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Focus attualità

L’influenza cinese in Medio Oriente

Protesta uigura davanti al consolato cinese di Istanbul [Huseyin Aldemir / Shutterstock]

Rassegna stampa ragionata sul Medio Oriente e sul mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 26/03/2021 18:57:22

Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha cominciato questa settimana il proprio tour in Medio Oriente. Dopo aver parlato al telefono con i propri omologhi in Iraq e in Giordania, Wang Yi visiterà l’Oman, il Bahrein, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, la Turchia e l’Iran. I rapporti tra Cina e Paesi del Medio Oriente finora si sono sempre concentrati sull’approvvigionamento energetico, ma, spiega Shannon Tiezzi su The Diplomat, la cooperazione ora è anche finanziaria e nell’ultimo anno il Dragone ha potuto spingere sulla cosiddetta «diplomazia dei vaccini».

 

Diversamente agli Stati Uniti di Biden, la Cina non si pone il problema del rispetto dei diritti umani quando tratta con i Paesi mediorientali (si veda poi il paragrafo sulla Siria). Questo non vuol dire che il gigante asiatico prenderà il posto degli Stati Uniti in Medio Oriente, conclude l’articolo, ma non è neanche escluso che la Cina possa giocare un crescente ruolo politico nella regione. Per esempio, secondo l’emittente saudita-emiratina Al-Arabiya TV, Pechino vorrebbe ospitare dei negoziati tra Israele e Palestina, mentre in Arabia Saudita Wang Yi ha proposto un piano di cinque punti «per raggiungere la pace e la stabilità in Medio Oriente» scrive Arab News. Nel caso iraniano, invece, la Cina probabilmente si proporrà come mediatore per un nuovo accordo sul nucleare con gli Stati Uniti.

 

Ad Ankara e Istanbul, intanto, centinaia di uiguri che hanno trovato rifugio in Turchia hanno protestato contro la visita del ministro degli Esteri cinese nel Paese. Negli ultimi giorni, infatti, si è tornati a parlare dello Xinjinag e della schiavizzazione della popolazione uigura da parte della Cina. L’Unione europea, il Regno Unito, gli Stati Uniti e il Canada hanno imposto delle sanzioni a Pechino per la violazione dei diritti umani nei campi di cotone dello Xinjinag, dove la popolazione è costretta ai lavori forzati, come racconta un’inchiesta della BBC. Nike, H&M, e successivamente altre aziende, si sono ritrovate nell’occhio del ciclone per aver espresso (l’anno scorso) la loro preoccupazione a riguardo. La BBC qui racconta tutta la vicenda. Secondo il South China Morning Post, quindi, lo sguardo cinese ai Paesi mediorientali (che appoggiano la posizione di Pechino sullo Xinjinag, sebbene gli uiguri siano in prevalenza musulmani) è anche, ma non solo, una naturale conseguenza delle sanzioni occidentali.

 

Continuano repressione e problemi economici in Turchia

 

Sabato scorso la Turchia si è ritirata dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, nonostante il tasso di femminicidi sia triplicato negli ultimi 10 anni e la percentuale di donne che dichiarano di aver subito molestie e violenze in Turchia sia del 38%. Se la decisione può essere letta come l’ennesima riprova della deriva autoritaria di Erdoğan, dall’altra è anche sintomo di una certa debolezza del presidente.

 

[Un aggiornamento: da questa settimana potete seguirci anche su LinkedIn!]

 

L’AKP, il partito di Erdoğan, ha inoltre preso di mira il Partito Democratico dei Popoli (conosciuto con l’acronimo HDP), che è filo-curdo e rappresenta la seconda forza di opposizione e il terzo gruppo in Parlamento. Alle ultime elezioni il partito ha ricevuto sei milioni di voti, ma la settimana scorsa un magistrato della Corte di cassazione ha chiesto che venga sciolto e messo fuorilegge perché farebbe «propaganda terrorista».

