Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 30/09/2022 17:21:50

A quasi due settimane dal loro inizio, le proteste in Iran non accennano a placarsi. Al contrario, le manifestazioni si sono estese a oltre ottanta città del Paese, nonostante la repressione da parte del regime sia sempre più violenta. A oggi, secondo l’associazione Iran Human Rights, si contano 76 morti tra i manifestanti, numero che le autorità statali abbassano a 41, includendo però anche diversi membri delle forze dell’ordine. Più di 1200 persone, tra giornalisti e manifestanti, sono stati arrestati e tra questi figura anche Faezeh Hashemi, figlia del defunto ex presidente della Repubblica Akbar Hashemi Rafsanjani. Come noto, le proteste sono state innescate dalla morte di Mahsa Amini, arrestata per via del suo abbigliamento ritenuto non consono alle leggi iraniane da parte della polizia della moralità. Tuttavia, i protagonisti delle proteste non sono soltanto le giovani donne, ma anzi diversi settori della società. Tra i manifestanti vi sono infatti anche «uomini e donne conservatori che si uniscono ai giovani laici». Persino dalla città religiosa di Qom si sono levate voci a sostegno delle manifestazioni: il chierico sciita Hossein Nouri Hamedani, pur sottolineando la necessità di difendere i pilastri fondamentali della Repubblica Islamica, ha invitato le autorità iraniane ad «ascoltare le richieste della popolazione e affrontare i loro problemi».

 

Un altro esempio del fatto che la protesta non è circoscritta alle donne progressiste iraniane arriva dalla nazionale maschile di calcio dell’Iran, il Team Melli, che in segno di solidarietà con i manifestanti ha coperto lo stemma iraniano delle divise con un giubbotto nero. Anche questo indica, come ha sottolineato Alex Vatanka (Foreign Policy), che in Iran è ormai diffusa «la sensazione generale di un regime che non offre risposte alla propria popolazione». Rasha Al Aqeedi, Middle East Deputy Editor di New Lines Magazine, ha scritto un lungo articolo che spiega cosa c’è alla base delle manifestazioni. Secondo Al Aqeedi le proteste in Iran hanno a che vedere con la questione del velo, e al tempo stesso «non c’entrano nulla con l’hijab». Il velo è obbligatorio per legge solo in Iran e in Afghanistan, ma in diverse società conservatrici islamiche è la pressione sociale a imporlo di fatto. Le proteste di oggi, ha scritto Al Aqeedi, non sono contro il velo in sé, quanto piuttosto contro «le leggi imposte, l’oppressione e la brutalità» a cui è soggetta la popolazione iraniana. Il regime iraniano vive un periodo di profonda «crisi di legittimità» dovuta al sommarsi di diversi problemi: «la crescente frustrazione riguardo alle restrizioni sociali; l’indignazione per il collasso economico e la malagestione; la collera che ribolle verso Khamenei e un establishment clericale che ha dimostrato di non curarsi dei bisogni della popolazione», ha scritto Sanam Vakil su Foreign Affairs. Ciò non significa, tuttavia, che le proteste avranno successo. È certamente vero che negli ultimi anni le proteste si sono fatte più frequenti, ma come ha spiegato l’esperto Esfandyar Batmanghelidj l’imposizione di sanzioni all’Iran ne limitano le possibilità di successo. Secondo Batmanghelidj ciò si deve principalmente a due motivi: il primo è che le sanzioni hanno impoverito la società iraniana, che quindi ha meno capacità di mobilitazione. È infatti più difficile che si realizzino scioperi di dimensioni significative, per la paura di perdere un lavoro che sarebbe difficilmente rimpiazzabile. Ciò implica che le proteste siano sì frequenti, ma di scala minore e dunque più “gestibili” da parte delle autorità. La seconda motivazione indicata da Batmanghelidj è l’incapacità del governo di rispondere alle sollecitazioni dal basso: anche ci fosse la volontà di rispondere positivamente alle richieste per esempio economiche, lo spazio fiscale a disposizione dello Stato è estremamente ridotto dalle sanzioni. Soprattutto, però, le sanzioni portano alla «securitizzazione dello spazio di protesta»: le autorità iraniane hanno ascoltato per anni i funzionari occidentali esprimere il loro sostegno alle proteste in Iran, indicandole come un’evidenza dell’efficacia delle sanzioni. Ciò contribuisce a rafforzare la convinzione della Repubblica Islamica che ogni manifestazione di dissenso sia in realtà un complotto dei nemici del sistema rivoluzionario. Non a caso il presidente Ebrahim Raisi ha sottolineato che le rivolte non saranno tollerate e accusato gli Stati Uniti di tentare di mettere gli iraniani uno contro l’altro. Come però si legge sull’Asia Times, Raisi dovrebbe anzitutto guardare alle sue azioni di governo: quanto sta avvenendo è in primo luogo una conseguenza della scelta di dare piena attuazione alle politiche sociali restrittive iniziate da Mahmoud Ahmadinejad e abbandonate in disparte da Hassan Rouhani.

