iniziativa. Non posso dirvi quanto si siano sentiti rassicurati i partecipanti musulmani sentendo i relatori cattolici esprimere in un ricco linguaggio teologico una serie di preoccupazioni contemporanee care al Cardinal Scola e alla sua fondazione. O quanto siamo stati rassicurati dal fatto che la prima delle relazioni cattoliche principali ai due forum sia stata pronunciata da Luis Ladaria Ferrer s.j., segretario della Congregazione della Dottrina della Fede.

 

 

Lungi dall’invocare una politica utilitaristica o pragmatica, il suo contributo ha impostato il tema in modo ammirevole, concentrandosi su un confronto tra musulmani e cristiani che, poiché siamo entrambi comunità credenti, deve trarre respiro, diletto e serietà dalla nostra esperienza di Dio. La teologia deve essere la nostra oasi condivisa. Essa è la migliore esemplificazione di un hortus conclusus, un segno prolettico di benedizione e pace che al momento sfugge alla nostra vista.

 

 

Naturalmente nella scelta di far inaugurare da questo acuto gesuita l’impegno della Chiesa cattolica verso l’Islam nel contesto dei forum cattolico-musulmani, abbiamo scorto la mano prudente del Papa. La stessa saggezza e la stessa insistenza sull’impegno teologico ha orientato la rilevante influenza esercitata dal predecessore di Ladaria alla Congregazione, il Cardinal Bertone, nel selezionare la delegazione cattolica allo stesso Forum. È un fatto che i commentatori liberali e laici, sia musulmani che cattolici, potrebbero deplorare. Ma la nostra migliore e più autentica relazionalità è sempre teologica, e la cultura “romana” attuale insiste su questo punto.

 

 

Mi dispiace di non avere il tempo per avanzare ulteriori notazioni sugli altri aspetti dell’ampia relazione del Cardinale. Si trovano alcune suggestive considerazioni sulla Primavera araba, un evento accaduto così rapidamente che, come molti, ho difficoltà a intravederne i risultati spirituali ed etici. Sono però certo, sulla base di quello che considero una fiducia non infondata nella Provvidenza, che le attuali turbolenze spirituali, e la presenza nefasta del fondamentalismo, un giorno si affievoliranno, e d’altra parte la storia suggerisce che generalmente è questo che avviene. Al loro posto inizierà una nuova era di rispetto reciproco, di vero e proprio meticciato, in cui i musulmani potranno saggiamente imparare dagli aspetti migliori dell’esperienza moderna, mentre le masse europee assetate di fede potranno imparare, nello spirito del canto ambrosiano, a risuonare della saggezza dell’Oriente rimanendo inequivocabilmente parte del destino europeo.

 

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