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Le nostre letture

Finto biologo, genio teologico

Autore: Alexander Men Titolo: Der Menschensohn (Il Figlio dell'Uomo) Editore: Herder,Freiburg i. Br. 2006, pp. 459

Questo articolo è pubblicato in Oasis 5. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 17/06/2019 10:43:11

Nonostante sia stato scritto quasi mezzo secolo fa, è ancora molto utile ricordare ai lettori Il figlio dell'uomo, il maggiore e più famoso lavoro dell'arciprete ortodosso russo Aleksandr V. Men'. Negli ultimi anni quest'opera è stata tradotta in numerose lingue occidentali e da ultimo è stata pubblicata in tedesco. Sebbene i genitori di Men' fossero ebrei, sua madre fece battezzare il figlio (e se stessa) quando lui aveva sette mesi. Ancora bambino, Men' decise di diventare sacerdote. Poiché le autorità sovietiche non gli permisero di intraprendere gli studi di teologia, ufficialmente studiò biologia in un "Istituto per pellicce", mentre in privato si dedicò allo studio della teologia e della filosofia della religione. Nel 1960 fu consacrato sacerdote e presto divenne pastore di una parrocchia vicino a Mosca. Poiché conosceva la teologia cristiana molto meglio della maggior parte dei preti ortodossi e aveva una mentalità ecumenica inusuale per l'epoca, divenne un pastore importante per gli intellettuali e fondò, inoltre, un'università teologica esistente ancora oggi. Sotto la sua influenza, un numero considerevole di intellettuali ebrei (per lo più secolarizzati), divenne cristiano. Il 9 settembre 1990, mentre si stava recando a piedi in una chiesa, dove era atteso per la celebrazione della messa, fu brutalmente assassinato. Non fu mai chiarito da chi e perché. Sebbene le autorità ortodosse russe fossero, e in parte siano tuttora, preoccupate del suo modo di pensare occidentale, oggi è venerato da molti russi cristiani come un santo. Il suo libro su Gesù Cristo è insolito sotto vari aspetti. In primo luogo, anche se Men', che parlava diverse lingue europee, aveva una certa familiarità con la moderna esegesi, non la usa mai per mettere in discussione l'interpretazione tradizionale del Vangelo. In molti punti mostra quanto sia poco convincente tale critica. In secondo luogo egli legge il Vangelo attentamente, come avrebbe fatto un lettore del primo secolo d.C., e lo integra con informazioni storiche sul periodo. In terzo luogo, egli scrive il suo libro per lettori a cui è stato insegnato a scuola che Cristo, forse, non è mai esistito o, al massimo, che le storie narrate nei quattro Vangeli non sono che leggende; dopo tutto questo era quello che sosteneva il Marxismo-Leninismo secondo gli insegnamenti di Bruno Bauer e Friedrich Engels. In quarto luogo, avendo famigliarità con le tradizioni ebraiche, egli riflette costantemente su come i contemporanei di Gesù Cristo capivano ciò che Egli faceva e diceva. È soprattutto la lettura del Vangelo su quello sfondo ebraico che fu proprio di Gesù stesso a offrire numerose prospettive affascinanti e inedite. Per alcuni aspetti, questo libro ricorda l'opera di Romano Guardini Il Signore (che Men' conosceva); d'altra parte, scrivendo da storico, egli mostra in modo convincente che è plausibile una sola interpretazione: che l'uomo Gesù non solo era il Messia tanto atteso dal popolo ebraico, ma l'incarnazione del Logos divino, ossia Dio stesso.

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