 

In questo contesto si inserisce il bombardamento iraniano contro i curdi nel nord dell’Iraq. Qual è la connessione? Mahsa Amini era una ragazza curda iraniana, ed è proprio nella provincia a maggioranza curda che si sono sviluppate le proteste più intense. Le autorità iraniane non hanno esitato ad accusare le forze straniere di fomentare le proteste per indebolire il regime: il Teheran Times è stato persino abbastanza specifico nel puntare il dito contro l’ambasciata tedesca, non proprio rinomata per una politica estera assertiva in Medio Oriente… Ma l’altro grande accusato sono appunto i gruppi separatisti curdi e per questo la Repubblica Islamica ha attaccato con missili e droni una base del Partito Democratico Curdo dell’Iran a Koya, 65 chilometri a Est di Erbil, causando la morte di tredici persone tra cui un civile. Il regime iraniano, ha scritto Amberin Zaman su Al-Monitor, è preoccupato dalla solidarietà espressa ai manifestanti all’interno della Repubblica Islamica da parte di gruppi di curdi non iraniani.

 

L’emergenza ambientale e le colpe dell’uomo

 

Mentre le nostre attenzioni sono concentrate soprattutto sulla guerra in Ucraina, gli effetti del cambiamento climatico continuano a farsi sentire in diverse zone del mondo. Al confine tra Nigeria, Niger, Ciad e Camerun le inondazioni hanno provocato la morte di «centinaia di persone e lasciato decine di migliaia senza casa», si legge su Foreign Policy. Le inondazioni, concentrate nelle aree dedicate all’agricoltura, hanno distrutto più di 14 mila fattorie: per la regione si profila il rischio di una «crisi sanitaria e di nutrizione». Gli effetti delle alluvioni, si legge sempre sulla rivista americana, sono aggravati dai carenti sistemi di drenaggio, «scarsamente manutenuti» in Nigeria e dall’apertura di una diga in Camerun. Ancora una volta, dunque, la scarsa cura per il territorio in cui vivono le persone ha giocato un ruolo chiave nell’aumentare la vulnerabilità delle popolazioni agli eventi climatici estremi.

 

Un altro esempio arriva purtroppo dal Pakistan, Paese già colpito in maniera tremenda da piogge torrenziali che hanno causato migliaia di morti e lo sfollamento di quasi otto milioni di persone. Come ha scritto Michael Kugelman, la polarizzazione della politica pakistana è un ostacolo alla risoluzione dei problemi e all’invio efficace di aiuti alla popolazione, sempre più affidato ai donatori internazionali. Né il ministro degli Esteri Bilawal Bhutto Zardari né quello per i cambiamenti climatici Sherry Rehman hanno infatti indicato la necessità di un cambio della politica climatica, mentre Imran Khan, ora a capo dell’opposizione, non ha fatto altro che affermare l’inaffidabilità del governo nella gestione della crisi.

 

Mentre in Africa occidentale si fanno i conti con le alluvioni, dall’altra estremità del continente, in Somalia, è la siccità a uccidere. L’Associated Press si è recata a Dollow, dove è stato allestito un campo profughi per le persone che fuggono a causa della mancanza di acqua e, conseguentemente, cibo. In quest’area dell’Africa i periodi di siccità sono ricorrenti, ma ora la situazione è diventata insostenibile: «quando la pioggia cade, ora in maniera più imprevedibile, le temperature sono più alte, ciò che provoca l’evaporazione più rapida dell’acqua, lasciando esigue quantità per le coltivazioni e da bere».