 

Sempre sabato, Erdoğan ha sostituito il governatore della Banca centrale Naci Ağbal e il valore della lira è collassato del 15%. Il banchiere centrale aveva assunto l’incarico e novembre e aveva cercato di tenere a freno l’inflazione alzando i tassi di interesse. Il nuovo governatore scelto da Erdoğan è Sahap Kavcıoğlu, che, in linea con il pensiero del Presidente, preferisce tassi di interesse più bassi.

 

Mercoledì Erdoğan ha cercato di rassicurare gli investitori stranieri, dicendo che le fluttuazioni degli ultimi giorni non rispecchiano la realtà dell’economia turca. Il presidente turco ha anche dichiarato di voler risolvere le ostilità nella regione, che spera diventi una «isola di pace». Anche grazie a queste parole la situazione finanziaria per il momento pare essersi assestata, ma nel frattempo c’è stato l’ennesimo botta e riposta tra Erdoğan e il presidente francese Emmanuel Macron, che vede nella Turchia un importante avversario geopolitico.

 

Una Siria frammentata e sempre più povera

 

Domenica scorsa dei missili russi hanno colpito delle aree civili nel nord-ovest della Siria, al confine con la Turchia. Secondo le fonti di Reuters l’attacco è stato un tentativo della Russia di portare caos e confusione nelle zone dove resistono sacche di ribelli. Come abbiamo più volte messo in evidenza anche in questa rassegna, la Siria è divisa in quadranti geopolitici, e in ogni regione vige una realtà diversa.

 

Un reportage di Le Monde, per esempio, parla dell’ascesa del clan dei Katerji ad Aleppo. I Katerji si sono arricchiti facendo da mediatori con i curdi e lo Stato islamico, che controllavano le zone ricche di risorse, e vendendo petrolio e grano al regime. I loro traffici si estendono fino alla Turchia e non hanno concorrenti: questo ha permesso loro di essere tra i pochi che hanno beneficiato dei dieci anni di conflitto.

 

Anche la situazione economica non è omogenea, spiega Haaretz. I mercati e le risorse naturali sono controllati dalle forze esterne (Turchia, Iran e Russia) in sintonia o meno con le milizie locali, ma il conflitto tra i diversi interessi economici, sicuramente non aiuta la pacificazione del Paese.

 

In generale, nelle zone controllate da Assad c’è grande malcontento per la situazione economica e la ripresa sembra ancora lontana: si sta in fila per il pane fino a cinque ore, un lavoro non è sufficiente per arrivare a fine mese e le rimesse dei siriani all’estero non bastano più.

 

Secondo Steven Cook gli Stati Uniti non sanno cosa fare con la Siria. Biden ha detto che il rispetto dei diritti umani sarà fondamentale nell’intrattenere rapporti con i partner mediorientali, ma nel caso della Siria, in termini di realpolitik, i benefici di un non intervento superano nettamente quelli di un intervento: «Ciò è moralmente discutibile, naturalmente, ma è questa la tragedia della Siria che gli Stati Uniti devono infine accettare».

 

Donne musulmane

 

Nawal El Saadawi è stata una scrittrice, una attivista e una psichiatra egiziana. È morta il 21 marzo al Cairo all’età di 89 anni, lasciando una controversa eredità intellettuale in Egitto e non solo. Icona femminista, si è battuta contro le mutilazioni genitali femminili, raccontando la propria esperienza personale nel libro “Il volto nascosto di Eva”. Un articolo di Egypt Today racconta come la sua figura sia divisiva nel mondo arabo: da una parte si schiera chi crede che El Sadaawi abbia promosso una «liberazione della società», dall’altra quanti ritengono che i suoi libri debbano essere proibiti perché contrari ai precetti dell’Islam e alla «santità del Corano». Newlines la ricorda per le critiche pungenti rivolte al patriarcato, ma non solo: «Ha criticato l’ex presidente egiziano Anwar Sadat non solo per aver imprigionato i suoi critici, ma per aver garantito l'egemonia post-imperiale dell'America in Medio Oriente». Tuttavia, se durante la rivoluzione del 2011 era scesa in piazza con i manifestanti, dopo il rovesciamento di Mohammed Morsi da parte dell’esercito El Saadawi aveva pubblicamente preso le difese di Abdelfattah al-Sisi scrive Qantara.

