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Religione e società

Fede e libertà. Il conflitto delle interpretazioni

Corano [Shutterstock]

La seconda sura coranica contiene il precetto “nessuna costrizione nella Fede”, ormai ripreso per lo più in ambiente musulmano in modo assoluto e oltre il suo contesto culturale. Tutto il contrario era accaduto tra gli illustri esegeti del passato

Questo articolo è pubblicato in Oasis 7. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 10/06/2019 17:29:47

La seconda sura coranica, detta “della Vacca”, contiene il precetto “nessuna costrizione nella Fede” (lâ ikrâh fî al-dîn) [Corano 2,256], citato da Benedetto XVI, nella Lectio magistralis di Regensburg (12 settembre 2006). Tale precetto è stato ripreso da una successiva Lettera aperta a Sua Santità Papa Benedetto XVI, firmata da autorevoli teologi e giuristi musulmani. “Nessuna costrizione nella Fede” figura tra l’altro nella versione araba della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nell’Islam redatta per iniziativa del Consiglio islamico d’Europa e firmata a Parigi il 19 settembre 1981. Questa divina parola, come altre del resto, è ormai ripresa per lo più in ambiente musulmano in modo assoluto, oltre il suo contesto culturale. Tutto il contrario era accaduto prima tra gli illustri esegeti del passato: essa era stata contestualizzata, intesa come norma circoscritta e perfino considerata abrogata da passi coranici rivelati più tardi[1].

 

 

Nel suo noto commentario coranico, Tabarî (m. 310 dell’egira/923 d.C.) conferma le divergenze di scuola sull’interpretazione del passo, e scrive che secondo alcuni «nessuna costrizione nella religione, la retta via si è ben distinta dall’errore» si riferisce agli alleati di Muhammad a Medina, gli “Ausiliari”, e in particolare a uno di loro che aveva figli cristiani; l’autore narra infatti che dei mercanti di Siria giunsero a Medina, invitarono al Cristianesimo i figli di quell’uomo e poi li portarono in Siria. Il padre si era rivolto al Profeta per richiamarli a sé, ma egli aveva risposto: «Nessuna costrizione nella Fede, la retta via si è ben distinta dall’errore […], li allontani Iddio! Essi sono i primi negatori». In seguito fu rivelato: «Ma no! Per il tuo Signore, essi non crederanno finché non ti avranno costituito giudice delle loro discordie, e allora non troveranno nessun imbarazzo ad accettare la tua decisione e si sottometteranno di sottomissione piena» [Corano 4,65]. Tabarî accoglie anche una versione leggermente diversa secondo la quale l’uomo si era recato dal Profeta e gli aveva detto: «Li devo costringere? Altro non vogliono che essere cristiani».

 

 

Questa variante sarà ripresa pressoché alla lettera da molti esegeti; ad esempio dallo hanbalita Ibn Kathîr (m. 774/1373) che scrive: «“Nessuna costrizione nella Fede” significa che non si deve costringere nessuno a entrare nella Fede dell’Islam […] poiché colui che Iddio guida all’Islam aprendogli il petto e rischiarandogli la vista, costui vi entra di propria volontà; invece colui cui Dio acceca il cuore e sigilla udito e vista, costui non trarrà vantaggio dall’ingresso nella Fede se costretto e obbligato». L’estensione proposta da Ibn Kathîr consente di riassumere il senso dei racconti citati da Tabarî e da altri: la libertà di scelta in materia religiosa è sì vincolo di Legge, ma è una libertà solo apparente; “nessuna costrizione” non vuol dire che ogni costrizione a una religione data è invisa a Dio, ma solo che è del tutto inutile.

 

 

Anche un mu‘tazilita come Zamakhsharî (m. 538/1144) scrive: «Dio non permise che il credo fosse imposto e forzato ma che fosse invece concesso e scelto». Ma per avvalorare la sua tesi chiama in causa un altro passo del Libro che insiste sulla previa scelta di Dio: «Se il tuo Signore avesse voluto, avrebbero creduto tutti quanti sono sulla terra. Ma potresti tu costringere gli uomini a essere credenti a loro dispetto?» [Corano10,99]. Non è dunque propriamente libertà religiosa, perché Dio ha già scelto e determinato i percorsi umani, ha separato la Fede dall’empietà, la Guida dall’errore, e la Sua separazione va osservata. Più che la tolleranza in materia religiosa è ratificata la piena sottomissione al Decreto, e infine l’adesione all’Islam.