 

Muhammad bin Salman è ufficialmente primo ministro

 

Avete in mente il Primo Ministro dell’Arabia Saudita? Probabilmente no, dato che storicamente questa carica è stata semplicemente assunta dal re. Ora invece anche questa consuetudine è terminata: Re Salman ha infatti nominato primo ministro il figlio ed erede Muhammad bin Salman. MbS, già regnante de facto ora lo è anche de jure. Quanto alle cariche, il principe ereditario lascia libera la poltrona di ministro della Difesa, che viene occupata da suo fratello Khalid bin Salman, già vice-ministro. Come ministro della Difesa MbS è stato il principale responsabile della campagna in Yemen, fallimentare e disastrosa dal punto di vista umanitario. La nomina a primo ministro «corona la riabilitazione progressiva sulla scena internazionale» di MbS, ha scritto L’Orient-Le Jour. Cinzia Bianco, intervistata dal quotidiano libanese, ha sottolineato come il principe ereditario abbia “cambiato passo” nel suo percorso verso l’ascesa al trono: nel periodo tra il 2015 e il 2018 MbS «sembrava volersi precipitare sul trono», mentre a partire dall’omicidio di Jamal Khashoggi il principe ha modificato la sua strategia, fatta ora di piccoli passi verso il vertice del regno. È vero, ha proseguito Bianco, che MbS ha già presieduto diverse riunioni del consiglio dei Ministri, ma la nomina ufficiale nel ruolo è rilevante anche se simbolica perché «le formalità e i simbolismi sono estremamente importanti in qualsiasi Stato, e tanto di più in una monarchia». Come ha invece sottolineato il ricercatore Kristian Coates-Ulrichsen, la nomina di MbS a primo ministro potrebbe servire anche a un altro scopo: il principe è al centro di alcuni provvedimenti giudiziari negli Stati uniti iniziati in seguito alla vicenda Khashoggi ma ora, grazie al ruolo ricoperto, si profila per lui l’immunità giudiziaria riservata ai capi di Stato e di governo. Ciò potrebbe inoltre preludere allo svolgimento di un tanto atteso viaggio negli Stati Uniti. Difficile però pensare che oltreoceano MbS non venga accolto da critiche e scetticismo: secondo una fonte citata dal Wall Street Journal, alcune parti del documento redatto dall’intelligence americana sull’omicidio Khashoggi non sono state ancora pubblicate, nonostante un parere favorevole inviato alla Casa Bianca.

 

 

In breve

 

L’islamologo e arabista francese Gilles Kepel ha pubblicato un’opera letteraria in cui ripercorre la sua vita e della sua famiglia. Ne ha parlato in un’intervista con Le Grand Continent.

 

In seguito all’ipotesi della normalizzazione delle relazioni tra Giordania e Siria, gli Stati Uniti hanno reiterato la loro contrarietà (Alaraby Aljadeed).

 

In Siria, nei campi profughi nella provincia di Idlib, continuano ad aumentare i casi di colera (Middle East Eye).

 

Il primo ministro tedesco Olaf Scholz si è recato in visita negli Emirati Arabi Uniti per ottenere forniture energetiche al fine di ridurre la dipendenza dalla Russia (Financial Times).

 

 

Epitaffio per Qaradawi

Rassegna dalla stampa araba a cura di Mauro Primavera

 

Come prevedibile, la morte del predicatore Yusuf al-Qaradawi è stata commemorata con affetto dai suoi ammiratori (Qatar e Fratellanza Musulmana) mentre è stata ignorata dai suoi acerrimi nemici (i giornali egiziani ed emiratini, ma anche i media di al-Azhar, dove Qaradawi si era formato, che non ha ancora diffuso alcuna notizia al riguardo). Al-Jazeera ha dapprima passato in rassegna i messaggi di cordoglio da parte di capi di Stato, Turchia e Qatar in primis, e di numerose personalità musulmane; successivamente, ha pubblicato un vero e proprio epitaffio (“Il fenomeno al-Qaradawi tra il movimento e la umma”) a firma di Mu‘taz al-Khatib, professore di filosofia morale presso l’Università Hamad bin Khalifa di Doha. Il pensatore viene presentato come uno dei più importanti e influenti «riformisti conservatori» dell’islam politico, sia nei contenuti – i capisaldi del suo pensiero sono la concezione olistica della religione (shumūliyyat al-islam), la centralità della umma e l’importanza della sharī‘a nella vita dell’individuo, della società e dello Stato – che nella metodologia, basata sull’approccio giurisprudenziale, volto a risolvere definitivamente la dicotomia tra legge divina e modernità.