 

Due giorni prima della morte della El Saadawi, in Tanzania ha giurato come presidente Samia Suluhu Hassan, la prima donna a ricoprire questo ruolo nel Paese, a seguito della morte di John Magfuli. Se il vecchio presidente era chiamato “Bulldozer”, Suluhu Hassan è conosciuta con il nomignolo di “Mama Samia”, scrive Deutsche Welle. E se seguirà o meno le politiche del suo predecessore è ancora tutto da vedere. Come in altre parti del mondo, anche in Tanzania la politica negli ultimi anni si è sempre più polarizzata, ma la nuova presidente ha assunto l’incarico richiamando nel suo discorso di insediamento l’unità nazionale. Secondo The Continent, tuttavia, una virata verso la democrazia sembra improbabile al momento: «Non è chiaro se Samia cercherà di introdurre una società più democratica, ma i segnali non sono promettenti. L'anno scorso, durante la campagna elettorale, ha fatto una serie di dichiarazioni preoccupanti». Tra queste, Suluhu Hassan ha detto che votare per gli altri partiti sarebbe stato come versare zucchero nel lago Vittoria per addolcirlo (un tentativo inutile) perché il suo partito avrebbe vinto comunque.

 

Queste vicende hanno riportato alla ribalta il tema delle donne musulmane che ricoprono ruoli di leadership, un tema che Oasis ha trattato nel numero 30 della sua rivista.

 

In un paragrafo

 

Le elezioni in Israele

 

Le elezioni che martedì si sono tenute in Israele hanno prodotto l’ennesimo stallo politico e il futuro appare incerto. Per Amos Harel, Netanyahu è come la nave cargo incastrata nel canale di Suez che da giovedì sta bloccando i traffici marittimi intercontinentali. Già si parla del quinto round di elezioni in due anni. Netanyahu sperava in una vittoria schiacciante così da potersi liberare di Benny Gantz, che, in base a un precedente accordo di governo, dovrebbe diventare primo ministro a novembre. Ma né lui, né l’opposizione al momento sembrano avere i numeri per governare. Il problema centrale pare essere la figura dello stesso Netanyahu, che Al Jazeera definisce «un popolare primo ministro che lotta per rimanere al potere mentre è sotto accusa».

 

In una frase

 

Cinque cose da sapere sul canale di Suez (Al Jazeera).

 

In Bangladesh si è verificato un incendio in un campo profughi Rohingya; almeno 15 persone sono morte e centinaia disperse (Washington Post).

 

Il primo ministro iracheno Mustapha al-Kadhimi ha colto l’occasione della visita di Papa Francesco in Iraq per favorire il dialogo nazionale (Al Monitor).

 

Secondo un rapporto di Amnesty International i servizi segreti libanesi hanno torturato i rifugiati siriani nel Paese (Al Jazeera).

 

In Marocco lo storico Maati Monjib è stato rilasciato e si trova in libertà vigilata (Le Monde).

 

La rivalità tra Iran e Turchia per l’egemonia in Medio Oriente spiegata da Orient XXI.

 

In Libano non si riesce a superare lo stallo politico (AsiaNews).

 

In Niger c’è stato l’ennesimo massacro jihadista: i morti sono 137 (Avvenire).

 

Una nuova ricerca spiega come funziona la tratta dei talibé (i bambini reclutati dai marabout e costretti a mendicare) tra Bissau e Dakar (Africa rivista).

 

Dieci anni di (non) cambiamenti in Medio Oriente attraverso i fumetti di Khalid Albaih (Al Jazeera).

 

 

 

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