 

 

Il grande Fakhr al-Dîn al-Râzî (m. 606/1209) scrive che nelle parole «nessuna costrizione nella Fede» “la Fede” vale per “la Fede di Dio”. L’andaluso Qurtubî (m. 671/1272) lo segue, e contestualizza l’affermazione divina: «Il primo punto - scrive - è che la Fede significa la dottrina e l’appartenenza alla Comunità dei credenti; infatti è associata a “la retta via ben si è distinta dall’errore”». In altri racconti che Tabarî giustappone ai precedenti, l’uomo e i suoi figli cristiani sono sostituiti da una donna e dagli ebrei. L’autore riferisce in particolare di una donna degli “Ausiliari” i cui figli morivano tutti alla nascita; la donna si ripromise di fare ebreo o cristiano ogni bambino che le fosse vissuto. Quando venne l’Islam, scrive ancora questo autore, alcuni medinesi erano ebrei, e li si volle costringere alla conversione. Fu allora che discese “nessuna costrizione nella Fede”; quanti scelsero l’Ebraismo si divisero da quanti scelsero l’Islam. Una versione rileva direttamente l’allontanamento degli ebrei dalla città del Profeta; alcuni “Ausiliari”, che avevano scelto l’Islam, non volevano separarsi dai loro fratelli e figli ebrei, ma Iddio rivelò «nessuna costrizione nella Fede, la retta via ben si è distinta dall’errore». In seguito Muhammad disse: «Se sceglieranno voi saranno dei vostri, se sceglieranno loro saranno dei loro e con loro saranno allontanati».

 

 

Un’altra narrazione chiama in causa la parentela di latte, che il diritto musulmano assimila alla parentela di nascita [cfr. Cor 4,23]. Alcuni ebrei di Medina erano andati a balia da una tribù araba e, quando il Profeta ordinò di evacuare gli ebrei, gli appartenenti a quella tribù dissero: «Sono figli nostri, noi andremo con loro e ci daremo alla loro religione»; ma questo venne impedito ed essi furono costretti all’Islam. Merita un appunto la continua insistenza di questi esegeti nel qualificare i protagonisti principali come “Ausiliari”; tali puntualizzazioni hanno appunto lo scopo di relativizzare l’episodio e quindi il precetto a persone di ben precisa collocazione nel tempo e nello spazio. Significa ribadire che “nessuna costrizione nella Fede” va inteso solo in riferimento alle genti del Libro in Medina, e a un’epoca assai prossima alla data dell’Emigrazione. Per converso, una “teoria della costrizione religiosa” poggia su altri versetti del Libro. 

 

 

Tassazione e Persecuzione

 

 

Innanzitutto c’è la costrizione degli idolatri. Tabarî riporta: «Un beduino venne obbligato alla conversione; essi erano infatti una comunità di ignoranti, non avevano mai conosciuto un Libro […]; invece gli appartenenti alle genti del Libro non furono obbligati se adempivano al testatico o all’imposta fondiaria». Per quel beduino forzato alla Religione non c’erano alternative - aggiunge -, o l’Islam o la morte, invece gli appartenenti alle genti del Libro ebbero la possibilità di pagare il testatico e, se lo versavano, né gli ebrei né i cristiani né gli zoroastriani erano obbligati alla conversione.

 

 

Scrive ancora: «L’Inviato ordinò di combattere gli idolatri d’Arabia […]; quanto agli altri dispose che da loro si accettasse il testatico». In queste tradizioni, il testatico risulta condizione necessaria per la tolleranza religiosa. La conoscenza di una Fede rivelata, che distingue dagli altri gli ebrei e i cristiani ed eventualmente gli zoroastriani sul piano teologico, si traduce sul piano giuridico in una tassazione. Invece la totale ignoranza di una Scrittura, e della Scrittura araba in particolare, si traduce nella persecuzione. Questo significa che certa esegesi e certa giurisprudenza hanno operato un’analogia tra gli “Ausiliari” di Medina e le genti del Libro di epoca successiva: anche per questi ultimi “nessuna costrizione nella religione” fermo restando l’istituto classico del testatico che alla fin fine è una forma di costrizione sebbene incruenta. Ancora Tabarî annota: «Il versetto è disceso per una faccenda particolare; detto questo, il suo decreto è esteso a tutto ciò che ne condivide l’obiettivo».