 

Più analitico, invece, il giudizio del filo-saudita al-Sharq al-Awsat che, pur riconoscendo i meriti dello studioso, ha dato spazio alle voci critiche. Ahmad bin Ban, esperto egiziano di movimenti fondamentalisti intervistato da Walid ‘Abd al-Rahman, ritiene che «la Fratellanza abbia fatto propri i pareri e le fatwa del predicatore distorcendone i suoi strumenti giurisprudenziali». In effetti – prosegue Ban – «il giurista dovrebbe attenersi alle finalità della sharī‘a e non a quelle di un’organizzazione». L’islamologo libanese Ridwan al-Sayyid si chiede a cosa fosse dovuto il  suo successo e la sua «jādhibiyya», cioè la “capacità attrattiva” che ha raggiunto l’apice durante le manifestazioni di Piazza Tahrir nel gennaio 2011. La risposta va cercata nella grande abilità di al-Qaradawi di trasformarsi e reinventarsi nel corso della sua lunga carriera. Ricorda al-Sayyid: «negli anni Settanta la mia generazione leggeva i suoi libri sulla giurisprudenza della zakat, sul problema della povertà e sul modo in cui l’islam lo ha risolto […] si trattava di opere di diritto ben accolte e legate a questioni socioeconomiche […]. Tuttavia, negli anni è emersa in altri suoi volumi una vis polemica sotto l’influenza della guerra fredda culturale tra la validità e le opacità della “soluzione islamista”; in al-Qaradawi è emerso in maniera evidente il credo trasmesso dalla Fratellanza che, per via della sua semplicità, del suo semplicismo e del suo populismo, si è diffuso soprattutto nei periodi di crisi, dando vita a un nuovo movimento riformista islamico prêt-à-porter». Chiarezza dei contenuti, scrittura coinvolgente e capacità di dominare il mezzo televisivo e radiofonico sono gli ingredienti del successo del global mufti.   

 

Molto provocatorio l’intervento del giornalista egiziano Wael Qindil su al-‘Arabi al-Jadid, che apre con una domanda retorica: «perché lo shaykh di al-Azhar si è affrettato a commemorare la memoria della regina Elisabetta II poche ore dopo la scomparsa, mentre è rimasto in silenzio di fronte alla notizia della morte del più grande dotto religioso della seconda metà del XX secolo?». È possibile che tale omissione sia dovuta in parte alla volontà dell’istituzione di non contrariare il regime di al-Sisi, principale avversario dell’intellettuale, definito da quest’ultimo nel 2014, senza troppi giri di parole, come un «cataclisma» per il Paese, nonché protettore degli interessi israeliani. «Non si addice al rispettabile status di al-Azhar – ammonisce l’articolo – né a quello del Grande Imam il fatto che le loro posizioni siano allineate a quelle dell’autorità egiziana, a seconda di dove tira il vento»: al-Qaradawi è stato, «da un punto di vista scientifico, il più grande giurisperito del mondo, ancora di più del Grande Imam di al-Azhar».

 

Il saudita ‘Abd al-Rahman al-Rashid approfitta della notizia per attaccare, dal sito di al-Sharq al-Awsat, gli Ikhwān: «l’ideologia della Fratellanza si differenzia da quella baathista, comunista e nazionalista, in quanto emanazione di una politica fascista imperitura, per l’uso che essa fa della religione». Pertanto, la scomparsa di al-Qaradawi priva l’organizzazione di un importante simbolo e punto di riferimento teorico, ma a livello pratico non influirà molto sul corso politico dell’organizzazione.   