 

 

Il dotto baghdadino Ibn al-‘Arabî (m. 543/1148) ribaltò del tutto il senso letterale della norma. Scrive infatti che «“nessuna costrizione nella Fede” è un precetto generale che vale solo per la costrizione al falso; quanto alla costrizione secondo il Vero, essa è parte della religione». Questo autore dà per scontata la persecuzione del miscredente, là dove miscredente è un termine di ampia accezione. Scrive ancora: «Forse che il miscredente si uccide altro che per la Fede? Il Profeta disse: “Mi è stato ordinato di combatterli finché non professino che non c’è altro dio che Iddio”; lo disse in seguito alle parole di Dio: “Combatteteli dunque fino a che non ci sia più scandalo e la religione sia quella di Dio”» [Corano 2,193].

 

 

Sulla stessa linea è Ibn Kathîr quando riprende la seguente tradizione profetica: «L’inviato di Dio disse a un uomo: “Convertiti all’islam”. Rispose: “Lo faccio contro voglia”. Disse: “Anche se lo fai contro voglia” [...]. Ma quello non accettava, anzi vi ripugnava. Il Profeta disse: “Convertiti anche se ti ripugna, ma Dio ti ricompenserà la bontà dell’intenzione e la purità di Fede”».

 

 

Anche Qurtubî legittima la costrizione religiosa; e lo fa nondimeno per le genti del Libro, con qualche limite. Scrive: «Il passo venne rivelato in riferimento ai prigionieri: non andavano costretti se appartenevano alle genti del Libro ed erano adulti; se invece erano zoroastriani, sia adulti sia bambini, oppure politeisti, andavano obbligati all’Islam. Infatti, chi li catturava non poteva giovarsi di loro fintanto che erano politeisti, la carne che macellavano non si poteva consumare né ci si poteva congiungere alle loro donne; in conformità alla religione che seguivano, si cibavano di animali morti e altre varie sozzure […]. Poiché il loro padrone non traeva da loro alcun vantaggio, la costrizione a costui era permessa». E continua: «Essi devono prendere la religione di chi li cattura, e se rifiutano vanno costretti all’Islam; anche i bambini, che non hanno Fede alcuna, vanno costretti a entrare nella religione musulmana, per evitare che prendano una religione falsa. Quanto agli appartenenti ad altri tipi di empietà, non si devono costringere all’Islam se in cambio versano il testatico».

 

 

A volte l’esegesi ha riferito “nessuna costrizione nella Fede” ai nuovi convertiti, accusati di opportunismo. Ibn Kathîr si appoggia a una tradizione canonica: «“Iddio si compiace di un popolo condotto in paradiso in catene”, cioè dei prigionieri di guerra che giungono in terra d’islam in catene, ceppi e gogne, e poi si convertono; sono buoni i loro cuori e le azioni loro, e avranno il paradiso».

 

 

Lo sciita Tabarsî (m. 548/1154) propone dal canto suo la seguente parafrasi della tradizione appena citata: «Non dite a chi è entrato nella Fede dopo la guerra che vi è entrato “costretto”; se costui dopo la guerra è consenziente e se la sua conversione è sincera, allora non è costretto per nulla, né va considerato costretto». In ogni caso, osserva ancora questo autore che in quanto sciita segue la dottrina mu‘tazilita e insiste sulla relativa libertà dell’uomo, nella Fede non c’è costrizione da parte di Dio; è piuttosto la professione esteriore che è oggetto di costrizione. Ma quella non è Fede, così come non è empietà quella di chi è costretto a dire parole empie, perché la Vera Fede è un atto del cuore. Tabarsî ha operato una distinzione entro la nozione di Fede: nell’aspetto manifesto, come religione positiva e innanzitutto come professione verbale, la religione è soggetta a costrizione; ma non lo è nella dimensione intima, nella Fede che - puntualizza l’autore - si traduce nel Bene cioè nell’Islam, la Fede della quale Iddio si compiace.

 

 

È vicina la proposta degli spirituali. Ad esempio il mistico Qashânî (m. 731/1330) scrive che la Fede non può essere indotta solo e soltanto perché c’è già, e il suo esserci è inevitabile: «La Fede Vera è la Guida che deriva dalla luce del cuore, ed è obbligata per la natura umana originaria, è necessaria per la fede che è certezza assoluta. Come ha detto l’Altissimo: “Drizza quindi il tuo volto alla vera Religione, in purità di fede, Natura prima in cui Dio ha naturato gli uomini. Nessun mutamento per la creazione di Dio, quella è la religione retta”» [Corano 30,30]. Qashânî ha illuminato una religione naturale, primigenia e necessaria, immutata da sempre. 

 

 

Significato e Contesto

 

 

L’argomento più notevole nell’esegesi di “nessuna costrizione nella Fede” è la sua possibile abrogazione, possibilità considerata dalla grande maggioranza degli autori. Tra gli altri, Râzî richiama l’abrogazione del passo ma dichiara d’essere contrario in linea generale perché è convinto che Dio abbia edificato la fede sulla permissione e sulla scelta, sul peso delle opzioni individuali in vista della ricompensa o del castigo nell’aldilà. Scrive: «La costrizione non è cosa consentita nella dimora di quaggiù che è la dimora della prova, perché la violenza e la costrizione alla Fede vanificherebbero il senso della prova e della tentazione. L’Altissimo ha detto: “Chi vuole creda e chi non vuole respinga la Fede” [Corano 18,29]; ha detto altrove: “Se il tuo Signore avesse voluto, avrebbero creduto tutti quanti sono sulla terra. Ma potresti tu costringere gli uomini ad essere credenti a loro dispetto?” [Corano10,99]; e ha detto ancora: “Forse ti tormenti perché non divengono credenti. Ma, se volessimo, faremmo discendere su di loro un Segno dal cielo davanti al quale si abbasserebbero umili le loro cervici” [Corano 26,3-4]». L’illustre teologo conclude: «La strada della coercizione, dell’obbligazione e della costrizione non è consentita, perché contraddice l’obbligazione legale».

 

 

Più vicino all’idea di abrogazione è Qurtubî, che scrive: «Si disse che il passo è stato abrogato perché il Profeta forzò gli arabi alla religione musulmana, li combatté e altro non volle da loro che l’Islam». Quanto all’“abrogante”, lo individua nella sura della Conversione ovvero dell’Immunità: «Profeta, combatti i miscredenti e gli ipocriti» [Corano 9,73].

 

 

Ibn Kathîr è invece del tutto favorevole all’abrogazione: «Alcuni hanno detto che è stato abrogato dal “versetto dell’uccisione”. Occorre invitare tutte le nazioni a entrare nella Fede monoteista che è la Fede dell’Islam; e se c’è chi rifiuta di entrarvi, costui non va rimproverato, non gli va chiesto in cambio il testatico, invece va combattuto finché muore […]. Dio ha detto: “Presto sarete chiamati contro un popolo possente che voi dovrete combattere, a meno che essi si diano tutti a Dio” [Corano 48:16]; e ha detto: “Profeta, combatti i miscredenti e gli ipocriti, duramente” [Corano 9,73]; e ha detto: “Voi che credete, combattete i Negatori che vi stanno vicini, che possano trovare in voi tempra durissima. E sappiate che Dio è con coloro che lo temono”» [Corano 9,123].

 

 

Altri commentatori individuano l’abrogante nella stessa sura della Vacca, nel “versetto dell’uccisione” o “versetto della spada” già citato sopra: «Combatteteli dunque fino a che non ci sia più scandalo e la religione sia quella di Dio» [Corano 2,193]. Quanto precede dà conto della difficoltà incontrata da chi tenti di isolare un unico significato della norma in oggetto entro il contesto culturale cui appartiene. Lâ ikrâh fî al-dîn può valere solo per alcuni, può valere solo per quanto concerne la costrizione al falso, può valere solo per la fede interiore ma non per la religione positiva, e può perfino non valere affatto a causa di un’abrogazione subita. La sua decontestualizzazione, attualmente attestata in ambiente musulmano, assume dunque un’importanza su cui vale pena di riflettere.

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Quanto segue è una riduzione di Nessuna costrizione nella fede (Q. 2:256). Note di storia dell’esegesi in Festchrift for Biancamaria Scarcia Amoretti, Università di Roma “La Sapienza”, Roma, in corso di stampa.

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Ida Zilio-Grandi, Fede e libertà. Il conflitto delle interpretazioni, «Oasis», anno IV, n. 7, maggio 2008, pp. 106-109.

 

Riferimento al formato digitale:

Ida Zilio-Grandi, Fede e libertà. Il conflitto delle interpretazioni, «Oasis» [online], pubblicato il 1 maggio 2008, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/fede-e-liberta-il-conflitto-delle-interpretazioni.

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