 

 

La vittoria di Giorgia Meloni vista dagli arabi

 

Il successo di Giorgia Meloni è stato ampiamente seguito e commentato anche dalla stampa panaraba. Al-Jazeera ha dedicato molti articoli alla leader di Fratelli d’Italia, ripercorrendone biografia, carriera politica e, soprattutto, le posizioni (post)fasciste e islamofobe. A tal proposito, la testata qatariota ha pubblicato un lungo approfondimento dal titolo “Perché i musulmani italiani votano l’estrema destra?”. Secondo lo studio, circa la metà dei musulmani italiani vota partiti di destra a causa del fallimento dei programmi di integrazione proposti in passato dalla sinistra. Non solo: l’adesione in massa dei musulmani a Fratelli d’Italia e Lega servirebbe a creare un bacino elettorale sufficientemente ampio da risultare troppo importante per non essere considerato all’interno dei calcoli politici e delle strategie di partito.

 

Un articolo di Husayn Majdudi per al-Quds al-‘Arabi si pone in controtendenza rispetto alla maggior parte dei commenti espressi dalla stampa internazionale, che hanno interpretato il sorprendente risultato elettorale come un «ritorno di Mussolini» e del fascismo al potere. Per l’autore, invece, la vittoria di Meloni va ridimensionata e contestualizzata, in quanto non rappresenta, come è stato detto, «la fine del mondo», bensì un risultato ampiamente previsto dagli analisti e dai sondaggisti. Inoltre, la coalizione di maggioranza, composta sia da partiti estremisti sia da moderati e conservatori, non costituisce di certo un unicum nel panorama occidentale, come dimostrano i precedenti casi di Austria, Polonia, Ungheria e Regno Unito. Non sarà dunque «né la prima né l’ultima volta», che l’estrema destra si afferma all’interno dell’Unione Europea.

 

Il punto più interessante, tuttavia, è la critica al presunto «cambiamento radicale» promosso da queste forze politiche. Secondo Majdudi, il nuovo governo italiano non si discosterà di molto dall’azione dei precedenti esecutivi, per una serie di ragioni: in primo luogo, in Occidente i sentimenti radicali e populisti sono mitigati dalle «regole del gioco democratico»; in secondo luogo, i voti ottenuti da Fratelli d’Italia (26%) sono sì numerosi, ma non rappresentano la maggioranza del Paese e sono comunque controbilanciati dalle preferenze ottenute dal resto della coalizione di maggioranza; infine, i partiti radicali europei, siano essi di destra o di sinistra, una volta saliti al potere diventano più «razionali» (‘aqlāniyya) dal momento che devono sottostare all’establishment e allo «stato profondo» (al-dawla al-‘amīqa), espressione molto usata per descrivere i regimi arabi, ma che in questo contesto perde la sua connotazione negativa indicando, piuttosto, la capacità delle istituzioni e dell’apparato di resistere alle pulsioni estremiste della politica e della società.

 

Un altro editoriale dello stesso giornale sottolinea le numerose sfide che attendono la leader sia sul piano interno, come la ripresa economica post-pandemia e i rapporti con gli alleati di governo, sia in ambito internazionale, dai negoziati con Bruxelles al sostegno a Kiev. La conclusione è piuttosto sarcastica: «è vero che l’elezione di Meloni come prima presidente del consiglio donna del Paese costituirà un precedente storico, ma è ancora più vero il fatto che la stessa premier potrebbe segnare un record come il fallimento più rapido [nella storia della repubblica italiana]». Al-Quds riporta poi i timori di giornalisti e scrittori tunisini, preoccupati dalle affermazioni della premier in pectore che tempo fa aveva dichiarato di voler «creare un blocco navale [“muro di navi” nell’originale] per impedire ai migranti di arrivare in Italia».    

 

Ad ogni modo, la stampa araba, pur mostrando una certa attenzione, financo curiosità,  per l’ascesa della futura leader italiana, considera più grave un’altra minaccia: l’avanzata di Marie Le Pen in Francia – scrive il ricercatore libico Jibril al-‘Ubaydi per al-Sharq al-Awsat – e non la vittoria di Meloni minaccerà la democrazia e il liberalismo nel vecchio continente. E poi conclude con un interessante parallelismo: «La destra in Europa non è diversa dal fenomeno dell’Islam politico in Medio Oriente: entrambi sono accomunati dal fascismo e dalla scarsa fiducia nella democrazia per vincere le elezioni […] entrambi sono considerati una minaccia per il mondo».    

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